Rokia Traorè, 6 settembre 2016, Reggio Emilia Campo Volo

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Rokia Traorè, 06.09.2016, Reggio Emilia (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Assistere a un concerto di Rokia Traorè è  esperienza ormai  inusuale, vista la misura di assuefazione raggiunta dal pubblico a sonorità finte, sintetiche e digitali. Come pure assai  inusuale, in uno spettacolo, è ritrovare  la sensazione di sprofondare nella contemplazione di una dote ormai sconosciuta alla maggioranza degli artisti oggi in circolazione: la naturalezza. E’ un concerto naturale, quello di Rokia Traorè: come la Terra, il Cielo, gli Alberi, i Sentimenti, l’Energia. E naturali sono le sonorità, saldamente africane, ove solo gli arrangiamenti rockeggianti  (sovrastrutture) ne scalfiscono il tessuto. Come naturale, liberatorio, esplosivo, è il ballo di lei sul palco, un concentrato di energia gioiosa, di energia “buona”, quella capace di annientare il male, il dolore, le debolezze,  le fragilità dell’animo umano. Rokia Traorè è un personaggio di un magnetismo unico al mondo, quelli che la conoscono lo sanno bene, e sono tutti d’accordo, unanimamente, nel riconoscerle la statura di artista internazionale di prima grandezza. Un gigante, una grande regina africana, chiara, limpida, lineare nelle sue idee, saggia. La sua musica è lo specchio esatto di questa saggezza. Una saggezza che implica conoscenza, studio, dedizione, sia alla musica che all’anima. Il concerto del Campovolo, dopo un pomeriggio di intensa pioggia che lo ha messo a rischio, è un concentrato di questi valori, musicali e di contenuti. Senza pose da diva, senza fronzoli inutili, lo spettacolo è tutta sostanza. Sostanza e bellezza. Gioia. Con momenti di crescendo travolgenti, ritmiche afro e accelerazioni fino a stati di ebbrezza, ma anche nenie africane ipnotiche che nell’ossessiva ripetizione, come un mantra, ti conquistano lentamente sino ad avere totalmente ragione di te.

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Rokia Traorè, 06.09.2016, Reggio Emilia (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Un rituale africano, quello della lenta, inesorabile vittoria schiacciante, che nella lucida combinazione di sonorità acustiche, disturbate solo da una splendida chitarra elettrica graffiante e distorta, trova la sua piena realizzazione. La voce di Rokia, poi, è incantevole, flautata, con quei vibrati che lei sprigiona con naturalezza, come fossero qualcosa di semplice, di immediato, e che invece sono il frutto di una lunga storia di disciplina vocale e di professionalità.

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Rokia Traorè, 06.09.2016, Reggio Emilia (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Lei, quella voce, la modula con variazioni improvvise, anche con prove di forza, e momenti di rabbiosa intensità come certi brani drammatici del suo penultimo disco “Beautiful Africa” del 2013, lavoro eccelso che lascia stupefatti, ma che Rokia ha utilizzato meno del previsto nel concerto di Reggio Emilia, privilegiando com’è giusto l’ultimo suo lavoro, “Nè So”, con cui prosegue il suo percorso di commistione di tradizione e modernità, tra sonorità ambient acustiche tipiche del Mali di Ali Farka Tourè e  ritmiche intermedie tra rock e funky che dal vecchio afrobeat di Fela Kuti giungono rielaborate fino ai giorni nostri: operazione, questa, che  come molti artisti afro-francesi stanno in questi anni stanno realizzando.

Negli ultimi dieci anni non ricordo un solo artista, nel quale mi sia imbattuto, che sia stato capace di trasmettermi pari emozioni. La band di supporto è affiatata, potente e intrisa di un unico e corposo sound, un tessuto sonoro in grado di produrre un effetto talvolta straniante, talaltra unificante e travolgente, capace di condurre il pubblico nei territori dell’interiorità come dell’euforia collettiva, fino a culminare nel ballo  smodato, libero, senza freni. La performance di Rokia, insomma, è di quelle che andrebbero portate sui massimi palcoscenici italiani, in una cornice diversa da quella offertale in una piovosa serata di festival di fine estate, ma che ieri sera lei, ugualmente,  ha subito saputo conquistare, senza alcuna fatica e già dal primo brano, a discapito del freddo  e del disagio climatico presto dimenticato da un pubblico facile preda delle note, in balìa di un canto difficile da dimenticare.

Giuseppe Basile © Geophonìe

JEFFERSON STARSHIP 12.09.2012, ROMA, XS LIVE

Cathy Richardson, l’ultima vocalist dei Jefferson Starship (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Trascinati dalla nuova lead singer, i Jefferson Starship di Paul Kantner e David Freiberg riescono a scrivere un ulteriore capitolo del loro quarantennale percorso artistico, tra rock, folk e psichedelia. Cronaca di una grande serata romana.

“Le pop star di oggi … fra un anno o due non ti ricorderai neppure il loro nome. Fra cinque anni saranno cancellate dalla storia”. A dirlo, nel 1997, fu un giovane e promettente figlio d’arte, Jacob Dylan. Così i giovani, da vent’anni a questa parte, descrivono se stessi. E ciò che colpisce, in effetti, è quanto l’affermazione sia vera. Lo si può constatare da tanti segnali emblematici: dalle copertine delle riviste musicali specializzate, ove all’immagine dei giovani viene sempre preferita quella dei vecchi musicisti, tanto sfatti (talvolta anche artisticamente) quanto ancora trainanti; dai dati di vendita dei cd, sempre saldamente ancorati alla musica degli anni 70 e 80, con uno scarto enorme rispetto alle produzioni contemporanee; dall’affluenza ai concerti.

Ovviamente le eccezioni si contano sempre, da ambo le parti. Come non mancano i giovani carismatici, così pure non mancano le tante vecchie glorie incapaci di difendere il proprio spazio artistico e la propria visibilità: la rendita di posizione dei vecchi, insomma, non è proprio un effetto automatico.

Certo è, comunque, che tra le mille storie di musica e di vecchi artisti è raro trovarne di quelle che testimoniano ancora una reale capacità di ricerca e di rinnovamento, perchè il momento in cui il vecchio grande artista tira i remi in barca e porta sul palco solo il mestiere, prima o poi inesorabilmente arriva.

Stupisce, allora, quando un gruppo di così lungo corso riesca ancora a trovare energie, motivazioni e capacità comunicative, senza peraltro dover accantonare il repertorio classico e rassicurante che la folla attende.

La ricerca e la reinterpretazione sono a volte l’effetto ineludibile del turn over che il passare del tempo impone. Pensionamenti, defezioni, avvicendamenti, producono necessariamente delle mutazioni. A volte, però, questo cercare per l’ennesima volta una via è ancora un’autentica ricerca artistica, piuttosto che una mera contingenza.

Cathy Richardson, David Freiberg e Jude Gold (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Di avvicendamenti i Jefferson Starship ne hanno visti in quantità, tanto da cristallizzarsi definitivamente come street band, come gruppo, cioè, che ha fatto della fase live tanto il proprio principale obiettivo, da concepire l’alternarsi dei componenti come un mero dettaglio.

Alle origini, come sappiamo, non fu così. La band, capitanata da Paul Kantner e Grace Slick, si esprimeva con una formazione imperniata su un nucleo abbastanza stabile, sebbene non mancassero mai, come in tutti i gruppi di cultura hippie, partecipazioni e ospiti importanti. Col passare degli anni, però, la filosofia dell’alternanza ha finito col prendere il sopravvento, tanto che nel loro ultimo disco del 2008, “Tree of Liberty”, la band si ripresentò al pubblico con una foto emblematica: “The Main Ten”, recitava la didascalia, i principali dieci. Un assemblaggio fotografico, che voleva testimoniare una storia scritta, suonata e cantata a più mani e più voci. Un ensemble.

Diane e Paul

Diana Mangano e Paul Kantner, 09.10.2005, Sausalito, Mexico (Corrado Cagalli © Geophonìe)

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Diana Mangano a Milano, 01.12.2006, Blue Note (Giuseppe Basile © Geophonìe)

A focalizzare l’attenzione dei fans e del pubblico, però, era l’avvicendamento nella posizione della lead singer ad essere sempre, e comprensibilmente, il più sentito. Dopo l’uscita di scena di Grace Slick la difficile eredità passò a Diana Mangano, che per oltre quindici anni ha retto il fronte del palco, sostituita sporadicamente da Darby Gould. Diana l’abbiamo vista in Italia svariate volte, l’ultima nel 2006 al Blue Note di Milano, nel corso di due serate nelle quali si percepì un momento di difficoltà e stanchezza della band.

Nel 2008, i Jefferson ci onorarono di un loro nuovo passaggio, ma questa volta senza la fantastica Diana, a cui il pubblico è sempre stato affezionato. La band questa volta sperimentava una nuova singer, di notevole curriculum nella scena folk rock del mercato interno americano, e di grande carattere: una certa Cathy Richardson, pressochè sconosciuta al pubblico italiano. Di lei si sapeva poco o nulla, si diceva che in America fosse la migliore interprete di Janis Joplin in circolazione, si parlava della sua vocalità robusta e potente e della sua indole molto rock.

Il concerto tenuto a L’Aquila (prima del terremoto) spiazzò i fans, ancora abituati alle dolcezze psichedeliche e alla pose hippie di Diana, ma lasciò intendere che la band forse stava per l’ennesima volta cercando un’ultima via di sopravvivenza, una soluzione per non restare intrappolata nello schema della band-revival per reduci.

Il disco “Tree of Liberty” risultò un lavoro decoroso, colto, fiero, con citazioni nobili del folk americano e la giusta dose di sonorità tipiche della band. Non si sapeva, però, quale direzione avrebbe davvero potuto assumere la nave dei Jefferson per il prosieguo. Abbiamo così dovuto attendere i concerti di Catanzaro e Roma, (9 e 12 ottobre 2012) per scoprire come questa formazione abbia saputo evolversi.

Cathy Richardson ha preso in mano le redini della band, come forse neppure a Diana Mangano riusciva, e ha ri-portato il gruppo su ritmi e composizioni intense e a tinte forti. Di psichedelia praticamente non c’è traccia, mentre il rock classico della band viene invece ripescato e riproposto senza esitazioni.

Cathy e Paul, 12.09.2012, Roma (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Cathy è una vigorosa interprete, ma è anche una fervida autrice, qualità che ha voluto rendere nota al pubblico italiano presentando nel corso della performance il disco d’esordio (“The Other Side”) della sua band collaterale, The Macrodots, eseguendone un brano (“If I Could”). I linguaggi sonori, ovviamente, sono tutt’altra cosa rispetto alla band di Paul Kantner. Si tratta di un sound tipicamente anni 2000, caratterizzato dalla chitarra di Jude Gold, giovane musicista che milita con Cathy in questa giovane formazione, ma che è anche sul palco dei Jefferson, come chitarra solista.

Slick

Slick Aguilar, 19.11.2006 Amsterdam, Melkweg (Corrado Cagalli © Geophonìe)

E’ la marcia in più che forse mancava al gruppo di Paul Kantner, e che sostituisce il veterano Slick Aguilar, per anni artefice delle sonorità elettriche dei Jefferson, sempre presente in tutti i loro tour sin dal 1992.

Jude Gold e Cathy insieme tirano da matti: il concerto romano è di sorprendente potenza, sonora e vocale, e su questa caratteristica è costruita la setlist.
La “Somebody to Love” degli Airplane è addirittura il primo brano, come a volersi subito scrollare di dosso il macigno, ma che naturalmente ben dispone il pubblico.
Segue “Fresh Air”, parallelo omaggio ai Quicksilver Messanger Service, ovvero l’altra band che contribuì alla nascita dei Jefferson Starship, nel lontano 1970. David Freiberg la esegue perfettamente, con voce forte e interpretazione sicura.
Per quanto è breve, la successiva invocazione di “Sunrise” giunge come una mera sensazione di psichedelia, un omaggio al tema filosofico portante della storia del gruppo, ma non ti lascia il tempo di cullarti nelle sue suggestioni hippie: la serata, infatti, deve scorrere su un altro registro. La band infatti esegue di seguito “Have You Seen The Saucers?” e “Find Your Way Back”, due brani non celebri e poco sfruttati da Kantner (il primo, composto nel 1970, venne poi inserito in una raccolta di opere minori degli Airplane pubblicata solo nel 1974, “Early Flight”; il secondo, invece, è un pezzo ripescato da “Modern Times”, lavoro che i Jefferson Starship pubblicarono, senza fortuna, nel 1981). Queste due esecuzioni risultano essere un segno di forza del concerto romano, perché stanno a dimostrare che se una band suona ad alti livelli, anche i lavori minori possono trovare un momento di gloria inattesa. Entrambi i pezzi sono una riscoperta, e l’interpretazione dell’intero gruppo li rigenera e valorizza.

Cathy Richardson, 12.09.2012, Roma (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Ma è tempo ormai di sfoderare la sequela mozzafiato di hits, a furor di popolo, e di brillanti vibrazioni rock. “When The Heart Moves Again” (pietra miliare d’apertura dell’inarrivabile “Bark” del 1971) è come sempre un inno, a cui seguono “Get Together”, “Miracles”, “Count On Me”, una dopo l’altra. Si arriva così a “Wooden Ships”, ovvero alla pura leggenda, al punto compositivo più alto di Kantner/Crosby, corale, calda, con il duo vocale Kantner-Richardson convinto e concentratissimo.

La band ci crede, dimostra affiatamento, solidità, voglia di inondare il pubblico di emozioni. A sostenere il crescendo ritmico c’è Prairie Prince, storico batterista della band che negli ultimi anni si era allontanato dal gruppo per seguire altri progetti, ma che per una manciata di date di questo tour ricompare, proprio in Italia. Era (e forse è ancora, chissà) il compagno di vita di Diana Mangano, di cui invece non si ha quasi più notizia dal momento della sua uscita dal gruppo, fatta eccezione per qualche sua apparizione negli States con altri musicisti. Alle tastiere, invece, inamovibile, come nelle precedenti tournee italiane del 2005 e 2006, c’è Chris Smith, questo bravo ragazzo dalla faccia buona che da anni riesce a sostenere ritmicamente la band accollandosi anche le parti di basso.

David

David Freiberg, 12.09.2012, Roma (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Dopo l’esecuzione di Wooden Ships, accolta dagli applausi, c’è spazio per due sorprese. David Freiberg intona da solo, voce e chitarra, “Harp Tree Lament”, ovvero il suo più grande capolavoro, una delle canzoni più belle del mondo. L’interpretazione è commovente perché ti fa comprendere quanto possa essere grande il cuore di un uomo, anche in età avanzata. E’ questa oggi, purtroppo, la condizione del grande David, un vecchio hippie che ha vissuto nove vite e che ha ancora la forza di presentarti una canzone così intensa dimostrandoti quanto lui stesso la ami. Certo, la versione originale contenuta su “Baron von Tollbooth & the Chrome Nun” del 1973 non è obiettivamente riproducibile (lì siamo davvero fra le stelle), ma questa versione acustica è una celebrazione (giusta), un omaggio dovuto a una composizione che vive di vita propria, di quelle che quando te ne innamori non la lasci più.

Subito dopo tocca a Cathy diversificare il concerto presentando “If I Could”, tratto dal disco realizzato con The Macrodots (decisamente un bel lavoro, robusto e godibile al tempo stesso, attuale e originale: alla fine del concerto lei stessa riceve il pubblico all’uscita dal XS Live – il locale che ospita i Jefferson e che loro inaugurano – e ne vende una gran quantità di copie).

PAUL KANTNER

Paul Kantner, 12.09.2012, Roma (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Il concerto quindi entra nella sua fase finale, rock a tutto spiano, con un’altra raffica di brani memorabili. Si riparte con “Ride The Tiger”, e “Fast Buck Freddie”, con cui il gruppo dimostra di voler porre l’accento sul suo repertorio più rockettaro, cosa che invece non si riscontrò sempre nel corso delle loro ultime esibizioni italiane. Kantner pesca infatti a piene mani da “Dragonfly” e “Red Octopus” del 1974 e 1975, scaricando i suoi riff tipici degli Starship dell’età di mezzo (quella successiva agli esordi psichedelici di “Blows Against The Empire”, e precedente alla fase di fine anni ‘70 e primi ’80 durante la quale la band s’incamminò verso contaminazioni di ambiente pop americano ed esperimenti commerciali). Si prosegue con “Jane”, fortunatissimo brano del 1979 (tratto da “Freedom at Point Zero”): tutti brani, questi, in cui Cathy sfodera una forza interpretativa da leone e viene sostenuta da un Jude Gold straordinario che davvero fa la differenza, brillantissimo, di grande tecnica chitarristica e lucentezza di suoni, brillante in assoli straripanti che ne catalizzano la presenza sul palco.

E’ il momento di affrontare la fase finale con un’ultima marcia trionfale di successi, pura storia della musica. “Crown of Creation”, “Hyperdrive”, “The Ballad Of You And Me & Pooneil”, sino a “White Rabbit” (con una Cathy ormai alle stelle, ma sempre lucida e carismatica nel condurre la performance), e quindi al delirio finale di “Volunteers”.

L’XS Live sulla via Ostiense di Roma vive un momento di gloria che mai dimenticherà, un pubblico maturo e avanti negli anni si abbandona all’ebbrezza della gioia collettiva, mentre Paul Kantner chiude, come quasi sempre è solito fare, con “The Other Side Of This Life”, ora siamo davvero dall’altra parte della nostra stessa vita.

Non ci sono parole per celebrare i Jefferson.

Autentici Eroi. Serata epica.

Giuseppe Basile © Geophonìe (Riproduzione Riservata)

Ultravox. La Reunion al Vox di Nonantola (14/04/2010 Unica data italiana)

Era l’ultima tra le grandi band del decennio ’80 a resistere alle tentazioni nostalgiche e autocelebrative di questi ultimi anni in cui, tra revival, commemorazioni e ripescaggi, si è potuta rivedere l’intera scena musicale degli anni ’80. Di quella scena gli Ultravox furono senz’altro fra i più apprezzati interpreti e si attendeva da tempo, infatti, una loro ricomparsa nei circuiti della musica dal vivo.

Che tale probabilità fosse concreta era già chiaro dallo scorso anno, quando la band di Midge Ure si impegnò in un breve tour limitato al solo territorio britannico, e sebbene non circolassero ancora voci di una reunion in terra italiana si riteneva attendibile l’ipotesi di un tour europeo nel 2010. Il colpaccio l’ha messo ora a segno il Vox Club di Nonantola, tempio della musica emiliana, che si è assicurato l’unica data programmata per l’Italia, il 14 aprile.

Il concerto, di altissimo livello tecnico, costituirà un evento di grande valore artistico, ma anche di portata storica.

Gli Ultravox, infatti, hanno calcato i palchi italiani in rare occasioni e sono assenti (nella loro formazione originaria) dal lontano 1984. Nel territorio emiliano è rimasto vivo il ricordo di una loro storica esibizione, quella del 6 settembre 1984 a Bologna, in occasione del loro più celebre tour europeo che li consacrò definitivamente all’attenzione del grande pubblico (tre mesi dopo vedemmo Midge Ure dirigere a Londra il noto gruppo “Band Aid”, la formazione che raccoglieva i più grandi artisti britannici del momento per eseguire “Do They Know it’s Christmas”, brano simbolo del famoso Live Aid del 1985 durante il quale lo stesso Midge Ure si esibì sui palchi di Wembley e di Filadelfia riscuotendo un successo planetario).

Ma dalle segrete stanze dei collezionisti emergono oggi rare tracce di altri passaggi in terra emiliana, anche precedenti a quell’acclamato concerto bolognese. Sul web si rinviene traccia di una loro esibizione il 2 novembre 1981 al Palasport di Rimini, forse il loro esordio assoluto in terra italiana. Successivamente, nel dicembre 1981, la band si esibì, secondo alcuni il 2 al Palalido di Milano (ma il sito di Midge Ure, www.midgeure.com, nella sezione “Gigografy”, indica la data del 6 dicembre), il 3 al Palaeur di Roma, il 4 fu nuovamente sul palco del Palasport di Bologna e il 5 al Teatro Tenda di Torino (la nostra Associazione ha reperito, infatti, materiali audio amatoriali che testimoniano alcune di queste performance).

Del Tour denominato “Quartet” del successivo 1982 non si hanno notizie circa un passaggio in italia. Il successo, in ogni caso, è quello che arriva nel 1984, col Tour europeo che partì da Taranto il 2 settembre (prima assoluta europea, al Tursport Club) e toccò altre città italiane, (Nettuno, Stadio Comunale il 4 settembre, ancora Bologna e poi Genova, rispettivamente il 6 e 7 settembre).

Gli Ultravox si rividero in seguito in occasione del Tour che prese il nome di “U-Vox”, nel 1986: delle date italiane si rinviene traccia nel sito di Midge Ure, che indica numerosi concerti italiani: “17.11 Modena Palasport, 18.11 Torino Palasport, 19.11 Firenze Teatro Tenda, 20.11 Roma Teatro Tenda, 21.11 Napoli Teatro Tenda, 23.11 Taranto Tour Sport – (ndr: data errata, il concerto di Taranto fu solo quello del 2 settembre 1984, ampiamente documentato nel nostro libro “80, New Sound, New Wave”, Geophonìe Ed., 2007) – 24.11 Chieti Palasport, 25.11. Padova Palasport, 26.11 Milano Rolling Stone, 27.11 Gorizia Palasport”.

Il 1986 fu l’anno dello scioglimento della band che perse il batterista elettronico Warren Cann, a seguito (pare) di contrasti con Midge Ure. ll gruppo sostituì Cann con Mark Brzezicki dei Big Country, col quale terminò le registrazioni dell’album “U-Vox”, ma lo scioglimento era alle porte (e già dall’anno precedente, il 1985, infatti si registravano le prime uscite discografiche soliste dei componenti della band, come “The Gift” di Midge Ure, e le collaborazioni di Bill Currie, violinista e anima del gruppo, con altri artisti).

La band, dunque, non potè reggere alla scissione tra Ure e Currie il quale, poi, solo nel 1993, detenendo i diritti del marchio, provò a riesumare il nome Ultravox unendosi con il cantante Marcus O’Higgins. Il tentativo andò avanti fino al 2003 con tre album di scarso successo.

Il 6 novembre 2008, finalmente, è stata annunciata attraverso il sito ufficiale della band, una reunion dei 4 membri originari, (Currie, Cann, Cross e Ure), con il tour britannico nel 2009.

Negli anni di assenza della band dalle scene, è capitato più volte di vedere i singoli artisti in giro per l’Italia, anche nell’area padana. Nel gennaio 1998 Midge Ure solista fece un breve Tour italiano (il 16 al Rolling Stone di Milano, il 17 all’Air Terminal di Roma, il 18 al Teatro Medica di Bologna e il 20 al Big Club di Torino). Il 21 febbraio, sempre nel 1998, lo rivedemmo al Teatro Tenda di Firenze (erano gli anni di “Breathe”, il suo fortunatissimo singolo che fu utilizzato per una pubblicità internazionale degli orologi Swatch). Dopo un paio d’anni, il 25.11.2000 Midge fece nuovamente tappa a Milano per un’esibizione all’Alcatraz.

Il primo leader degli Ultravox, John Foxx, anch’egli molto amato in Italia, lo vedemmo in versione solista il 13 aprile 2007 alla Pandurera (una struttura polifunzionale tra Cento e Ferrara) e il 18 ottobre 2008 a Marghera (sul palco della Fucina Controvento). In quegli anni Foxx presentava al pubblico gli album “Tiny Colour Movies” e “Impossible”, lavori realizzati in quel periodo.

Gli Ultravox sono ancor oggi considerati dei creatori di particolare originalità, tra i pochissimi della scena new wave che riuscirono a fondere le sonorità robotiche e tecnologiche dei primi ’80 con quella vena melodica e romantica che le nevrosi ritmiche del punk e l’elettronica pionieristica avevano offuscato nell’Inghilterra di fine ’70. Il loro sound, futurista e decadente, restituì alla nuova ondata di artisti britannici un approccio incentrato sulla ricerca della composizione, prima che della pura sonorità.

(Giuseppe Basile per Gazzetta di Modena, 25.01.2010).

vedi anche in Geophonìe – Recensioni: Ultravox – Cronaca del concerto del 14.04.2010, di Giuseppe Basile per Gazzetta di Modena 15.04.2010.

PAVEMENT 25.05.2010, Bologna, Estragon

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Pavement, 25.05.2010, Bologna (Giuseppe Basile © Geophonìe)

“Rivelare l’arte e celare l’artista è il fine dell’arte”, diceva Oscar Wilde. Regola osservata in tante forme di espressione artistica, ma disattesa nella cultura rock, in cui, chissà perché, si pretende una sorta di aderenza dell’autore alla sua storia e la credibilità dell’artista, infatti, cresce quanto più egli riesca a identificarsi con ciò che interpreta.

“Non è così in letteratura e nemmeno nel cinema” – diceva Randy Newman (JAM n.52, ott.2008, p.43) – Non è necessario che Cormac McCarthy somigli allo sceriffo Ed Tom Bell, né pensiamo che dietro a Jack Torrance ci siano necessariamente le idee e i sentimenti di Stephen King o Stanley Kubrick. Eppure esigiamo che Bruce Springsteen sia nel profondo dell’anima uno di noi: la nostra capacità di credere nella sua musica deriva in parte dalla sensazione che egli sia la canzone che canta. Ci fidiamo dell’uomo perché ci fidiamo delle sue canzoni”.

Bel problema. Se è questo, allora, il meccanismo comunicativo che si instaura tra artista e pubblico, come deve porsi un artista tra i quaranta e i cinquant’anni ogni qual volta gli sia richiesto di interpretare un brano dei suoi vent’anni nel quale non si riconosce più?

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Stephen Malkmus, Pavement (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Salgono sul palco dell’Estragon i PAVEMENT, acclamata band anni ’90 che trovò un lunsinghiero successo internazionale per aver saputo esprimere, in modo davvero realistico, sincero e autentico, le smanie sonoro-mentali dei ventenni di quel decennio. Portavano sul palco, ma esprimevano anche nei testi e nelle sonorità, un atteggiamento mentale e culturale, tipico dei ragazzi di quel periodo. E lo facevano con una trascinante ed encomiabile genuinità artistica. Scanzonati, ciondolanti, caotici come il popolo grunge (da cui comunque si differenziavano), esprimevano una visione trasversale e originalissima nella scena musicale dei ‘90. Le melodie ebeti si mescolavano alle ballate, gli avventurismi chiassoni e cacofonici si susseguivano a momenti di intimismo e di splendide profondità compositive. Le interpretazioni erano cariche di energia che sprizzava da tutti i pori, di rabbia giovanile e di quell’impeto tipico dei ragazzi desiderosi di  dispensare adrenalina e cuore, di esternare rabbia e dolore, di accaparrarsi amore e piacere, ricercando in ogni possibile direzione la strada per soddisfare tutte queste interiori urgenze. Un vagare senza meta, alla fine incocludente, era la loro musica:  un manifesto artistico assolutamente evoluto nell’esprimere quella fase di crescita, ma per questo difficile, oggi, da rappresentare, col senno di un’altra età.

“Malkmus è ancora identico allo spilungone che sbatacchiava qua e là la chitarra  … Stessi giochi  scomposti, con la sei corde e la relativa tracolla, stesso atteggiamento scazzato” – commenta Davide Poliani su rockol  (http://www.rockol.it/news-143816/Pavement—Estragon-Bologna-25-05-10) – “… Certo, Spiral Stairs si è per lo meno irrobustito, e quella coppola incomprensibile che ormai tiene sempre in testa potrebbe nascondere una calvizie incipiente, ma sono solo dettagli. I Pavement sanno che è un reunion tour …..e i pezzi forti ci sono tutti ….. Ma stanno tutti al gioco, perché quando un gruppo così si riunisce, la ragione che spinge la gente a mettersi in macchina e farsi qualche centinaio di chilometri è vedere la magia ricrearsi. E i Pavement, la magia, hanno saputo ricrearla alla perfezione”.

PAVEMENT, BOLOGNA 25.05.2010, ESTRAGON 021

Pavement, 25.05.2010, Bologna (Giuseppe Basile © Geophonìe)

(Giuseppe Basile © Geophonìe)

Vero.

Sottoscrivo parola per parola il commento di questo spettatore-fan-giornalista. I Pavement hanno suonato benissimo e tenuto il palco con grandissima vitalità, voglia di esserci, energia. Hanno scatenato quel disordine (anche scenico) col loro alternarsi confusamente, tipico dei loro spettacoli, contagiando il pubblico. Bravissimi, veramente. Il problema, però, è che è “revival”. Anche dieci anni possono diventare un tempo lungo per come siamo abituati, ormai, a veder susseguirsi mode e costumi. Il mondo e i pensieri cambiano rapidamente, e anche noi, già dopo dieci anni, non siamo più gli stessi. “Stiamo al gioco”, dunque, come dice il commentatore Davide Poliani. E godiamoci pure la “magia” (artificiosamente ricreata, con professionalità e mestiere, per carità … ma  anche, se vogliamo, con qualche trovata scenica un po’ abusata: penso allo strip di scarpe e calzini di Spiral, più rievocativo che necessario, e a certe pose ormai stantie, un clichè: l’originalità, del resto, dura lo spazio di un mattino. Poi diventa autocelebrazione). La magia fa sempre bene, ma l’autenticità,  “l’aderenza dell’autore alla sua storia” è normale che non possa percepirsi più. Abbiamo quarant’anni noi, e ce li hanno anche loro. Ieri era tutto cuore, oggi è un “come eravamo”, è “interpretazione”, anche se di tutto rispetto. Ma coi tempi che corrono, con le magre emozioni che la musica attuale ci sta dispensando, va bene anche così.

Setlist:

Gold Soundz / Grounded / Ell Ess Two / Kennel District / Cut Your Hair / Father To A Sister Of Thought / The Hexx / Zurich Is Stained / In The Mouth A Desert / Two States / Silent Kid / Unfair / Stop Breathin’ / Rattled By The Rush / Here / Perfume-V / Shady Lane / Debris Slide / We Dance / Trigger Cut / Spit On A Stranger / Summer Babe / Fin // Date With IKEA / Stereo / No Life Singed Her /// Range Life

Giuseppe Basile © Geophonìe

ULTRAVOX 14.04.2010, Nonantola, Vox Club

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Midge Ure, Ultravox (Armando De Leonardo)

Ieri sera a Nonantola la band di Midge Ure e soci ha incantato il pubblico con un tripudio di elettro-pop e romanticismi elettronici. Il Vox era gremito e il pubblico non ha risparmiato gli applausi. Se nel 2010 si assiste ancora a un concerto degli Ultravox non si può che uscirne rinfrancati: rivederli oggi, infatti, a vent’anni dall’apice del loro successo, è un segno che le ombre di quel futuro buio dominato dalla tecnologia, che la band descriveva negli anni ’80,  sono state scacciate.

Era il trend delle loro prime composizioni, ma oggi la band lo ripropone con sorrisi rassicuranti e con la giusta allegria per essere ancora qui, amata e acclamata.

Ieri sera gli Ultravox hanno esordito con una prima serie di brani più commerciale e conosciuta, “New Europeans”, “Passing Strangers”, “We Stand Alone”, ma il concerto è decollato con “Mr.X”, sinfonia elettronica fredda del 1980 che ha strappato i primi calorosi applausi. Un momento di grande emozione.

Generazione inquietante, quella degli artisti degli anni ’80. Tutti, loro compresi, stregati dall’elettronica e dalle ritmiche  robotiche, teorizzavano un mondo opprimente in cui lo spazio vitale dell’Uomo sarebbe sfociato in una deriva individualista. Futuristi e pessimisti. Ma mentre David Byrne profetizzava un futuro nevrotico, e i Devo invece su quello stesso futuro ironizzavano (sostenendo che l’avanzata della tecnologia avrebbe condotto al progressivo istupidimento della razza umana), gli Ultravox si soffermavano sulle malinconie di quella condizione, sottolineando quanto fosse necessaria e ineludibile, anche per l’Uomo Tecnologico, la linfa dei sentimenti. Con questa vena malinconica la band, inquadrata nel genere “new romantic”, trovò la chiave del suo successo riconfermato ieri sera.

Gli Ultravox, 14.04.2010, al Vox di Nonantola (Armando De Leonardo)

Al Vox gli spettatori, prevalentemente over 40, sono di quelli abituati a percorrere lo stivale in lungo e in largo per i concerti. “Veniamo dalla Puglia in aereo”, dice un gruppo di appassionati. Comunità umane reali, non virtuali, composte da gente ancora desiderosa di vivere emozioni fisiche sotto il palco, piuttosto che su un video o nei commenti superficiali di qualche social network.

Il concerto è andato avanti con la prevista sequela di hit mozzafiato, tra atmosfere colte e vampate di puro rock. I manifesti sonori della band, come “Thin Wall”, le composizioni più “epiche” come “Hymn” e “Dancing With Tears In My Eyes”, si sono susseguite e mescolate in un’atmosfera ritmica molto omogenea e costante. E’ il modo di concepire una reunion, con la carrellata dei successi che tutti pretendono. A rendere unico e forse anche speciale l’evento, però, sarebbe forse bastata anche una sola interpretazione differente, una variante nelle esecuzioni, o magari un inedito. Dopo vent’anni, musicisti di questa portata è strano che non abbiano voglia di uscire almeno per un minuto dal clichè sonoro e scenico che li cristallizza. Nessun dubbio sul fatto che questo sia il loro modo naturale di esprimersi. I tecnologici non sono degli improvvisatori (basti ascoltare il disco live pubblicato nel 2010, “Return To Eden”, per risentire, in modo assolutamente pedissequo, lo show del Vox, identico a quelli delle altre date del Tour europeo), ma almeno l’anima degli sperimentatori, anche con pochi accenni, avrebbe forse impreziosito un repertorio che per quanto amato, resta datato. Gli anni ’80 sono finiti da un pezzo, e dopo migliaia di ascolti, l’assuefazione a certe sonorità potrà sortire l’effetto nostalgia, ma non anche l’effetto sorpresa, che artisti di questo calibro possono sempre suscitare, se solo volessero.

La serata, che ha trovato diversi highlights – nell’esecuzione di “All Stood Still” scatenando il ballo robotico collettivo, o in quella di “Vienna” cantata benissimo da Midge Ure – si è chiusa con la pirotecnica e festosa “Sleep Walk” e le percussioni immancabili di “The Voice”, a degna conclusione di una performance prevedibile ma  di assoluto  rispetto,  senz’altro da ricordare.

Setlist: 01.  New Europeans 02.  Passing Strangers 03.  We Stand Alone 04.  Mr.X 05.  Vision’s in Blue 06.  Thin Wall 07.  I Remember (Death In Afternoon) 08.  Astradyne 09.  Rage in Eden 10.  Lament 11.  Hymn 12.  One Small Day  13.  All Stood Still 14.  White China 15.  Vienna  16.  Reap The Wild Wind 17.  Dancing With Tears In My Heart  18.  Love’s Great Adventure 19.  Sleep Walk 20.  The Voice

Giuseppe Basile © Geophonìe

Gazzetta di Modena 15.04.2010 (Recensione di Giuseppe Basile)

Gazzetta di Modena 25.01.2010 (Recensione Giuseppe Basile)

 

 

 

Comicoperando. Tributo a Robert Wyatt 06.03.2010, Modena, Teatro Comunale

E’ difficile spiegare le intenzioni di un gruppo ipercolto di musicisti riunitosi a sorpresa per esprimere l’arte di un illustre collega, altrettanto ipercolto, ma inimitabile, e  perciò difficilmente interpretabile.

“Comicoperando si propone di rivisitare e reinventare il repertorio di Wyatt, pur rimanendo radicato alla tormentata inventiva del compositore e del suo spirito iconoclasta”, si legge nella nota del catalogo illustrativo della rassegna “L’Altro Suono”, al Teatro Comunale di Modena.  “Il gruppo crea una diversità di stili e registri e presenta brani fondamentali, dagli esordi con i Soft Machine fino al più recente “sperimentalismo popolare” di Comicopera (2007), coprendo più di quarant’anni di storia musicale”.

Tributo a Robert Wyatt 037In realtà, lo stupefacente ensamble di musicisti sul palco, un nonetto di livello senza eguali, sembra invece vagare tra una voglia di libera interpretazione, espressa però con indecisione e titubanza, e un desiderio di restare nell’ambito, più modesto, del “tributo” al grande maestro e amico.

In certi momenti lo spettacolo decolla e appare intellettualmente onesto, anche se non brillante. In altri, la reunion degli amici di Wyatt volta a rieseguire i brani celebri, prende il sopravvento e diventa esercizio di stile, restando nei binari di una piatta normalità.

Difficile l’approccio a Robert Wyatt, già solo per sostituire, nell’esecuzione di qualsiasi sua composizione, la sua voce, unica al mondo, inconfondibile, inimitabile persino per Richard Sinclair, che per sue doti naturali al timbro di Wyatt  si è sempre avvicinato sino a mettere in difficoltà l’appassionato (nell’ascolto dei dischi anni 70 dei Caravan e dei Soft Machine si tendeva a scambiarli). La voce di Richard Sinclair poteva costituire l’alternativa giusta, forse l’unica possibile, per un’esecuzione degna di un tributo ai massimi livelli: ma Richard in tutto il concerto ha cantato poco, e quando lo ha fatto è parso freddo e ordinario, talvolta quasi pedissequo nel tentativo di cantare Wyatt senza rischiare.

Il rischio poteva risiedere nella scelta di discostarsi fortemente dall’interpretazione vocale originale  – esprimendo quindi una volontà sperimentale e molto “artistica” – e spingersi sino a stravolgerla; oppure, il rischio Richard avrebbe potuto decidere di correrlo interpretando vocalmente Wyatt nella più totale aderenza al modello, ma a quel punto, per farlo, doveva tirar fuori tutta l’anima e il pathos, l’intensità che Wyatt ha sempre profuso nel suo cantare: e questo rischio Richard è sembrato non volerlo o saperlo sostenere.

07bisE’ andata peggio a Dagmar Krause, altra grandissima interprete dell’ambiente wyattiano e fautrice delle sperimentazioni più estreme del Canterbury Sound con i suoi Henry Cow degli anni ’70. La Krause, già in naturale difficoltà per dover percorrere la strada inedita (e impervia) di un’interpretazione al femminile – tutta da trovare – per una composizione e una vocalità originariamente maschile, sembra aver incontrato una difficoltà ulteriore, costituita dai suoi limiti odierni: il suo cantato non rappresentava Wyatt, né lo rielaborava. E’ apparsa in difficoltà interpretativa nel brano “Maryan”, immensa armonia wyattiana che tutti hanno pensato bene di cantare coralmente, snaturando però quella vocalità esile e fragile che caratterizza la composizione.

Ma diversi brani celebri hanno mostrato una difficoltà interpretativa del gruppo e un’indecisione artistica. In “God Song”, in “Sea Song”, in “Calyx” è mancata l’idea risolutiva, o l’intensità, la drammaticità che solo Robert Wyatt sa infondere.

La più coriacea è apparsa Annie Whitehead al trombone, ma più per sue doti istrioniche e caratteriali che per un’effettiva sostanza sonora. Annie è stata la più brillante per presenza scenica e spirito di aggregazione, ma la sua carica suggestiva non ha del tutto colmato la sensazione latente di assistere a un progetto artisticamente lacunoso, o forse ancora in fase di sperimentazione e rodaggio.

Tributo a Robert Wyatt 041Gigantesco, invece, come sempre, è apparso Chris Cutler, il batterista degli stessi Henry Cow, dei Pere Ubu, dei Brainville 3 (con Daevid Allen e il compianto Hugh Hopper). Chris Cutler, sperimentatore puro capace di superare ogni limite concettuale, riesce a oscurare i propri comprimari anche quando non si avventura in avventure sonore estreme e funamboliche. E’ strepitoso anche quando riesce a tenere la sua batteria in riga, senza lanciarla in progressioni free inconcepibili. Le sue sonorità, a sostegno dell’intero ensamble, equilibrate e calibratissime, sono state, come sempre, celestiali, pur senza rinunciare alle ritmiche originali, a quella ricerca che fa di lui un pittore della batteria: i suoi tessuti ritmici sono affreschi, saggi di improvvisazione, di disciplina e di visioni interpretative trasversali e imprevedibili. Un genio assoluto.

Il concerto, dal punto di vista tecnico, ovviamente non poteva certo deludere. Perfetti son stati Cristiano Calcagnile alle percussioni e Gilad Atzmon ai fiati, brillante tanto nei duetti con la Whitehead  che nelle parti soliste. Ma anche Alex Maguire alle tastiere non poteva non costituire un elemento centrale per le sonorità espresse, decisivo nelle sue basi per caratterizzare la composizione wyattiana.

Sono mancati, insomma, un po’ di coraggio interpretativo e di interiorità a questi dotatissimi eroi di un’era musicale che si allontana sempre più, rispetto alla quale, forse, gli stessi artisti avvertono, per l’inesorabile avanzare dell’età, una distanza d’animo e una mutata disposizione artistica  produttiva di un approccio fondato su una diversa sensibilità.

Setlist: 1.Pataphysical Introduction, 2.September The Ninth, 3.Little Red Robin Hood Hit The Road, 4.Just As You Are, 5.Calyx,  6.Memories,  7.Alifib, 8.God Song, 9.Maryan, 10.Alliance, 11.Sea Song, 12.Dondestan 13.O Caroline 14.Forest

Giuseppe Basile © Geophonìe