Simple Minds

Artista: Simple Minds
Data: 03.07.2009
Luogo: Milano, Arena Civica, Milano
Copyright: Giuseppe Basile © Geophonìe

Simple Minds

Artista: Simple Minds
Data: 26.07.2012
Luogo: Modena, Piazza
Copyright: Guiseppe Basile© Geophonìe

JETHRO TULL

AMICHE DEL POMERIGGIO

Marta/Rei è lo pseudonimo di una studentessa liceale bolognese di 16 anni.  Questo suo racconto, “Amiche del Pomeriggio”, esperimento di scrittura visionaria, è il suo esordio narrativo ed esplora dimensioni personali non convenzionali  della comprensione, ove la  percezione di luoghi, significati e cognizioni della realtà si mescola all’instabilità adolescenziale e ad istanze interiori coltivate con la fantasia. 

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Io l’orologio non lo guardo mai. Per tutti è normale sapere che ora è, per me è il contrario, trovo normale non saperlo. Non porto l’orologio al polso, e quando lo portavo (mio padre e mia madre me ne hanno regalati più di uno, alle scuole elementari ) temevo sempre che all’improvviso qualcuno mi chiedesse l’ora esatta.  Non dico che non sapessi leggerlo, ma lo facevo con lentezza, dovevo contare, interpretarlo, era un’operazione che non mi riusciva in modo meccanico, immediato. Dovevo pensarci. Gli orologi con il quadrante senza i numeri mi mettevano il panico.  Quelli con solo i numeri delle ore, almeno, mi aiutavano, lasciandomi la fatica dell’interpretazione dei minuti.

Città Fraintesa (Giuseppe Basile © Geophonìe, Gen.2014)

E venticinque, e trenta, e quaranta ma quando erano “e quaranta” dovevo dire “meno venti”, chissà perché: forse solo per complicarmi la vita. C’è della cattiveria, pensavo, in questa pretesa che gli altri hanno di farsi dire le cose secondo delle convenzioni più complicate. Sono le tre e quarantatrè, dissi una volta. Le mie compagne di classe risero: “Scusa ma non sai dire: sono quasi le quattro meno un quarto?” Candidamente risposi: “no. In fondo, che differenza c’è?”

Ho sempre avuto la sensazione, sin da bambina, che non fosse tanto importante sapere certe cose, quanto saperle dire. Anche oggi, in questa scuola, c’è gente che viene premiata perchè sa usare così bene le parole che già solo questo basta. Usando le parole giuste, certe persone riescono a costruire un muro così solido che ti impedisce di scoprire se le cose che dicono le abbiano capite davvero. Una sorta di ipocrisia legalizzata, un falso didattico. Io, invece, che le cose le capisco benissimo, devo dimostrarlo, perché con le mie poche parole, e forse la mia timidezza, suscito il sospetto di non aver compreso davvero, fino in fondo, ciò che sto esponendo.

Il timore dell’orologio ovviamente è poi scomparso. Da quando, poi, tutti sono dotati di telefoni cellulari e vivono con gli occhi perennemente sgranati e sprofondati nei loro display, nessuno più ha motivo di chiederti che ora è. Io continuo a non chiedermelo mai, continuo a trovare normale non saperlo. La dimensione del tempo la vivo in un modo tutto mio, non so spiegarla. E’ una mia sensazione, forse anche confusa, incerta, ma la trovo normale. E’ la mia. E ci sono mattine, o pomeriggi, o giorni interi, in cui sento che il tempo non passa mai.

Al pomeriggio la città è completamente deserta. C’è solo il silenzio e la luce del sole che batte a picco sulle strade calde. E’ una città del Sud in estate, riconosco il Sud, so di essere al Sud, lo avverto. Anzi, sono certa di essere in Puglia, la riconosco. Sono originaria pugliese, mi sono familiari questi colori, questo caldo, le architetture, gli odori. Nelle prime ore del pomeriggio qui c’è l’abitudine di dormire. Le persone, stordite dal caldo, lasciano le strade e chiudono i negozi: per almeno due ore la città si svuota come fosse notte. Io vivo al Nord, nella mia chiassosa Bologna, città in cui alle tre del pomeriggio la vita è uguale a tutte le altre ore della mattina, tanto che non ci si accorge di alcuna differenza: solo con l’orologio puoi rendertene conto. Ma adesso sono qui, sola, in questa strada, e non so il perché. Forse sono in vacanza, mi sto riposando, sto staccando dalla mia quotidianità scolastica, quella in cui mi sembra di cadere come fossi in preda alle vertigini, stordita da tante parole. Mi avvicino a una vetrina e leggo: “orario di apertura 16:30 – 20:30“.

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© Vito Savino

Mi piacerebbe entrare e chiedere alla commessa dove mi trovo. E’ simpatica, l’ho vista mentre chiudeva il negozio e usciva. Se invece dovessi fare questa domanda a un passante mi sentirei a disagio. Perché? Trovo subito la risposta: quella ragazza mi è familiare, mi sembra un’amica, è come se la conoscessi già. Eppure non sono mai stata qui, niente mi è familiare qui. La vedo ancora nei pressi del negozio, sta uscendo da un bar, è l’unica persona che cammina per strada sotto questo sole. Viene verso di me e nel suo viso trovo una somiglianza: è tale e quale a un’attrice che per anni ho seguito con passione in tv, anzi, mi sembra proprio lei. Se davvero lo fosse, non riuscirei a dirle una parola, avrei il timore di fare una brutta figura. Devo sperare, allora, che non sia lei; Ma se questa ragazza, dunque, fosse una perfetta estranea, che differenza ci sarebbe tra lei o qualsiasi altro passante sconosciuto?

“Scusi, in che città siamo? Mi sono persa”. Chiunque si stupirebbe delle mie domande e mi guarderebbe con sospetto. Ma ci sono persone capaci di comprensione, e questo mi aiuta a sentire più leggeri i miei smarrimenti. Se questa ragazza assomiglia alla mia attrice, con quello stesso sguardo, lo stesso sorriso (anche se non l’ho ancora vista sorridere!), forse le assomiglia anche nell’animo. Magari è disponibile e gentile, mi capirà.

Siamo ormai di fronte, si è accorta di me e mi viene incontro. Sono ferma davanti al suo negozio, sto pensando a cosa posso fare per dirle qualcosa, ma lei mi precede e mi dice: “apre tra un’ora e mezza”, dando per scontato che io sia davanti alla vetrina in attesa della riapertura. “Grazie, ma non sono qui per il negozio”, rispondo. “Ah, ok, va bene. Speravo t’interessassi al mio negozio”, mi dice dispiaciuta, “ho proprio lo stesso tipo di vestiti che indossi tu”. Vedo che vuole mostrarmi qualcosa, mi indica la vetrina. Iniziamo a parlare. E’ lei che vuole parlare con me. Anzi, sembra proprio sia lei ad aver più bisogno di me. Apre il negozio, insiste, mi fa vedere e provare mille cose, camicie, maglie, gonne colorate.

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© Vito Savino

All’improvviso vedo che sta per piangere e le chiedo il perché. “Sono stata licenziata”, mi dice, “oggi. Tenevo molto a questo lavoro, mi piaceva. Andrò via, in un’altra città, qui non c’è lavoro per me, ma voglio dimostrare di saper vendere tutto il possibile, vorrei almeno questa soddisfazione. Sono tutti al mare con questo maledetto caldo. Non c’è nessuno in città. Tu sei la mia prima cliente da questa mattina”. Decido di acquistare le sue maglie più belle. Mi chiede: “Di dove sei?” “Vivo a Bologna”, rispondo io. Ci scambiamo gli indirizzi, dice che verrà a trovarmi. Prendo un biglietto da visita del negozio e solo adesso leggo il nome di Lecce, città pugliese dove non ero mai stata prima.

Sento ora il suono di una campanella, ma è la sveglia del mio cellulare: la faccio tacere. Ma poco dopo sento davvero il suono della campanella. Sono a scuola? Ho dormito in classe? Ho sognato? Mi sono persa un’altra volta. La campanella dice che l’ultima ora è finita. Ci sono giorni in cui nel mio liceo vengono organizzate delle lezioni pomeridiane. Io vi partecipo sempre, mi raccomandano di non perderle, anche se non so quanto mi siano davvero utili. La mia concentrazione vacilla, sento che dopo cinque ore di scuola, in cui ho già fatto la mia brava fatica per stare attenta a non perdere il filo, continuare in questo sforzo a volte mi produce una sensazione di straniamento, come un’ubriacatura. Non ho mai bevuto una goccia d’alcool, ma immagino come dev’essere. Ci si deve sentire storditi, come capita a me quando vengo accerchiata da tutte queste parole, parole, parole, e devo distinguerle e ricordare tutti i loro significati.

In queste ore confuse, tra sogni e realtà, mi manca tanto – e vorrei – un’amica del pomeriggio. Una tra quelle mie cantanti, meravigliose attrici e ballerine, una di quelle fate che mi tengono compagnia mentre guardo la tivù, e che all’improvviso magari mettono un piede fuori dal palco, oltrepassano lo schermo, allungano una gamba e poi l’altra ed escono dal video, con le loro belle scarpe calcano il pavimento che separa la televisione dal divano su cui sono seduta in silenzio, e vengono a sedersi accanto a me. Bussano alla porta della classe. La lezione è finita, ma con mia sorpresa entra una ragazza. Penso alla commessa del negozio di vestiti. Le assomiglia.

Marta/Rei © Geophonìe, 2014

Adattamento e rielaborazione del testo di Giuseppe Basile © Geophonìe Diritti riservati.

Ultravox. La Reunion al Vox di Nonantola (14/04/2010 Unica data italiana)

Era l’ultima tra le grandi band del decennio ’80 a resistere alle tentazioni nostalgiche e autocelebrative di questi ultimi anni in cui, tra revival, commemorazioni e ripescaggi, si è potuta rivedere l’intera scena musicale degli anni ’80. Di quella scena gli Ultravox furono senz’altro fra i più apprezzati interpreti e si attendeva da tempo, infatti, una loro ricomparsa nei circuiti della musica dal vivo.

Che tale probabilità fosse concreta era già chiaro dallo scorso anno, quando la band di Midge Ure si impegnò in un breve tour limitato al solo territorio britannico, e sebbene non circolassero ancora voci di una reunion in terra italiana si riteneva attendibile l’ipotesi di un tour europeo nel 2010. Il colpaccio l’ha messo ora a segno il Vox Club di Nonantola, tempio della musica emiliana, che si è assicurato l’unica data programmata per l’Italia, il 14 aprile.

Il concerto, di altissimo livello tecnico, costituirà un evento di grande valore artistico, ma anche di portata storica.

Gli Ultravox, infatti, hanno calcato i palchi italiani in rare occasioni e sono assenti (nella loro formazione originaria) dal lontano 1984. Nel territorio emiliano è rimasto vivo il ricordo di una loro storica esibizione, quella del 6 settembre 1984 a Bologna, in occasione del loro più celebre tour europeo che li consacrò definitivamente all’attenzione del grande pubblico (tre mesi dopo vedemmo Midge Ure dirigere a Londra il noto gruppo “Band Aid”, la formazione che raccoglieva i più grandi artisti britannici del momento per eseguire “Do They Know it’s Christmas”, brano simbolo del famoso Live Aid del 1985 durante il quale lo stesso Midge Ure si esibì sui palchi di Wembley e di Filadelfia riscuotendo un successo planetario).

Ma dalle segrete stanze dei collezionisti emergono oggi rare tracce di altri passaggi in terra emiliana, anche precedenti a quell’acclamato concerto bolognese. Sul web si rinviene traccia di una loro esibizione il 2 novembre 1981 al Palasport di Rimini, forse il loro esordio assoluto in terra italiana. Successivamente, nel dicembre 1981, la band si esibì, secondo alcuni il 2 al Palalido di Milano (ma il sito di Midge Ure, www.midgeure.com, nella sezione “Gigografy”, indica la data del 6 dicembre), il 3 al Palaeur di Roma, il 4 fu nuovamente sul palco del Palasport di Bologna e il 5 al Teatro Tenda di Torino (la nostra Associazione ha reperito, infatti, materiali audio amatoriali che testimoniano alcune di queste performance).

Del Tour denominato “Quartet” del successivo 1982 non si hanno notizie circa un passaggio in italia. Il successo, in ogni caso, è quello che arriva nel 1984, col Tour europeo che partì da Taranto il 2 settembre (prima assoluta europea, al Tursport Club) e toccò altre città italiane, (Nettuno, Stadio Comunale il 4 settembre, ancora Bologna e poi Genova, rispettivamente il 6 e 7 settembre).

Gli Ultravox si rividero in seguito in occasione del Tour che prese il nome di “U-Vox”, nel 1986: delle date italiane si rinviene traccia nel sito di Midge Ure, che indica numerosi concerti italiani: “17.11 Modena Palasport, 18.11 Torino Palasport, 19.11 Firenze Teatro Tenda, 20.11 Roma Teatro Tenda, 21.11 Napoli Teatro Tenda, 23.11 Taranto Tour Sport – (ndr: data errata, il concerto di Taranto fu solo quello del 2 settembre 1984, ampiamente documentato nel nostro libro “80, New Sound, New Wave”, Geophonìe Ed., 2007) – 24.11 Chieti Palasport, 25.11. Padova Palasport, 26.11 Milano Rolling Stone, 27.11 Gorizia Palasport”.

Il 1986 fu l’anno dello scioglimento della band che perse il batterista elettronico Warren Cann, a seguito (pare) di contrasti con Midge Ure. ll gruppo sostituì Cann con Mark Brzezicki dei Big Country, col quale terminò le registrazioni dell’album “U-Vox”, ma lo scioglimento era alle porte (e già dall’anno precedente, il 1985, infatti si registravano le prime uscite discografiche soliste dei componenti della band, come “The Gift” di Midge Ure, e le collaborazioni di Bill Currie, violinista e anima del gruppo, con altri artisti).

La band, dunque, non potè reggere alla scissione tra Ure e Currie il quale, poi, solo nel 1993, detenendo i diritti del marchio, provò a riesumare il nome Ultravox unendosi con il cantante Marcus O’Higgins. Il tentativo andò avanti fino al 2003 con tre album di scarso successo.

Il 6 novembre 2008, finalmente, è stata annunciata attraverso il sito ufficiale della band, una reunion dei 4 membri originari, (Currie, Cann, Cross e Ure), con il tour britannico nel 2009.

Negli anni di assenza della band dalle scene, è capitato più volte di vedere i singoli artisti in giro per l’Italia, anche nell’area padana. Nel gennaio 1998 Midge Ure solista fece un breve Tour italiano (il 16 al Rolling Stone di Milano, il 17 all’Air Terminal di Roma, il 18 al Teatro Medica di Bologna e il 20 al Big Club di Torino). Il 21 febbraio, sempre nel 1998, lo rivedemmo al Teatro Tenda di Firenze (erano gli anni di “Breathe”, il suo fortunatissimo singolo che fu utilizzato per una pubblicità internazionale degli orologi Swatch). Dopo un paio d’anni, il 25.11.2000 Midge fece nuovamente tappa a Milano per un’esibizione all’Alcatraz.

Il primo leader degli Ultravox, John Foxx, anch’egli molto amato in Italia, lo vedemmo in versione solista il 13 aprile 2007 alla Pandurera (una struttura polifunzionale tra Cento e Ferrara) e il 18 ottobre 2008 a Marghera (sul palco della Fucina Controvento). In quegli anni Foxx presentava al pubblico gli album “Tiny Colour Movies” e “Impossible”, lavori realizzati in quel periodo.

Gli Ultravox sono ancor oggi considerati dei creatori di particolare originalità, tra i pochissimi della scena new wave che riuscirono a fondere le sonorità robotiche e tecnologiche dei primi ’80 con quella vena melodica e romantica che le nevrosi ritmiche del punk e l’elettronica pionieristica avevano offuscato nell’Inghilterra di fine ’70. Il loro sound, futurista e decadente, restituì alla nuova ondata di artisti britannici un approccio incentrato sulla ricerca della composizione, prima che della pura sonorità.

(Giuseppe Basile per Gazzetta di Modena, 25.01.2010).

vedi anche in Geophonìe – Recensioni: Ultravox – Cronaca del concerto del 14.04.2010, di Giuseppe Basile per Gazzetta di Modena 15.04.2010.