Gli Archivi fotografici di Paolo De Siati rappresentano la più ampia e organica raccolta esistente di immagini della Taranto del ‘900, un autentico tesoro documentaristico. Un ritratto della società jonica, dei suoi stili di vita e di un mondo economico e culturale ormai estinto.
Paolo De Siati (25.1.1895 – 27.10.1960), tarantino, è un nome noto nel mondo della fotografia di cui ancora si sente parlare, nonostante sia scomparso oltre cinquant’anni orsono.
Spesso, infatti, la sua opera fotografica ha suscitato attenzione e interessi, sia per il suo indubbio valore illustrativo e documentaristico del territorio pugliese e di Taranto in particolare, sia anche per questa sua attitudine rievocativa e di testimonianza di un’epoca, con tanti scatti memorabili che descrivono costumi e stili di vita della prima metà del ‘900.
Vi sono, in effetti, negli archivi De Siati, immagini di Taranto assolutamente uniche, molte delle quali sono poi entrate a far parte dell’iconografia della città, grazie soprattutto all’attività commerciale del suo negozio di ottica sito in Taranto alla via Di Palma angolo via Pupino. In quello storico esercizio commerciale, gestito dai figli fino alla sua cessazione del 1995, molte di quelle immagini vennero custodite e diffuse, spesso anche gratuitamente, ad amatori, alla stampa e all’editoria, trovando quindi la loro giusta e meritata notorietà.
Ma l’attività fotografica del Paolo De Siati puro fotografo, artista e sperimentatore, rigoroso artigiano dell’immagine, non ha incontrato particolari occasioni per essere svelata al grande pubblico come è avvenuto per l’attività documentaristica. Uno studio dedicato ai suoi lavori privati, ai ritratti di gente comune, ai paesaggi in bianco e nero degli anni ‘30 e ’40, consentirebbe oggi di cogliere la qualità fotografica di certe istantanee, frutto di lunghe prove e di soluzioni tecniche, sia in fase di realizzazione che di stampa.
La collezione privata della famiglia De Siati, infatti, costituisce un esempio più unico che raro dello stato dell’arte fotografica nell’Italia della prima metà del ‘900. Attraverso lo studio delle sue immagini si scoprono, talvolta, scelte operative, correttivi e ritocchi artigianali, stili d’immagine: tutte cose realizzate con i mezzi di allora. Ma si scorge anche la modalità antica del lavoro di fotografo, il suo approccio alla macchina tutta meccanica, senza aiuti, tutori, autofocus, misuratori della luminosità. La macchina fotografica era un congegno muto, che solo la mente del fotografo poteva condurre. Riuscire a ottenere da quelle strepitose ottiche la massima resa era una scommessa da vincere solo con l’ausilio delle proprie conoscenze e capacità.
Appostarsi dietro l’obiettivo e attendere: che una certa luce diventi più morbida, che la nuvolosità vada a diradarsi, che certi riflessi del sole non risultino molesti. Questo era (anche) il mestiere del fotografo professionista. La fotografia del passato, sino all’avvento della macchina digitale, era il prodotto di lunghe attese, di ritorni sul luogo dello scatto, di ripetute prove. Si cercavano le condizioni ottimali per ottenere un dato effetto. La luce dopo il temporale, il controluce di un pomeriggio assolato, il contrasto tra luci e ombre. Ombre lunghe, raggi di sole obliqui e fendenti, nuvole basse, cieli azzurri e nitidezze da brivido. L’arte fotografica consisteva, prima di tutto, nel saper aspettare. L’attesa paziente, la tenacia, erano il requisito iniziale necessario per poter scattare l’istantanea immaginata. Se la natura e la fortuna soccorrevano il fotografo, offrendogli le condizioni sperate, l’opportunità doveva sposare la prontezza, la tempestività, il ricorso a chiare cognizioni tecniche per far sì che quel dato momento, quella specifica posa, venissero catturate.
A volte la fotografia realizzata dopo estenuanti appostamenti, tentativi falliti, occasioni sprecate, esperimenti sbagliati, assomigliava alla pesca: l’attesa, la rapidità del momento, la concentrazione nel cogliere l’attimo. L’immagine era la preda. Ma a differenza della pesca, qui non bastava accaparrarsi la preda catturandola alla meglio. Catturare un’immagine vuol dire, talvolta, catturare un dettaglio di quell’immagine. La folata di vento improvvisa sugli alberi d’autunno. Il banco di nebbia minaccioso sulle rotaie del treno. L’atterraggio degli uccelli sul campo incolto alle prime luci del mattino gelido, fra le ultime ombre torbide della notte che se ne va. Tutto questo è produzione fondata sulla dedizione.
Oggi è molto più semplice. Con la post produzione si arriva a fare quello che nel momento creativo originario non si è saputo o voluto fare. Una grande conquista della tecnica. Rileggere oggi certe immagini di Paolo De Siati dopo aver acquisito la pratica della post produzione, del ritocco, dell’elaborazione, produce emozione e stupore. Proprio per la facilità con cui ormai si riesce a intervenire sull’immagine sino a stravolgerne la sua stessa essenza, si comprende la difficoltà sottesa ad uno scatto degli anni 30 in cui certi dettagli volutamente risaltano. Questione di costanza, di tecnica, di immaginazione della resa finale.
La fotografia del passato dimostra quanto fosse importante prefigurarsi un certo effetto, per poterlo efficacemente realizzare. Oggi quello stesso effetto lo si produce con mille prove in laboratorio, persino in modo involontario. E questo dimostra quanto fosse grande la capacità visiva e tecnica dei fotografi del passato nel prefigurarsi quel dato risultato e nel cercarlo intenzionalmente.
Il lavoro di Paolo De Siati, dopo le produzioni dell’Editore Schena (1994) e delle Edizioni Archita (2002), si spera possa tornare alle stampe. L’Associazione Geophonìe, se officiata dagli eredi De Siati, ne sarebbe grata e orgogliosa.
Pubblichiamo un breve testo che a fine 1994 venne scritto da Jolanda Pavone e letto in pubblico da Lucilla Pavone – nipoti di Paolo De Siati – in occasione della presentazione del volume “Taranto nelle foto di Paolo De Siati” (ISBN 88-7514-701-9) realizzato da Roberto Cofano per l’Editore Schena. La presentazione avvenne a Taranto in una sala del glorioso Bar La Sem di via Giovinazzi.
Ricordo di mio nonno, Paolo De Siati.
A cent’anni dalla nascita di Paolo De Siati, la pubblicazione di un libro che raccoglie alcune delle sue foto più belle è il modo migliore di ricordarlo.
Don Paolo, “Malatièmpe”, mai nomignolo fu più azzezzato, amava il grigio, maschera dietro la quale si nascondono gli uomini fatti di concretezza e di ideali. Lo amava in tutte le gradazioni, quello delle giornate piovose e della vita attiva, dei mattini freddi e dell’altruismo, delle difficoltà e delle soddisfazioni che derivano dal farvi fronte. Di ciò testimoniano le sue fotografie, nitide ed eloquenti, e la sua vita, sobria e coraggiosa. Sempre pronto a sfidare le incertezze del domani, mio nonno era pronto a rimetterci di tasca propria, quando le cose fossero andate male. Era generoso con tutti e, nel lavoro, animato da passione, creatività e inventiva. Era simpatico e gioviale, un po’ mattacchione, proprio come il figlio Lillino, mio zio, che da un ritratto satirico nel negozio di via Di Palma a tutt’oggi cerca, con la lente d’ingrandimento, una città che ancora non riesce a trovare: la nostra città, lontanissima ormai da quella che accolse don Paolo e la sua lunga avventura.
Taranto, e le foto che la ritraggono, si rincorrono nei miei pensieri fino a fondersi in un unico quadro, ricco di bianco e nero, di chiaroscuri e affetto. Ne sono artefici mio nonno e la sua opera, artefici che mi consentono di tuffarmi nel passato mentre guardo al futuro ed all’oggi, senza limiti di spazio e di tempo oltre quelli delle sue fotografie. Sarà anche il conoscerne l’autore, ma osservare una foto di don Paolo è come salire sulla macchina del tempo. Gustarne una raccolta intera, poi, fa andare a cavallo della storia e dominarla. In quelle foto austere e pulsanti c’è tutto Paolo De Siati, le sue giornate, la sua vita. Immagino il suo orgoglio nel constatare il seguito di cui gode l’opera che ci ha lasciato, crescente e ininterrotto nel tempo.
La vitalità delle immagini coincide con la passione di chi riesce a tradurle in fotografie. E queste riflettono l’animo del fotografo. Mio nonno vedeva il mondo attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, e viveva pronto a fermarlo con uno scatto, qualsiasi cosa facesse. Si trattasse di momenti futili o importanti, di immortalare persone o vie o piazze, di fissare attimi predisposti oppure colti all’improvviso, don Paolo c’era, sempre. Pronto a regalare qualche frammento di vita vissuta ai posteri.
Sono cresciuta specchiandomi nelle fotografie raccolte nel libro ed in mille altre, ugualmente significative, che non vi hanno trovato posto. Tutte appartengono, senza distinzioni, ai miei sentimenti e ai miei ricordi.
Grazie nonno.
Ringrazio l’Autore Roberto Cofano, Giovanni Acquaviva, Ornella Sapio, l’Editore Schena e quanti hanno consentito la pubblicazione del libro, dallo stesso autore dedicato a mio zio Lillino, per il suo prezioso contributo.
Concludendo voglio ricordare proprio zio Lillino, prezioso sempre, come sanno molti di voi avendolo conosciuto e frequentato. Zio Lillino amava la musica, gli amici e la compagnia non meno della sua vecchia e fedele camera oscura. Amava la vita come nonno Paolo, e così voglio ricordare entrambi. Amava e custodiva gelosamente le raccolte di fotografie paterne, che ben volentieri, però, ha messo a disposizione dell’autore per la realizzazione di questo libro.
Jolanda Pavone
(a nome dei figli di Paolo De Siati: Davida, Giovanna, Erasmo, Elena e Giulia)
Connie, Post- pensieri (Facebook, 2014)
07/06/2014 E’ proprio vero…negli occhi dei genitori il tempo non scorre…e i figli restano sempre quei bambini che sono stati, che ci hanno assediato amabilmente la vita, mentre erano, e non lo saranno più, soltanto nostri
07/06/2014 La leggerezza è la vera essenza delle felicità. Sentirsi appagati perchè non si possiede nulla al di fuori dell’attimo che si sta vivendo. Lasciarsi avvolgere, non opporre resistenza, respirare la vita che ci accarezza come la seta e poi sorridere, non sentire più il peso dei pensieri, amare
07/06/2014 Amo l’attesa perché erotizza, perché è adrenalinica, col fiato corto. E’ il punto di contatto tra la rappresentazione di ciò che non è ancora accaduto, e forse accadrà, e l’incombenza, ancora immaginata e inventata, della realtà 
06/06/2014 ” Intanto si perdono cose, si perdono attimi di vita, emozioni, sensazioni, odori. A volte persone….Poi invece qualcuno si ritrova, basta voltarsi, basta guardare nella direzione giusta. “Lights will guide you home and ignite your bones…”
16/05/2014 Imparare ad assaporare la vita dalla coccinella. Mentre si aggrappa tenacemente al filo d’erba con le sue zampine, sfidando la gravità, ci insegna che la vera felicità è nel qui e ora: “riuscire a stare ben saldi a terra, ma essere capaci di prendere il volo verso un mondo superiore di armonia e di bellezza”.
5/4/2014 – La nostra anima e’ una combinazione di entità differenti di età diverse che convivono pacificamente: dai bambini che siamo stati ai vecchi che diventeremo – (Irene Nemirowsky)
30/03/2014 – La felicita’ somiglia a delle vacanze in riva al mare in un’estate piovosa e anche se solo l’ultima giornata e’ stata bella, essa basta per rimpiangere l’estate intera – (Irene Nemirowsky)
07/03/2014 – La felicità e’ l’unico sentimento di cui rimane traccia nella nostra labile memoria, e a volte vi lascia un segno talmente profondo da somigliare a una ferita (Irene Nemirowsky)
15/02/2014 Accade spesso che i gesti esteriori e gli atteggiamenti affettuosi del nostro corpo restino immutati anche quando i sentimenti sono cambiati nel profondo
13/02/2014 …Nulla si conosce interamente finché non vi si è girato tutt’attorno per arrivare al medesimo punto provenendo dalla parte opposta…. Pollice su per Schopenhauer
13/02/2014 “…Ho fatto i conti con un pezzetto di esperienza, Warnie. L’esperienza è una maestra brutale. Ma si impara.. mio dio quanto si impara” (dal film Viaggio in Inghilterra)
13/02/2014 “Il dolore di oggi fa parte della felicità di ieri” (dal film “Viaggio in Inghilterra”)
13/02/2014 Invidio ai programmi informatici il tasto “elimina lo step precedente”
13/02/2014 …non oltrepassare la linea gialla…
26/01/2014 Con la verità si può avere solo un contatto, senza mai possederla.
01/01/2014 Intanto, per cominciare, oggi splende un sole magnifico su questo 2014 tutto da scrivere…e quanto vorrei scrivere…vorrei riempire i giorni come bicchieri ricolmi, come cassetti che non si chiudono, come i cieli della notte di San Lorenzo
© Geophonìe
Le idee, e le aggregazioni umane attorno ad esse, talvolta si formano e si sviluppano in modo del tutto occasionale, per puro caso o per contingenze specifiche. L’Associazione Culturale Geophonìe vide la sua genesi per far fronte a una contingenza imprevista.
Era il 2007, e già da un anno lavoravamo a un progetto editoriale volto a riesumare una storia di cultura musicale locale: dopo aver rovistato tra fotografie e cronache di stampa d’epoca che illustravano una serie di concerti rock realizzati a Taranto e in Puglia negli anni ’80, avevamo infatti deciso di utilizzare questo materiale per la realizzazione di un volume documentaristico.
Mentre il nostro lavoro di autori procedeva e prendeva forma, tuttavia, alcuni editori amici espressero delle perplessità in ordine alla possibilità di utilizzare liberamente tali reperti fotografici e di stampa. A fronte delle esitazioni manifestate dai gruppi editoriali interpellati, dovemmo convenire sulla difficoltà di pubblicare il nostro lavoro fotografico in assenza delle necessarie liberatorie previste dalla legge 633/1941 sul diritto d’autore.
Lo scopo di lucro, infatti, che caratterizza e qualifica la natura stessa dell’attività editoriale quando viene svolta in forma imprenditoriale, preclude quella “libera utilizzazione” di testi e immagini che era nelle nostre intenzioni.
Fu così che, per ovviare a questo ostacolo, ci ritrovammo a costituire un’associazione culturale senza scopo di lucro, in modo da poter attingere a patrimoni fotografici e di stampa utilizzabili in pubblicazioni caratterizzate da finalità scientifiche, didattiche, culturali.
L’Associazione, che denominammo Geophonìe, orientandola verso i nostri interessi musicali, ha raccolto, anche a seguito della nostra prima pubblicazione (“80 New Sound, New Wave”) testimonianze di gruppi di appassionati, desiderosi di raccontare storie private e di comunità ristrette.
Alle prime storie pervenute, per lo più legate alla musica e agli ambienti di provincia in cui tali piccole comunità umane erano fiorite, ne sono seguite altre, provenienti da ambienti del tutto differenti. C’è chi ha raccontato vicende belliche vissute con gruppi di militari poi rimasti in contatto, chi ha illustrato storie di comunità scolastiche, chi invece ha aperto archivi fotografici privati mostrandoci testimonianze di luoghi, stili di vita passati e rievocando culture circoscritte.
Attraverso questi contatti ci siamo accorti che un’esigenza di questa nuova società globalizzata e pluriculturale è quella di far convivere, accanto ai grandi disegni della macro-storia, storie minime che rappresentano l’identità della gente comune in un quotidiano passato o presente.
In questi anni è accaduto frequentemente che dopo l’interesse alla ricostruzione di tematiche storiche di ampio respiro, sia fiorita poi una letteratura incentrata sugli effetti e le ripercussioni che i grandi eventi hanno prodotto nella vita pubblica o privata di micro realtà sociali. Ne sono un esempio i libri di Gianpaolo Pansa sulle vittime della guerra mondiale dal versante dei vinti, o quelli sulla cultura hippie nelle realtà della provincia italiana degli anni ’60 e 70’, o ancora, quelli sulle economie rurali e locali all’alba o al tramonto di grandi scelte economiche e di pianificazione in certe aree.
Quello che ci ha colpito è stata l’esigenza di certi testimoni del tempo di affidare a una nuova editoria storie preziose e nascoste, storie private ma emblematiche, difficilmente utilizzabili da una grande editoria commerciale, ma assolutamente significative in ambiti culturali più ristretti.
Abbiamo allora pensato che le culture di tante micro realtà e di tante comunità umane circoscritte potrebbero oggi, grazie a iniziative editoriali sostenibili, trovare una meritata visibilità, sia attraverso pubblicazioni telematiche, sia mediante i sempre amati libri cartacei la cui produzione oggi è favorita da possibilità tecniche di minor costo.
Geophonìe, dunque, si propone per una nuova progettualità, sempre fondata su logiche associative e finalità non lucrative.
L’associazione tra autori per avvalersi di servizi comuni e per gestire direttamente, come un editore, il proprio lavoro costituisce una nuova opportunità offerta dalla civiltà del Web.
Si è discusso a lungo in questi ultimi anni di come l’Era del Web abbia sdoganato gli aspiranti scrittori, gli autori della domenica, i poeti e i pensatori di ogni qualifica e grado. La Rete li ha resi liberi di proporsi al mondo, di mescolarsi con le menti dotte e professionali: ha offerto loro una sospirata legittimazione, ma ha provveduto a farli scomparire nel magma delle pagine telematiche sin dal momento successivo al loro primo insediamento. Per una sorta di curioso paradosso, il traguardo della libertà più assoluta di espressione e di visibilità ha coinciso con l’istantanea conquista dell’anonimato.
Qualcosa di analogo è avvenuto nel mondo dell’immagine fotografica.
“L’avvento della macchina digitale ha applicato la democrazia al mondo della fotografia”, diceva un neofita delle digitali. Tutti, ora, possono diventare fotografi. Bastano diecimila scatti con tutti gli esperimenti possibili, dal controluce alla sovraesposizione, dalla doppia esposizione all’immagine in movimento, mossa, alterata, dall’inquadratura sbilenca, storta, tagliata, al primo piano deformante.
Dopo diecimila prove a costo zero, magari in pochi giorni, si possono serenamente licenziare schiere di fotografi professionisti armati di costose e inaccessibili attrezzature: in passato, per potersi affrancare dalla dittatura dei professionisti, il fotografo amatoriale impiegava qualche decennio, vista l’incidenza della foto sbagliata sui budget di spesa: circostanza, questa, che induceva gli sperimentatori a sperimentare il meno possibile e a perseguire lo scatto più sicuro e collaudato.
Le fotografie sbagliate erano quelle da cui, casualmente, si imparava qualcosa.
Ogni nuova nozione, sempre appresa involontariamente, grazie a un errore non voluto, produceva un costo.
Anche l’accesso al mondo dell’editoria libraria, spesso, comportava un costo.
Oltre al costo propriamente economico, tante volte sopportato dall’autore, in tutto o in parte, vi era un costo meno tangibile, ma forse anche più frustrante: quello costituito dalla totale perdita della propria opera, dall’estromissione dell’autore dalle scelte promozionali, distributive, di marketing. Una volta partorita la propria creatura, l’autore si vedeva costretto a separarsene, ad affidarla alle cure non sempre amorevoli di un imprenditore facoltoso. L’opera veniva così lasciata al suo destino. Non restava che confidare nella buona sorte e nella speranza che quel nuovo padrone, cui l’opera era stata affidata, fosse un buon padrone.
Solitamente l’editore utilizzava l’opera per un tempo limitato (pur avendo acquistato i diritti per un tempo ben più lungo). Provava a promuoverla nei propri circuiti già collaudati e se il lavoro mostrava una certa attitudine al successo, lo coltivava a proprio esclusivo vantaggio (forte, anche, delle minime percentuali dovute, ove pattuite, in favore dell’autore, e correlate, peraltro, a dati di vendita difficilmente verificabili dall’autore stesso).
Se il prodotto invece incontrava una certa resistenza sul mercato, lo cestinava o lo lasciava comunque in disparte. Molto spesso l’editore, che pure individuava strade diverse più fruttuose per l’affermazione del lavoro, decideva di non percorrerle perché alternative al proprio circuito già collaudato, più costose, più scomode. L’autore, così, privato di ogni possibilità di seguire la propria creatura, di accompagnarla sul mercato attraverso i canali più adatti all’affermazione del proprio lavoro, non poteva che rassegnarsi a vederlo affievolire sino al dimenticatoio.
L’avvento e l’evoluzione di internet hanno sicuramente rappresentato un momento di riscatto per gli autori, sino a quel momento costretti a soggiacere come parte debole alle dinamiche di un rapporto contrattuale spesso impari. Ma il problema che si è subito posto all’attenzione di tutti gli utenti della nuova fruizione globale è stato quello di trovare una collocazione, una riconoscibilità. La visibilità, infatti, è stata una conquista di proporzioni inimmaginabili, ma nel momento in cui essa è divenuta appannaggio di chiunque, ha riportato tutti ai nastri di partenza.
In una civiltà della comunicazione tradizionale, fondata su un mercato verticale dominato dai grandi padroni dell’editoria, della stampa e dell’immagine, chi riusciva ad essere prescelto e proiettato verso il pubblico si giovava di una visibilità che a tutti gli altri era preclusa. Sottrarsi a questo mercato verticale, obiettivamente, se è stata una sicura conquista, d’altra parte ha nuovamente azzerato le distanze, lasciando ciascuno nella propria solitaria attività di autopromozione, alla ricerca, dopo la visibilità, di un’occasione di identificazione.
L’Italia, paese in cui notoriamente si legge poco, è sempre stata un luogo produttivo di notevoli slanci espressivi, specie letterari e artistici. Allo scarso consumo di prodotti editoriali si contrappone, infatti, da sempre, la fortissima esigenza di un mondo sommerso, quello degli autori, interessati a introdurre il proprio lavoro, amatoriale o professionale che sia, in un circuito che possa in qualche modo affacciarsi al mercato.
La pubblicazione autonoma dei propri scritti, nei vari blog e nei siti di tutti i generi, ha senz’altro appagato una moltitudine di autori e utenti, ma una necessità di fornire un involucro nobile e un’anima a certe tipologie testuali è risultata immanente nel panorama delle forme espressive, a dispetto di tutti i nuovi supporti frattanto affermatisi nella fruizione quotidiana.
La freddezza della pagina telematica, la sua mancanza di fisicità, la sua triste similarità alle infinite pagine web, anonime, impalpabili, l’assenza della sensazione del possesso e quindi l’impossibilità di coltivare il culto feticistico con il libro-oggetto, hanno restituito al volume cartaceo una nobiltà e una spiritualità che era stata pregiudizialmente, e frettolosamente, posta in discussione.
Se la pagina web assolve a una funzione di conoscenza non inferiore a quella di un libro, sembra prevalere, però, una concezione della conoscenza attraverso la Rete finalizzata più alla consultazione che alla conservazione. Che vi siano siti documentaristici di natura archivistica non è una circostanza, a nostro avviso, idonea a smentire questa diversità di vocazione o utilizzazione del supporto web rispetto al supporto libro: il sito-archivio, la banca dati, sembrano rispondere ad un’esigenza documentaristica e gestionale destinata a una generalità di utenti, ben diversa da ciò che costituisce il proprio archivio personale, ovvero la propria libreria domestica e tutto quello che essa per ciascuno di noi rappresenta.
Si è riproposta, dunque, la dinamica del rapporto autore-editore, ma in un contesto ormai assai diverso da quello tradizionale. Oggi il mondo della produzione è orizzontale, e un’editoria verticale, fondata sulla scelta arbitraria degli autori ammessi nel grande circuito incontra comunque, nel mercato, dinamiche diverse che in passato non esistevano. Gli spazi si sono notevolmente allargati e una produzione orizzontale, spontanea, indipendente si è inevitabilmente affermata occupando nuovi spazi sino a divenire sterminata.
Ma ciò che è cambiato, soprattutto, è il rapporto tra l’autore e i propri scritti che può svilupparsi ora contemporaneamente in una realtà telematica accanto a quella tradizionale “cartacea”. Il libro, edito dall’editore, trova nell’autore, finalmente, un sostenitore attivo, un promotore del prodotto sulla Rete e questa possibilità di promozione e di affiancamento può essere svolta attraverso ulteriori interventi testuali dell’autore stesso (o di altri), può dare luogo a una molteplicità di iniziative a corredo del prodotto principale.
Il contenuto dell’attività editoriale è spesso frainteso o poco conosciuto. C’è chi confonde l’editore con lo stampatore, col distributore, col venditore finale. L’editore è colui il quale coltiva e mantiene i contatti commerciali, sostiene gli autori e le loro opere, promuove i prodotti attraverso la stampa e la pubblicità, individua e sviluppa alcune linee guida della produzione, mentre tutto il resto (stampare, distribuire, vendere) è un servizio esterno di cui si avvale.
Oggi si sta finalmente profilando un’inedita coesione tra editori e autori: se stampare, distribuire, vendere, sono servizi reperibili al di fuori della specifica attività editoriale, il lavoro di promozione di un’opera letteraria può divenire anche un momento di crescita comune e di cogestione.
L’Associazione Culturale Geophonìe che abbiamo costituito fra Taranto e Modena nel 2007, vuole sperimentare un progetto di autoproduzione da parte degli autori mettendo a disposizione di tutti gli aderenti una serie di servizi (quali la distribuzione, la fatturazione, la registrazione del volume e del relativo codice ISBN, il Copyright in favore degli autori stessi, la gestione del prodotto, ed eventualmente la consulenza nella fase di realizzazione, dai contenuti alle scelte tecniche e ai relativi costi).
L’idea del consorzio di autori, che si sostituiscono all’editore tradizionale per divenire editori di sé stessi, non è nuova nel mondo culturale italiano: non implica la partecipazione ai progetti degli altri autori aderenti al meccanismo associativo, né impone obblighi, responsabilità economiche o giuridiche, o comunque interazioni fra le varie iniziative. E’ solo un’idea volta a favorire un rapporto diretto tra l’autore e il proprio lavoro, dalla sua fase della creazione sino alla pubblicazione, alla successiva promozione, e dunque alla crescita del lavoro e dell’autore stesso.
Poter essere in grado di controllare i modi e le forme di questa crescita, senza essere spossessati della propria creatura artistica, è a nostro avviso il sogno di tutti quegli autori che per la necessità di procacciarsi i servizi necessari alla realizzazione del proprio prodotto, sono poi costretti a disfarsene.
La nostra associazione vorrebbe fornire una gamma di possibilità di realizzazione del prodotto, una distribuzione nazionale, una visibilità in rete, consente (e, anzi, sollecita) un controllo e una promozione da parte dell’autore, favorisce una crescita generale attraverso ogni iniziativa opportuna, e lo fa senza alcuno scopo di lucro. Il lucro, se c’è, è questione che riguarda esclusivamente l’autore che lo gestisce attraverso la struttura associativa.

© Geophonìe
Ci sono libri che andrebbero letti svariate volte per essere apprezzati nella misura che meritano. Talvolta, infatti, accade di cogliere tratti e sfumature sottese alla narrazione che solo una visione dell’opera nel suo insieme consente di riconoscere. Questo effetto in genere è volutamente prodotto dagli autori, ma in certi altri casi è una sorta di valore aggiunto che si autoalimenta nella promiscuità di temi e argomenti, nella ricchezza e diversità dei materiali documentaristici, si nutre dei contrasti che la sola lettura completa fa emergere, veste nuove forme e rivela contenuti ulteriori. La polifonìa produce e moltiplica le suggestioni che il libro vuol suscitare: questo valore aggiunto è la sua intrinseca vitalità.
Credevo di poter recensire CORREGGIO MON AMOUR nel giro di pochi giorni, ma l’ho tenuto in mano per mesi. Ogni volta che mi accostavo alla sua lettura sprofondavo con stupore nella (ri)scoperta di storie, atmosfere e ricordi, ma anche in una sorprendente acquisizione di notizie mai sufficientemente diffuse, in uno straordinario viaggio a ritroso tra fatti, circostanze, aneddoti che spiegano quanta fatica, dedizione e amore possano essere riposti, talvolta, nella realizzazione delle proprie aspettative, dei sogni personali e collettivi, quantà volontà occorre per affermare una propria personalità e dare al mondo tutto ciò che di noi stessi sentiamo il bisogno di trasmettere.
Quasi 500 pagine scritte da circa 80 autori: “un libro polifonico, un’indagine a trecentosessanta gradi sui linguaggi giovanili, sulle radici e sulla musica a Correggio dagli anni sessanta ad oggi” , dice la nota di copertina. “Attraverso articoli, interviste, saggi, racconti e testimonianze dirette si ricostruisce il quadro dello sviluppo musicale della nostra città sullo sfondo reggiano, emiliano, nazionale”. A prima vista lo si potrebbe scambiare per un mero saggio documentaristico, per lo più orientato all’illustrazione in chiave storico-culturale di un periodo di vita vissuto in un’area geografica determinata: intenzione, forse, originaria degli autori. La lettura del libro, però, induce ad altri percorsi. Non si riesce a evitare l’astrazione, la ricerca dei “propri” ricordi, quelli legati ai periodi che il volume racconta, anche se vissuti altrove. E’ impossibile sottrarsi a questa rievocazione della propria vita privata, quella che si viveva tra i ’60 e gli ’80 all’ombra di una cultura e una vita sociale ormai alle spalle e che oggi, forse per la prima volta, diviene oggetto di narrazione. La polifonìa del libro non è dettata solo dai suoi differenti autori e dai modi di ciascuno – talvolta frivoli, tal altra più profondi – di interpretare una certa realtà: è l’emotività di ogni singola narrativa che riesce a suscitare questa infinità di sensazioni, a rivelare contraddizioni, e che alla fine ci spinge a ricercare e giudicare (come in una sorta di “outing”) ciò che costituiva il nostro approccio di allora al mondo della musica, delle radio libere, delle discoteche e delle politiche sociali sottese a tutto questo.
Sulle radio libere, ad esempio, i racconti dei protagonisti di quell’epopea giovanile spaziano tra le differenti e anche opposte motivazioni che erano alla base del fenomeno.
Dice Alessandro Vercesi: “Solo la Rai con due canali televisivi e radiofonici ci imponeva mode e modi. Volevamo emulare in tutto e per tutto il successo della radio di Vasco, c’era la voglia di essere “qualcuno”, ma anche la voglia di comunicare. Abbiamo avuto un giocattolo nuovo tra le mani, pochi soldi, pochi mezzi tecnici, ma essendo un gioco condotto da “dilettanti allo sbaraglio”, il tutto rimaneva ed è rimasto un divertimento”.
Stefano Ligabue invece rievoca l’approccio dogmatico dell’apparato comunista locale: “Tra la seconda metà del ’76 e l’inizio del ’77 la Fgci correggese è alle prese con un allentamento del rapporto con la sua base e con i giovani in generale. Nei circoli si dibatte sui metodi di recupero del rapporto e una delle soluzioni più gettonate è sicuramente la costituzione di una radio. Finalmente, il 26 maggio del ’77, “la “Commissione radio” arriva a una prima Bozza per la costituzione di un’emittente radio. L’impostazione è spiccatamente politica e sociale. La musica ha un ruolo marginale e di riempimento, tanto che il documento stabilisce graniticamente quale musica si può trasmettere e quale no. Ci rendiamo conto che la musica avrà anche qui un notevole spazio ma saranno fatte delle scelte precise. La musica che avrà maggior spazio sarà quella popolare, folk, alcuni tipi di musica rock, liscio. Sono escluse dalla trasmissione le cosiddette canzonette e per intenderci la soul music (con scelte ben precise). L’ala musicale è una minoranza entusiasta, ma la leadership (e i soldi) sono senza dubbio nelle mani dell’ala militante. Fatto sta che, in breve tempo, risulta abbastanza evidente che l’ascolto e l’impatto sociale e politico rasentano lo zero” .
Storie d’altri tempi. Ci si interrogava sulle modalità di fruizione di questi nuovi luoghi di comunicazione: “Nella Fgci di Correggio c’era stato anche chi teorizzava il sabotaggio delle discoteche e della loro musica commerciale, con la motivazione che la disco-music allontanava i giovani dall’impegno e dalla politica: una posizione perdente, che venne presto sconfessata dalla maggioranza dei giovani figiciotti che non aveva alcuna intenzione di rinunciare a frequentare i locali da ballo alla ricerca in particolare dell’altro sesso”, ricorda Guido Pellicciardi, un organizzatore delle Feste dell’Unità di Correggio sul cui palco si esibì il mondo intero, da Dylan a Lou Reed, da Patti Smith e Michael Stipe dei R.E.M. ai Sonic Youth, Neville Brothers , Les Negresses Vertes, Pogues, Elvis Costello, Siouxsie e decine di altri artisti ai vertici della cultura musicale internazionale.
Le riflessioni sorgono per ogni storia, per ogni spunto documentaristico e narrativo: il volume infatti spazia tra la storia sociale locale – e quindi l’affermazione delle prime sale da ballo (dal night che ospitava Nilla Pizzi, Nunzio Filogamo, Fred Buscaglione e Toni Renis sino alla psichedelìa e ai nuovi club), le mastodontiche organizzazioni delle Feste dell’Unità, il recupero della tradizione culturale legata alla Resistenza – e la storia dei singoli, noti e meno noti, da Luciano Ligabue a Pier Vittorio Tondelli, dal flautista di fama mondiale Andrea Griminelli sino ai Black Box (gruppo ‘house music’ di fine anni ‘80 che raggiunse la vetta delle classifiche inglesi vincendo Grammy Awards e ottenendo nominations all’American Music Awards negli Usa). Un fervore di operosità provinciale senza paragoni: etichette discografiche indipendenti, siti on line di vendita dei prodotti musicali realizzati con enorme anticipo rispetto ai trend commerciali nazionali, storie di fonoteche, di contenitori di ogni genere sostenuti per alimentare e lanciare un intero settore culturale, ma anche solo per continuare a credere – spiritualmente – in un’idea. Roba da matti.
Le storie personali si intrecciano in modo affascinante con la società, con i luoghi e con altre storie. Come quella del fotografo internazionale Paolo Lasagni , in arte Hyena, curatore dell’immagine di Luciano Ligabue, le cui opere sono esposte in Italia, in Svezia, negli Stati Uniti e ad Hong Kong. O quella di Claudio Maioli, tour manager di Ligabue e autore di autentici miracoli organizzativi per la realizzazione di eventi di spettacolo di massime proporzioni: “Mi licenziai dalla Coop per mettermi a lavorare con mio padre che aveva un negozio di articoli da pesca, ma passavo più tempo fuori che dentro. Mio padre capì che avevo un sogno e me lo lasciò seguire, non gliene sarò mai grato abbastanza. Se hai un sogno che senti forte, seguilo, e fregatene del resto, perché forse quella è la tua strada. E’ l’unica verità che ho imparato in cinquant’anni”. E del suo sogno tradotto in realtà racconta le difficoltà concrete, gli ostacoli, “…. l’infinità di problemi sempre diversi. Facendo questo lavoro dal nord al sud dell’Italia, dagli stadi ai teatri, ho capito quanto sia difficile fare il politico, difficilissimo. Il lavoro vero, però, poi paga: questo sia io che Luciano l’abbiamo imparato dall’aver fatto diversi altri mestieri prima di questo e dall’essere emiliani, per quella cultura del lavoro e del “ruolo del mediano” che questa terra ti dà”. Storie che vanno dall’originario approccio artigianale sino ai massimi livelli della professionalità, tipiche dell’impegno lavorativo di questa Emilia spaventosamente operosa, anche quando si occupa di sogni da tradurre in realtà.
I successi planetari di questi artisti correggesi vengono spiegati, raccontati sotto il profilo commerciale, sociale, ma talvolta anche nel loro aspetto puramente artistico: in certe storie si coglie l’indole e l’ispirazione dei protagonisti, alla ricerca di sé stessi o di qualcosa da cogliere nell’aria di una certa fase storica.
Ligabue, ad esempio, racconta il suo iniziale girovagare per la definizione della sua personalità artistica: “Ci credevo molto in quello che facevo, mi piaceva l’idea di dire la mia con le canzoni, ma erano cose pretenziose, un po’ tipiche dei cantautori che ti spiegano come va il mondo. Io mi ero un po’ lanciato in quel ruolo, ma non sono fatto così e quindi ero inadeguato (…) . Poi c’è stata una fase intermedia, decisamente new wave. E’ iniziata mentre lavoravo come ragioniere, quando mi sono potuto permettere il mio primo registratore a quattro piste, con il quale ho iniziato a fare i primi esperimenti con le tastiere elettroniche. Mi piaceva avere echi così lunghi, un suono confuso … era un mondo torbido, ma che mi intrigava molto. Dopo di che ho pensato che quello era più un gioco di testa, che però non mi rappresentava veramente: a quel punto mi sono lasciato andare a una scrittura più vicina all’idea di rock’n’roll che avevo in mente, e ho subito sentito che quello ero finalmente io”.
Correggio Mon Amour, insomma, è uno di quei “mattoni” che non si possono assolutamente estromettere da una libreria musicale che si rispetti. Un grandissimo libro-verità, permeato, purtroppo da un sottile filo di nostalgia che denota il deterioramento di certi antichi slanci e di antiche e appassionate modalità di fruizione della musica intesa come “valore”. “La partecipazione al concerto era solo il culmine di un percorso vissuto in una lunga dilatazione temporale”, ricorda Pellicciardi. “In Italia ai concerti dei grandi nomi stranieri – molto meno frequenti di oggi – ci si preparava prima e, soprattutto, se ne discuteva per parecchio tempo dopo” ….
Giuseppe Basile © Geophonìe.