LA COMPAGNIA DEI PENSIERI (Giuseppe Basile, Artestampa Ed., 2024)

E’ stato finalmente pubblicato il romanzo di Giuseppe Basile, fondatore della nostra associazione Geophonìe, redattore e autore: s’intitola “La compagnia dei pensieri”, suo esordio nella pura narrativa.

“E’ giunto il momento di annunciarlo” –  ha scritto su Facebook :  “dopo tanti ripensamenti, attese, correzioni, letture e riletture, è stato pubblicato da Artestampa Edizioni di Modena, romanzo in nove racconti. I due saggi di critica musicale da me pubblicati (nel 2007 e nel 2016) mi avevano distolto e allontanato dalla scrittura di queste storie a cui già mi dedicavo anni prima, tralasciate e riprese più volte, ma che mi erano sempre rimaste in mente. E alla fine, il loro tempo è arrivato”.

Artestampa lo ha presentato mercoledì 3 luglio alle ore 18.30 a Modena, nel teatro retrostante il cortile del Tempio, in Viale Dei Caduti In Guerra.
“La Compagnia Dei Pensieri è una storia di storie che in questi anni si sono tra loro intrecciate e confuse, storie comuni e speciali di vita emiliana, di luoghi mutevoli, e di persone in transito” – ha spiegato Giuseppe.
La presentazione, condotta da Serena Arbizzi, nota giornalista della Gazzetta di Reggio, ha fatto registrare un notevole afflusso di pubblico.
Nella stessa giornata il giornalista Francesco Natale del quotidiano Notizie di Carpi (https://www.notiziecarpi.it/2024/07/02/intervista-giuseppe-basile/), visti i contenuti e l’ambientazione del romanzo,  ha voluto dedicarvi un approfondimento con una breve intervista all’autore.”Il romanzo esplora il tema dello smarrimento e della ricerca di un equilibrio tra passato e futuro: il volume offre una prospettiva affascinante sulla complessità dell’esistenza umana e sulle sfumature dell’identità” – scrive Francesco Natale.

Serena Arbizzi e Giuseppe Basile, 03.07.2024, Modena, Teatro Tempio

 

Il protagonista de “La compagnia dei pensieri” è Arturo, un avvocato, proprio come te. Perchéhai voluto che il protagonista svolgesse la tua stessa professione? 

Perché il libro è composto da nove racconti, alcuni dei quali sono in parte autobiografici. Sapevo che questa scelta mi avrebbe “esposto”, ma in fondo quando si decide di scrivere un libro di narrativa è normale che chi conosce l’autore riesca a cogliere riferimenti legati alla sua vita, al suo contesto e alle sue esperienze. Non è un problema, è un effetto limitato che il libro produce nella cerchia dei conoscenti, ma il lettore anonimo e disinteressato ai tratti più personali dell’autore non subisce questo condizionamento nell’interpretazione dei fatti, mancandogli una conoscenza pregressa con il soggetto narrante. Ciò che conta, secondo me, è che il lettore possa riconoscersi, ritrovarsi nei contenuti che l’autore vorrebbe trasmettere.

 

Anche lo sfondo è un posto a te noto: Modena…

Il libro è ambientato a Modena, ma anche molto a Bologna, è un libro descrittivo di atmosfere emiliane, di stili di vita e rapporti umani che caratterizzano questi luoghi in cui vivo dal 1986. Sono profondamente legato a questo territorio, me ne innamorai perdutamente quando ero a Bologna all’università negli anni 80, furono anni di formazione per me che hanno inciso in modo determinante sulle mie scelte di vita, e direi proprio sul mio essere, sulla mia essenza di persona. Adoro i pioppi, i silenzi padani, gli spazi verdi, anche la nebbia, l’odore della terra afosa. L’Emilia è il mio posto.

Veniamo al titolo. In una società che vive a ritmi sempre più frenetici, abbiamo ancora il tempo di pensare?

Abbiamo sempre il tempo di pensare, perchè i pensieri sono l’unica cosa che non ci abbandona mai. Anzi, proprio perchè la vita è sempre più performante, frenetica, complessa, i pensieri sono il nostro rifugio parallelo, sono un mondo, fatto di ricordi, elaborazioni, distrazioni, fantasie. Viviamo la realtà complessa che ci circonda lasciandoci accompagnare dai pensieri che segretamente coltiviamo nella nostra interiorità. Viviamo in due mondi contemporaneamente, quello reale e tangibile, e quello interiore che è astratto, immaginifico, ma che contiene una parte importantissima di noi.

 

Il naufragare nei pensieri può essere pericoloso?

Il naufragare nei pensieri può essere pericoloso, certo.
Naufragare è un’esperienza innegabilmente grave. Ma crogiolarsi nei pensieri, coltivarli, alimentarli in modo sano e non morboso è un’esperienza salvifica, è un momento creativo. I pensieri sono una ricchezza, bisogna proteggerli, custodirli, talvolta esporli, senza lasciarsi risucchiare nel mondo della surrealtà, tutto proprio, quello che ci fa perdere i legami col reale.

Nel corso della presentazione si sono discussi i temi centrali dell’opera narrativa di Giuseppe Basile che efficacemente descrive l’Emilia-Romagna di oggi, “sempre più popolata da un’umanità in transito, sfuggente e ondivaga, sospesa in un pendolarismo tra luoghi e affetti, passato e presente, stili di vita e storie personali che si snodano in questa nuova strana Italia della flessibilità, ove tutto sembra normale, e in cui ti fanno credere che viaggiare per lavoro ogni giorno, trasferirsi da una città all’altra, sia un segno evoluto dei tempi, anzichè una disgrazia familiare”.

“La compagnia dei pensieri” è la fotografia di una Modena “vista dagli altri”, ha spiegato l’autore, una storia di vita emiliana, tra Modena, Bologna e i grandi spazi della pianura padana, i pioppi, il Po e i suoi colori, luoghi che fanno da sfondo al “divenire” delle umane esperienze che i nove racconti esplorano ed espongono da una visuale originale e per molti aspetti inedita.

Il libro è reperibile presso la sede di Artestampa Edizioni (Via Ciro Menotti), ed on line, attraverso il sito web dell’editrice
https://www.artestampaedizioni.it/prodotto/la-compagnia-dei-pensieri/
e on line anche sui siti
www.geophonie.it
www.amazon.it

 

 

 

 

PINHDAR. ODE ALL’ESSERE

Pinhdar

Ode all’essere.
I Pinhdar, da Milano, tornano con un nuovo album nel 2024 e rilasciano al pubblico ben tre singoli prima dell’uscita dell’album “A sparkle on the dark water”.

L’avventura degli italianissimi Pinhdar sorvola il territorio enigmatico dell’essere creando con il loro sound uno strato sottile, lucente e resistente da cui ammirare la bellezza umana e difenderla.
La musicalità di Cecilia (voce) e di Max (strumenti) confina con delicatezza verso dolore e rinascita, e il percorso diventa avvincente perché conduce con partecipazione alla rinascita, superando gli inevitabili ostacoli.
Inizierei a parlare del loro secondo singolo ( “Little Light ) pubblicato il 23 Febbraio del 2024,  realizzato in video con un gruppo di talentuosi artisti che accompagnano il viaggiatore in un avvitamento sensuale grazie a un gruppo di danzatori. Bellissimo incontro fra la chitarra di Max e le tastiere che salgono di vigore e di passione. La voce di Cecilia, eterea e trasparente, indica ad occhi chiusi una nuova visione a cui affidarsi,  ove ritrovare la giusta direzione. L’incedere della chitarra di Max avviluppata alle tastiere è davvero avvincente,  ricorda da molto vicino le piano sequenze da colonna sonora.
Un gran bel brano e un gran bel video.

Il primo singolo ( “Humans” )  pubblicato il 19 Gennaio 2024, viene realizzato in video da una coppia di danzatori con l’aiuto della visual artist Telavaya Reynolds, in un bianco/nero che enfatizza il sound confidando in un passo certo e costante. Il tutto arriva in un finale struggente e di commovente nostalgia. La voce di Cecilia ancora una volta accondiscendente al ricamo sonoro di Max segue con pause e sussurri le evoluzioni delle due anime danzanti.
Con tenacia e ardore il destino sarà liberatorio. Un brano che pulsa di linfa celeste.

Il terzo singolo ( “Frozen Roses” ), del 15 Marzo 2024 diretto ed animato da Marco Molinelli, acconsente a un ritmo trip hop elegantissimo che ti abbandona a sogni di grande speranza. Le scene si avvicinano alle fotografie di Richard Tuschman, dove il solo pensarlo aiuta a visitare nei nostri ricordi i momenti più segreti. Rose ghiacciate e intimi pensieri, insieme a scoprire in chiaro la nuova direzione.

Come scrive Michael Azzerad, “ la nostra band potrebbe essere la tua vita” , si possono trovare analogie di sentimenti e di passione nella musica che per caso ascolti mentre una stazione radio la emette da un negozio di fiori.  “ A sparkle on the dark water “ potrebbe essere un riflesso che proviene dalla solita fontana che si affianca durante il solito cammino pomeridiano. Quel bagliore illumina un nostro momento poco chiaro ed ecco che fermarsi per valutare dove siamo può solo far bene.

L’intero lavoro dei Pinhdar rovista nella pura essenza della vita tirandoci per la giacca ad ascoltare e a cogliere i semi della bellezza dimenticati.

Guarda i video su youtube:

Frosen Roses
Little Light
Humans

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Dove acquistare i biglietti

Marcello Nitti © Geophonìe
9 Aprile 2024
diritti riservati.

 

15 anni di Geophonìe

La nostra piccola associazione compie 15 anni. Era stata costituita il 28 maggio 2007, a Taranto, fra sei soci fondatori. Nel corso del 2008 iniziò a progettare la sua iniziale attività, ma solo nel 2009, concludendo la realizzazione del proprio sito web, inaugurò quella che è poi divenuta la sua sede virtuale, il suo luogo-contenitore.

Il numero dei soci nell’arco di questi quindici anni trascorsi, è oscillato tra i sei e i dodici: l’idea originaria era quella del “consorzio tra autori”, dell’associazione costituita per avvalersi di servizi comuni e gestire direttamente, come un editore, i propri lavori creativi, ma era anche quella di sviluppare un progetto di conservazione, catalogazione, custodia di materiali audio amatoriali.

Negli anni successivi alla sua costituzione, Geophonìe in realtà si è poi  rivelata, almeno sinora, più funzionale ad  accumulare preferibilmente tipologie di materiali diversi rispetto ai live audio: recensioni, stampa d’archivio, riflessioni, reportage fotografici amatoriali o professionali, narrativa e storie private, per lo più correlate all’arte e alla musica, ma non solo. Le collezioni fotografiche, soprattutto, hanno preso il sopravvento tra i vari reperti, ma anche le storie personali, storie brevi, pensieri vaganti racchiusi in un post, esperimenti editoriali coltivati sulle strade della propria interiorità, pillole di vita.

La più importante acquisizione di Geophonìe certamente è stata, in questi anni, quella del collezionista Lucio Schiazza: oltre 15.000 immagini di una Taranto d’epoca ricercate e collezionate da una persona meravigliosa che partendo dai suoi ricordi di bambino ha ricostruito un luogo che dal dopoguerra non ha mai più rivisto, indagando sulle trasformazioni poi avvenute. Ha raccolto immagini di ogni tipo, alla ricerca della Taranto passata e di quella ai giorni nostri. Un lavoro sbalorditivo, un safari fotografico pazzesco, realizzato in modo amatoriale, anche con errori tipici di chi non sa, di chi non conosce la Taranto di oggi e magari conserva un ricordo pure inesatto di quella di ieri, ma che ha il pregio di essere talmente esteso da essere qualificabile come un vero e proprio “archivio”, forse unico nel suo genere. Il nostro sito non ce la farà ad esporre sul web questa mole sterminata di immagini, troppo estesa, ma la nostra Associazione la custodirà, per sempre, curando di lasciarla anche a chi ci sostituirà, quando Geophonìe dovrà prima o poi passare la mano.

Anche i nostri rari esperimenti editoriali (“80 New Sound New Wave” nel 2007; “Adrian Borland & The Sound nel 2016”) hanno rappresentato per noi un momento di grande soddisfazione e  consapevolezza per aver centrato l’obiettivo dell’avvenuto “salvataggio” di storie sociali e individuali in campo artistico, altrimenti perdute.Come pure si è rivelata salvifica la realizzazione, in campo narrativo, dell’opera letteraria di Carlo Amico (“Dolceamaro, Poesie, Raccolte e Saggi”, nel 2014), una pubblicazione che ci ha riempito di onore e gratitudine per la fiducia riposta in noi.

Le fotocronache di tanti  eventi live italiani realizzate da Giuseppe Basile, hobbystiche ma utili per valore documentale, hanno superato agli inizi di questo 2024 le duemila immagini e rappresentano una collezione che ci risulta molto viva e consultata, specie dalle band di provincia, dagli artisti “off”, quelli che nessuno si prende la briga di documentare valorizzandone il ricordo, sia degli eventi, che di quei loro percorsi umani e professionali spesso condotti con tanta caparbietà e passione su palchi di ogni tipo, anche in luoghi improbabili, ove però la magia dell’arte musicale e il brivido della performance si propagano, insinuandosi nei mecanismi emotivi di chi capisce, conosce, e sa apprezzare. Serate normali, che diventano speciali. Momenti di vera passione musicale, scevri da ogni inquinamento prodotto dalle esigenze del business e dello show biz ortodosso, momenti di pura musica e libertà.

Abbiamo poi preso in carico un altro progetto di recupero, salvataggio e custodia, legato alla Stampa d’Archivio, a tracce giornalistiche meritevoli di essere accorpate in temi specifici.

E abbiamo infine, e finalmente, forse raggiunto un primo step di un’opera ciclopica, la più complessa da condurre: quella della sistemazione e riordino dell’archivio fotografico professionale di Marcello Nitti, con l’avvio di una prima iniziale esposizione, anche in versione e-commerce, di alcuni dei suoi più recenti temi fotografici sviluppati: lavori di altissima arte fotografica e  rivoluzionaria tecnica, per cui andiamo fieri.

Si tratta di un work-in-progress ancora ai primi passi, ci impegnerà a lungo, ma che qualcuno dovrà pur realizzare, è l’opera di salvataggio e valorizzazione per noi più importante tra quelle sinora messe in campo: si spazia dai lavori di arte fotografica recenti, ed ora da noi presi in esame con precedenza su altri, a quelli di fotografia documentaristica (Musica, Street-Art  e Land) meno recenti, per i quali tutto è ancora da fare, chissà, forse nei prossimi quindici anni della nostra Associazione che qualcosa ad oggi sinora ci ha già dato e altro ancora ci darà. Ce ne vorrà, ma ce la faremo.

24.02.2024 © Geophonìe

 

26 Aprile 2024, Anniversario e Meeting

Nei Paesi Bassi si svolgerà la grande presentazione di “Destiny Stopped Screaming”, inedito, il libro inglese di Simon Heavisides. Prima grande pubblicazione europea di un volume documentaristico su Adrian Borland & The Sound, dopo le uscite del 2016 del DVD olandese e del libro italiano di Giuseppe Basile e Marcello Nitti. 

499 pagine di storie, documentazioni, testimonianze inedite, fotografie in bianco e nero e memorabilia, con prefazione di Carlo Van Putten, e con tante interviste realizzate con chi condivise momenti e percorsi di vita artistica e personale con Adrian e la band. Questo è il libro capolavoro realizzato con pazienza, tenacia e passione da Simon Heavisides, giornalista inglese, oggi in pensione, ma al tempo amico del grande artista, cronista e diretto testimone di quegli anni con The Sound.

La presentazione è stata fissata in coincidenza di una data importante: il 26 aprile 2024 saranno trascorsi esattamente 25 anni dalla scomparsa di Adrian Borland. In Olanda, questo anniversario verrà celebrato con una grande commemorazione, l’evento speciale è stato organizzato dalla Fondazione Opposite Direction (Stitching Opposite Direction) a Zoetermeer, nel locale denominato Poppodium Boerderij  (“La Fattoria della musica”),  e la  presentazione del libro sarà solo uno degli appuntamenti previsti.

Zoetermeer, nei Paesi Bassi, è un comune dell’Olanda meridionale a 15-20 minuti da L’Aia e poco distante anche da Rotterdam, raggiungibile comodamente da entrambe con ottimi mezzi pubblici. Il primo insediamento abitato di Zoetermeeer risale ad un periodo compreso tra il 900 ed il 1000 d.C., quando in zona nacque un piccolo centro di estrazione della torba, molto abbondante in tutta l’area, sulle rive del lago Zoetermeer (dall’olandese “lago dolce”), dal quale la città prende il suo nome odierno. Oggi Zoetermeer è la terza municipalità per numero di abitanti dell’Olanda Meridionale.

Poppodium Boerderij
Amerikaweg 145
2717 AV Zoetermeer

Era il 5 dicembre 1987 quando Adrian Borland scese dal palco a metà del concerto di The Sound al De Boerderij. In seguito si realizzò che questo sarebbe stato l’ultimo concerto dei The Sound. Com’è noto, Adrian ha poi realizzato altri cinque album da solista, ma sfortunatamente per la sua malattia non vi fu soluzione e il 26 aprile 1999 decise di togliersi la vita. Sappiamo bene, ormai, come la storia e la musica di Adrian e di The Sound abbiano continuato a vivere in questi anni. La conoscenza del loro valore ha registrato una grande diffusione in tutta Europa, grazie a importanti realizzazioni editoriali, artistiche, musicali e culturali.

 

Documentario: Il documentario Walking in the Opposite Direction di Marc Waltman e Jean-Paul van Mierlo, residenti a Zoetermeer, fu presentato in anteprima mondiale all’IDFA 2016 ed è stato già proiettato al De Boerderij nel 2019.
Il 26 aprile 2024 sarà possibile rivedere questo docufilm sul grande schermo.

Presentazione del libro: la biografia “Destiny Stopped Screaming”, verrà presentata direttamente dall’Autore,  giornalista pop inglese Simon Heavisides, che sarà presente per leggere il libro, rispondere alle domande e firmare autografi.

Esposizione: sarà esposta una bellissima e completa collezione di oggetti di Adrian Borland e The Sound.

Concerto: La band IN2THESOUND chiuderà la serata con un concerto dal vivo. IN2THESOUND è la band che comprende il batterista originale dei The Sound Mike Dudley e il cantante Carlo van Putten. Carlo è conosciuto come frontman della band tedesca The Convent e dei White Rose Transmission, sodalizio con Adrian Borland.

La grande produzione postuma degli inediti di Adrian, sarà un altro argomento di interesse, di discussione e conoscenza. In aprile 2024, infatti, verrà finalmente pubblicata anche una nuova edizione del disco “Alexandria”, primo splendido lavoro solista del 1989, realizzato con gli olandesi The Citizens, oggi rimasterizzato e curato in una nuova veste editoriale. E’ una pubblicazione che segue ad altre eccelse opere di ricerca, salvataggio e valorizzazione che Jean-Paul Van Mierlo con la sua Fondazione ha già realizzato.

 

 

 

 

Il meeting consentirà agli appassionati di visionare e acquistare i cd e vinili prodotti in questi ultimi anni, e che hanno ulteriormente arricchito il già esteso catalogo dell’Artista. Le riedizioni di “Cinematic”, “5:AM”, “Beautiful Ammunition”, come anche la riedizione degli “Amsterdam Tapes” del 1996 (a suo tempo poco distribuiti e divenuti ben presto una rarità), saranno quindi nuovamente a disposizione del pubblico.

 

 

 

 

 

E’ possibile per gli appassionati italiani prendere parte a questo splendido meeting, cui parteciperanno i musicisti inglesi e olandesi e tutta la comunità di amici di Adrian e della band, come già avvenuto in precedenti meeting in Olanda e in Inghilterra.
L’aeroporto di Rotterdam è sicuramente la meta più comoda da raggiungere, per poi recarsi a L’Aia e quindi a Zoetermeer.
I biglietti per l’intero evento (presentazione del libro, Tour e concerto) possono essere acquistati tramite il sito del Club: https://poppodiumboerderij.nl/en/programma/adrian-borland-the-sound-a-retrospective/ 
https://poppodiumboerderij.nl/en/contact/
e qui è anche possibile (in inglese e olandese) consultare il programma completo dell’evento, con orari e appuntamenti.

 

Giuseppe Basile
04/02/2024 © Geophonìe

 

 

 

STORIE DI COVER BAND

I Nocturne a Barcellona, da sinistra Mario Greco, Marco Venzo, Ombretta Rossi, Maurizio Battistella.

Si formano e si sciolgono. Si ricostituiscono e tra loro si rimescolano. Sono le cover band (o ‘tribute band’, come preferiscono farsi chiamare) che imperversano nei circuiti underground dell’Emilia Romagna e del Lombardo-Veneto.

Le loro sono storie di vita, prima che  musicali: perché quando l’amore per certi artisti fa parte di te, quella musica diventa vita, la tua vita, e a tutti i limiti del progetto non si pensa più. A dispetto di mille problemi si sale sul palco, sempre e comunque, percorrendo centinaia di chilometri, caricando e scaricando strumenti da automobili piene zeppe come furgoni, spesso per pochi soldi, poche speranze. Ma con un amore nel cuore a cui non puoi resistere, che non puoi sopprimere, anche quando tutto consiglierebbe di farlo, o almeno, di provarci.

L’idea di una cover band è, per sua natura, un progetto perdente. In sè stessa nasce già con un limite.  Si decide di portare in scena la musica dei propri idoli di fronte a un pubblico che nel migliore dei casi è composto da ‘reduci’, sopravvissuti di un’altra era musicale, e che per questo trascorre queste serate in un clima di visibilio collettivo, divorato dalla nostalgia, dalla propria storia generazionale;

E nel peggiore dei casi è composto da occasionali avventori, testimoni di un’altra età, ragazzi distratti che non hanno conosciuto Bowie e Lou Reed, che non si emozionano di fronte a ritmi forsennati o atmosfere oscure, a scenari di un altro mondo in cui il disagio, la solitudine, l’emarginazione, o anche la protesta collettiva, sociale, politica, culturale, diventavano anche estetica, espressione artistica, ricerca sonora.

Cosimo Mitrugno, Permanent (24.04.2022, Bologna, Locomotiv). G.Basile © Geophonìe

Il pubblico dei più giovani non è traghettato verso quegli scenari artistico-sociali descritti dagli artisti illuminati che le cover band ancora celebrano e onorano con la loro militanza sui palchi: ma non ha alcuna importanza. Quando i grandi amori sono davvero grandi, sono eterni. E le cover band sanno di non potersi sottrarre a questo imperativo categorico che le identifica,  che caratterizza le storie personali di questi musicisti off, ma in fondo poi non così off come può apparire.

Molti di loro hanno studiato per anni e anni, hanno provato migliaia di volte quei brani che i loro idoli avevano regalato al mondo, e a volte sanno suonarli persino meglio degli originali. Per questo certe serate sono commoventi, serate di testimonianza, cariche di fierezza, e dunque molto più vere, vive, autentiche dello show-business finto e stereotipato cui assistiamo oggi.

Alice Costantini, Permanent (Cotignola, 12.02.2022, Beer Garden). Giuseppe Basile © Geophonìe

 

 

 

I Permanent, sbalorditiva tribute band veneta, dopo circa 150 serate in giro per tutto il Nord Italia, raccontano imprese che hanno ormai costituito un tassello glorioso delle loro storie personali, imprese che non si dimenticano. Come quella di una notte a Berlino, ospiti di un prestigioso club dark wave, e con la benedizione di Peter Hook. Sul palco, uno dei componenti (il chitarrista) esegue insieme ai suoi compagni i capolavori di Ian Curtis davanti a un pubblico europeo attento e qualificato, mentre sua moglie sta per partorire in Italia, ma gli ha detto ugualmente di andare, ci sono cose che si debbono fare per forza, a cui non puoi sottrarti. S’incrociano sogni e destini, la nascita di un figlio e la luce del palco rappresentano in quello stesso momento uno zenith personale, un traguardo, un momento di gloria da vivere e che resterà.

E i Nocturne, tribute band anch’essa veneta che porta in scena il repertorio di Siouxsie And The Banshees, raccontano di essersi  formati quasi per gioco: una volta sul palco, però, la band realizza la propria potenza e la passione del pubblico, e quindi ora prosegue, prosegue, sulle strade di una dark wave che si scoprono ancora così lunghe e profonde, animate dai fantasmi di ieri, dai tanti reduci, ma anche dai nuovi cultori, gente di tutte le età, appassionati sparsi in tutta Europa che all’improvviso, in un giorno di questi da poco trascorso, convocano i Nocturne sul palco di un club esclusivo di Barcellona per una serata mistica.

E’ un circuito, quello delle tribute band nordiche, sempre in fermento e pieno di vitalità: vi sono quelle stabili e collaudate, come i Primary, piemontesi, interpreti del repertorio di Robert Smith e The Cure, ed altre più fluide, formazioni che vanno e vengono, che talvolta si fondono, si scindono, muoiono e risorgono tra defezioni e nuovi ingressi, tempi morti e attese, cadute e risalite alla ricerca di nuovi spazi, spiragli attraverso cui portare ancora sul palco la fedeltà alla propria musica.

I Golden Soldiers, ad esempio, una tribute band veneta di The Sound, ha vissuto varie fasi con formazioni miste, anche con inserti dei Permanent, in ordine sparso. Ma per la musica di Adrian Borland e The Sound, recentemente, il testimone sembra essere passato nelle mani di una nuova formazione bolognese, i Total Recall, gruppo che fa base al Gallery16, locale di cultori dalle parti di via Ugo Bassi ove si radunano duri e puri gli amanti di una musica new wave d’avanguardia degli anni ’80. Le serate animate da un veterano collezionista,  DJ Tetro, sono un’autentica scuola di cultura musicale con set list eccelse ormai impossibili da ascoltare altrove.

Si va dai Wire ai Tuxedo Moon, dai Magazine ai Devo, con vinili d’epoca rarissimi, versioni sconosciute di brani da discoteca tecnologica d’epoca, ritmi industriali tra Sheffield e Manchester, Cabaret Voltaire e Joy Division. E se sul palco i Total Recall scatenano la Sound-mania, specie quando accompagnati da conversazioni con Giuseppe Basile, dai suoi libri e da stralci di proiezione del DVD sulla band di Wimbledon, la serata si fa interessante, divulgativa, ma anche carica di emozioni.

 

I bolognesi Total Recall, Tribute-Band di The Sound: da sinistra Andrea Sgarzi, Massimo Panico, Alessandro Fioravanti, Franco Pietralunga, Sandro Sgarzi (G.Basile © Geophonìe)

Il Gallery16 di Bologna è come il Blackstar di Ferrara, come il Circolo Arci di Parma, l’Osteria del Fico di Cremona, luoghi di cultori musicali, dove gli appassionati si ritrovano abitualmente a conversare di temi musicali e storie di provincia. L’adrenalina, però, in questi anni scorre anche in Romagna, in luoghi che hanno attratto moltissime tribute band.

Il Beer Garden di Cotignola (Ravenna) è ormai uno dei covi preferiti dal popolo della dark wave, che vi si riversa con puntuale abitualità, per vedere i Sanctuary Of Love, potentissima band che interpreta il rock energetico dei Cult, ma per gli stessi Nocturne, Permanent, Total Recall, Golden Soldiers, Hydrogena e diversi altri. Serate retrò, certo, ma con sonorità vive e fisiche, e con musicisti in carne e ossa carichi di passione.

La nostra Associazione Culturale Geophonìe ha sempre cercato di valorizzare tracce, ricordi, cimeli. Storie minime o grandi storie. Cronache, reportage fotografici, sonorità connesse ai luoghi (“geo” – “phonìe”), parole e ricordi, narrazioni. E queste vicende, questi piccoli o grandi eventi, sono la materia delle nostre documentazioni.

Marcello Nitti © Geophonìe
26.02.2023
Riproduzione riservata

E’ uscito “Let’s Dance”, eccola l’ombra di David Bowie.

Corriere Del Giorno (Marcello Nitti © Geophonìe)

DISCHINOVITA’
Un album fallimento.

E’ uscito “Let’s Dance”, eccola l’ombra di David Bowie.

Il 12 aprile scorso è apparso in contemporanea in diversi paesi il nuovo album di David Bowie dal titolo “Let’s Dance” . Tutti i timori e le paure dei fans purtroppo hanno avuto ragione sull’ottimismo. La delusione è stata enorme. Cerchiamo di esaminare brevemente il lavoro di questo artista ormai pago, e spendiamo qualche parola sugli uomini che lo hanno accompagnato nelle registrazioni.

Questa volta Bowie si è fatto aiutare da Nile Rodgers, l’inventore degli “Chic” vale  dire disco-music per eccellenza. La produzione è quanto di più disumano possa esistere, e lo studio di musicisti che lo accompagna è composto soltanto da bravi artigiani senza creatività.

Al fiasco dell’album ha forse contribuito perversamente il cambio di casa discografica che Bowie ha operato l’anno scorso abbandonando la Rca e accettando l’offerta di 17 miliardi di lire della Emi. Probabilmente l’urgenza di recuperare almeno un’aliquota del denaro investito ha suggerito alla Emi di pretendere da Bowie un prodotto molto commerciale che mirasse al mercato americano.

La registrazione è perfetta, ma slitta in una monotonia spaventosa. Le prime delusioni sono sopraggiunte con il singolo pubblicato a febbraio (appunto “Let’s dance”) riportato poi fedelmente nell’album, e inoltre da una nuova versioe di “Cat people” di Giorgio Moroder qui riletta e riarrangiata in chiave blues funk.

Altri due colpi bassi vengono dal remake di “Criminal World”, brano senza infamia dei “Metro”, gruppo ormai spento (datato 1977), e da “China Girl”, stupendo pezzo composto da Bowie e Iggy Pop peraltro già contenuto nell’album dell’ex “Stooges” “The Idiot”.

La nuova versione di Bowie a parte la sua voce è senza grinta.

E con questo abbiamo praticamente esaurito metà album. I brani che rimangono, “Sheke it” (ridicolo) e “Ricochet” (palloso) sono da dimenticare. Restano ancora “Without You”, un brano lento e senza mordente, e la stupefacente “Modern Love” dove possiamo ascoltare finalmente qualcosa di degno. “Modern Love” è David Bowie al 100%, struttura alla Ziggy Stardust e voce da padreterno.

Forse questo “Let’s Dance” è la prima battuta d’arresto. D’altronde brani come “Ashes to Ashes”, “Heroes”, “Boys keep swinging” e molti altri, sono difficile da scordare.

C’è da dire infine che, mezzi a disposizione, Bowie potrà essere goduto dal vivo considerato che tra i suoi incontabili impegni soprattutto cinematografici si esibirà in concerto il 19 maggio a Bruxelles; il 20 a Frankfurt; il 21 a Monaco; il 24 a Lione; il 26 a Frejus-Saint Tropez; il 29 a Nantes; 2,3 e 4 giugno a Londra – Wembley; il 5 e 6 a Birmingham; l’8 a Parigi; 14 e 15 a Essen (Germania); il 7 a Bad Segerberger; il 20 giugno a Berlino Ovest.

Marcello Nitti

Damàiste, New Wave bolognese contemporanea

I Damàiste sono una band bolognese che da alcuni anni propone una rivisitazione della new wave seguendo percorsi diversi da quelli tipici delle tribute band. Il loro, infatti, non è il tipico spettacolo incentrato sulla pedissequa esecuzione dei classici  e il loro repertorio non tende al revival di uno specifico gruppo: quello dei Damàiste è un evento di comunicazione, quasi un reading, fatto di musica e parole.

I Damaiste infatti spaziano in un repertorio anni 80 ma non solo, riproponendo brani noti e meno noti di varie formazioni storiche, dai Cure sino ai Placebo, dai Sound e The Psychedelic Furs agli Interpol, Franz Ferdinand, Arctic Monkeys ed altri. La setlist dei Damàiste ricerca e vuole mostrare al pubblico la “continuità” di un genere, l’eredità sonora e di ispirazione acquisita dalle generazioni di artisti che si sono affermati dopo gli anni ’80, quando quella particolare fase creativa confluita in un brit pop meno suggestivo e spesso poco originale sembrava definitivamente chiusa e conclusa.

Massimo Panìco, voce e tastiere (Damàiste, Live Gallery 16, Bologna, 22.12.2019) © Geophonìe

Non è casuale la scelta dei brani che i bolognesi Damàiste portano sul palco: vi è molta cura nel presentare diversi brani contemporanei, per mostrare accanto alla new wave delle origini, quella di oggi. Amano intervallare le loro versioni live con brevi racconti, aneddoti, pillole di storia musicale, schegge di un’epoca non ancora lontanissima che il pubblico ha piacere di ricordare ma anche di approfondire, scoprendo qualcosa di più. Sappiamo bene come molti testi new wave in quegli anni scivolassero via, completamente ignorati e offuscati dallo sfavillio estetico degli ’80, e scoprire oggi slanci di poesia e significati sconosciuti, condividere solo ora narrazioni che la stampa specializzata – in ritardo – ha scoperto e svelato, rende il loro spettacolo un happening musicale e culturale ricco e piacevole.

E’ una bellissima serata quella che si trascorre fra le conversazioni e le performance sonore dei Damàiste, sempre molto cariche di intensità elettriche e ritmiche. Il loro è un “sound” solido e collaudatissimo. La parola “Sound”, del resto,  per i Damàiste è una questione di cuore: il repertorio della band di Borland è infatti uno dei cardini del loro spettacolo.

Franco Pietralunga (drums) e Christian Paolucci (voce e chitarra) Live Gallery 16, Bologna, 22.12.2019 (© Geophonìe)

Da cosa nasce questo amore per i The Sound?
“Max è di Taranto” – ci racconta Frank, batterista – “ e negli anni ‘80 la scena New Wave della città era molto viva. Lui ebbe la fortuna di assistere a buona parte di quei concerti, dai Simple Minds ai Bauhaus, e nel 1985 a 14 anni vide Adrian Borland e soci al Tursport Club. Un concerto leggendario. Da allora i The Sound sono stati un suo pallino”.
“Anche Frank li vide dal vivo a Budrio in provincia di Bologna nel 1983”, – racconta Massimo Panìco –  “ed anche lui considera questa band fondamentale nel panorama New Wave/Post Punk internazionale. Le sonorità post punk sono parte integrante della nostra cultura musicale, sia come ascoltatori che come musicisti. Dopo aver riproposto per tanto tempo quasi tutte le band del periodo Punk-New Wave, abbiamo capito che l’unicità dei The Sound era davvero pazzesca e abbiamo deciso di esplorarli più a fondo. “From the Lions Mouth” è un album straordinario”.

Christian Paolucci, voce e chitarra (Damàiste, Live Gallery 16, Bologna 22.12.2019) © Geophonìe

Quando vi siete formati e qual’è la vostra storia?
“I Damaiste nascono nel lontano 2009, Chris, Max ed Emi sono i fondatori. Dal 2017 Frank è il nostro batterista. Esordimmo come cover rock band, abbiamo poi intrapreso un viaggio creativo che ci ha portato nel 2015 ad autoprodurre “What you see is all there is” un album interamente scritto da noi che ha riscosso un discreto successo fino a raggiungere il 5° posto nella classifica indie di iTunes. In questi anni ci siamo dedicati a studiare e riproporre diverse band che sono il nostro riferimento (Arctic Monkeys, The Cure, Placebo), ma quando siamo atterrati su The Sound, è divenuta la nostra nuova ossessione”.

Perché avete due cantanti?
“Perchè ci piace variare tra diversi stili, essere flessibili, spaziare su diversi canoni. Chris e Max hanno timbri vocali completamente diversi e sfruttiamo questa particolarità a nostro vantaggio”.

C’è una notevole versatilità vocale e sonora nelle esecuzioni dei Damaiste. I brani originali vengono riproposti con libertà interpretativa e voglia di sperimentare. Si riconosce benissimo nel loro concerto quella militanza sotto i palchi di tanti grandi e piccoli eventi musicali che negli anni, sin da ragazzi, avrà caratterizzato le loro storie personali.

Il concerto live a cui avete assistito e che vi ha maggiormente influenzato?

“Quello degli U2, Zoo Tv, a Bologna” – dice Chris – “Ero lì per motivi di lavoro, in servizio militare nella celere. A distanza di anni abbiamo poi ricostruito i ricordi, scoprendo di esserci stati tutti e tre (io, Emi e Max) nello stesso posto, allo stesso momento, seppure con finalità diverse: 2 su 3 di noi erano al lavoro”.
“Durante quel tour degli U2 – Zoo Tv ebbi il privilegio di lavorare con Bono” – dice Max – “Ero l’aiutante della sua costumista. In quella data di Bologna salii sul palco due minuti prima dell’inizio del live per riportare nel backstage i finti U2. Esperienza memorabile dinanzi a circa 30.000 persone”.
“Fu in occasione di quel concerto degli U2 – Zoo Tv Tour a Bologna che capii che il mondo era diventato multimediale”, dice Emi.
“Per me fu il concerto dei Sound nella Discoteca Puntacapo di Budrio del 1983” – dice invece Frank – “fu una performance che pose le basi per le mie preferenze musicali, e orientò tutta la mia cultura musicale che ho poi continuato a coltivare  sino ad oggi”.

E il concerto live che vi ha maggiormente influenzato come musicisti?
Chris: Arctic Monkeys “Ferrara sotto le stelle” 2007
Max: Sono tantissimi, non riesco a dirne solo uno. Molti concerti degli U2. Depeche Mode, Placebo ed Editors. Simple Minds e Tears for Fears. Arctic Monkeys. Davvero difficile.
Emi: Interpol, “Turn on the bright lights tour”.
Frank: Arctic Monkeys “Ferrara sotto le stelle” 2007.

Gallery 16, Bologna. © Geophonìe

Il  concerto live che non vi perdonate di avere perso?
Chris: Grateful Dead
Max: The Clash, Duran Duran e David Bowie
Emi: Jeff Buckley
Frank: David Bowie

Le band da cui siete ossessionati?
Chris: The Beatles
Max: U2
Emi: The Smiths
Frank: Joy Division

 

 

Cos’è la musica per voi?
Chris: una millefoglie di matematica applicata al suono con sopra un velo di emozioni
Max: le rockstar sono i miei mentori, il rock è l’interruttore dei miei stati emotivi
Emi: l’angolo delle mie emozioni con cui mi confronto appena posso
Frank: un luogo dove mi sento a mio agio, sempre

E il vostro sogno come musicisti?
Chris: Fare un tour in Giappone
Max: ne ho due: il primo è fare un tour con la mia band girando le capitali europee con il Westfalia. Il secondo è suonare i Sound nella mia Taranto.
Emi: incidere un album e l’ho realizzato; il prossimo è quello di suonare con Peter Hook e Johnny Marr assieme (difficile ma nella vita non si sa mai!!!)
Frank: direi che si è avverato, visto che era suonare in una cover band dei The Sound.

Giuseppe Basile © Geophonie
13.05.2021

20.07.1985. Cantami o Diva le macabre liriche del Punk

Siouxsie iera sera al Tursport di Taranto.

Daniela Pinna © Corriere Del Giorno, 21.07.1985

Una diva gotica tra sole e mare: pareva impossibile, ma è accaduto. Siouxsie Sioux, madonna nera del rock inglese, prima signora del punk, ha suonato ieri notte al Tursport in compagnia della sua storica band, i Banshees. Il  “suono oscuro” – così veniva chiamato nel suo periodo d’oro, gli ultimi anni ’70 – è stato felicemente trasportato in mezzo ai colori  (e alla calura) dell’estate tarantina.

Brani nati nel buio delle cantine o nel ritirato appartamento di Siouxsie,  “un seminterrato col pavimento in legno, senza moquette e con poca luce”, come precisava la stessa Siouxsie su Smash Hits qualche tempo fa, hanno creato strane atmosfere nella calda notte estiva. Con piena soddisfazione dei rocchettari locali, dei vacanzieri e dei romantici ribelli metropolitani senza metropoli.

Siouxsie Sioux non rappresenta l’ultima moda canora, non sbanca le classifiche mondiali, non interpreta film d’essai o di successo, ma ha un seguito  personale che non ha pari tra i musicisti della sua generazione. Scomparsi e riciclati i Jam, in inarrestabile declino i Clash, svanita Blondie insieme con i suoi amici newyorkesi, solo Siouxsie resiste sulla cresta dell’onda del dopo punk.

“Non c’è ragione sulla terra per cui questa marcia da funerale debba provocare una così veemente reazione da parte del pubblico”, scriveva qualche settimana fa Ted Muco recensendo per Melody Maker il concerto del gruppo alla St. James 15 Church di Londra. Ma era solo pudore – forse un po’ d’imbarazzo – per l’entusiasmo che traspare dal suo pezzo. “L’incorrotta regina del punk, colei che sputa rose (sic!), ha ancora una voca casta che seduce con calore e fascino: ha acuti debilitanti che impongono la resa di ogni senso”,  prosegue Mico: il quale ha certamente almeno 25 anni.

Colta, cattiva, riservata, senza amici al di fuori della band, senza fidanzato fisso: è questa l’immagine che Siouxsie Sioux ha saputo creare e conservare negli anni. Un tipo che ben si adatta all’autrice di danze macabre e cantilene blasfeme. I suoi brani più celebri, “Icon”, “Cascade”, “Mother I Promise”, parlano di esaltazione della disperazione, Amore & Morte (sempre saldamente uniti) putrezioni varie. Se assurgessero alla dignità di studi per semiologi le liriche del gruppo susciterebbero certo curiosità per il numero di insetti e parassiti che ne sono protagonisti. Stupire e far inorridire, d’altronde, era un obbligo del punk. Con i suoi modi, con i suoi vizi e anche con il suo abbigliamento Siouxsie ha comunque creato una scuola.

Gioielli di plastica, vestiti sado maso, bustini ecc. esistevano ben prima di Madonna (che semmai li ha colorati)  e Siouxsie lo dimostra. E chi non ricorda l’abbigliamento del periodo “piratesco” di Adam Ant, i primi costumi da neo-romantica gioventù degli Spandau Ballet? La signora Sioux e le sue streghe (La Banshee è la donna la cui apparizione annuncia la morte nella mitologia irlandese) sopravvivono a discepoli e imitatori. Sino a riuscire dalle loro nebbie per venire al sole di Taranto. Non resta che chiedersi con Ted Nico: “che bisogno abbiamo di eroina e morte, quando notti come queste ci fanno fare voli così elevati?”

Daniela Pinna © Corriere del Giorno
(21.07.1985)

Verso il Medimex 2021

medimexLa manifestazione musicale volge alla sua decima edizione.

ll Medimex, International Festival & Music Conference, promosso dalla Regione Puglia con progetto di Puglia Sounds, è stata una manifestazione che in questi anni ha assunto grande rilievo culturale, sociale e artistico. Ma la pandemia del 2020, quando si programmava la sua decima edizione, ha purtroppo costretto il management a spegnere i motori e  restare in fiduciosa attesa: l’edizione in programma dal 16 al 25 aprile venne rinviata a data da destinarsi, ma per quella del 2021 si credeva – e si crede ancora – che non tutto sia perduto. Dipende dall’emergenza nazionale  e dal lockdown, la cui gestione muta di giorno in giorno.

Il Medimex nacque nel 2011, dalla volontà di Puglia Sounds di costruire un’occasione d’incontro reale tra la scena musicale italiana e quella internazionale e la manifestazione venne concepita come momento di crescita e sviluppo per il mercato della musica pugliese e italiana. Il progetto era ed è quello di attrarre in Puglia i migliori player internazionali e di investire sulla musica come strategia regionale per diffondere i valori trasversali e universali che la cultura europea promuove: diversità, inclusione, capacità di ispirare positivamente il pubblico; ma anche come fattore in grado di generare occupazione, favorire la crescita economica e promuovere l’innovazione digitale.

Storicamente il Medimex esordì come luogo di confronto tra le musiche del Mediterraneo, crebbe come Salone dell’Innovazione Musicale e si è poi evoluto in International Festival & Music Conference, dal 2017, sul modello della music week, al passo con i cambiamenti del settore musicale.

L’edizione del 2017 fu quella che segnò il cambiamento più radicale della manifestazione. Lasciata la Fiera del Levante di Bari, che ospitava il salone espositivo, il Medimex invase  le strade del capoluogo pugliese con i suoi molteplici appuntamenti per il grande pubblico, e grazie anche a un nutrito calendario di attività rivolte ai professionisti del settore musicale raggiunse il sold-out delle strutture ricettive sul territorio. La presenza di pubblico è stata negli anni a seguire  eccezionale, ed importante è stata l’offerta tra gli stage, con grandi eventi e appuntamenti professionali e di formazione.

All’edizione 2017 di Bari sono seguite un’edizione a Taranto nel 2018  e due edizioni a Foggia e a Taranto nel 2019. Il Medimex è diventato itinerante. Il progetto ha cominciato a coinvolgere altre città oltre Bari. L’intera regione si è aperta al pubblico, agli operatori e agli artisti.

Questo appuntamento annuale, entrato nelle agende del mercato musicale italiano e internazionale, rappresenta una grande risorsa per chi voglia sperimentare la scena musicale globale attraverso l’incontro, l’approfondimento, la creazione di reti e la promozione del proprio lavoro. Il Medimex è una Festa della Musica con decine di concerti, dj set, mostre, proiezioni e numerose attività off. E mentre i grandi nomi internazionali contattati sono in attesa di conferme, anche un’altra generazione di artisti e appassionati guarda alla manifestazione, desiderosa di offrire un proprio contributo e di trovare uno spazio di visibilità: proprio come tanti di quei gruppi punk-new wave che nei primissimi anni ’80 trovarono proprio in Puglia le loro prime opportunità per esibirsi di fronte a un grande e nuovo pubblico.

Se il Medimex riuscirà a riportare sul suolo pugliese quei gruppi emergenti di allora, oggi vecchie glorie affermate e ancora amate, sarà un’esperienza emozionante poter affiancare alle grandi performance anche altri eventi musicali: come in una sorta di passaggio di testimone generazionale, che rievocando e alimentando una storia sociale e musicale che ci fa onore, vedrà la Puglia ancora artefice di una splendida continuità.

Marcello Nitti © Geophonìe

The Colours of London

BREXIT E NUVOLE

Nell’era della libera circolazione delle persone, merci, servizi e capitali, ai più giovani può apparire normale che l’esperienza del “viaggio in Inghilterra”, da evento spesso unico com’era in passato, sia divenuta ormai l’effetto di una frequentazione regolare e abituale, come un viaggio a Roma o a Milano. La ripetuta frequenza è un meccanismo che certamente produce, e inevitabilmente, quel senso di familiarità, appartenenza, identità che è alla base di ciò che con termine forse abusato, definiamo integrazione.

Per i più anziani, invece, abituati a stili di vita più risalenti, con un epicentro della propria vita solitamente stabile e fermo, “il viaggio”, quand’anche venga ripetuto in luoghi già conosciuti, è sempre un unicum, un’esperienza singola.

E’ una questione, forse, di mentalità, di approccio psicologico. Il luogo che si va e si torna a visitare rimane “altro da sé”, lo si osserva con lo sguardo lungo del tempo passato, con un maggiore senso di estraneità e alterità che i moderni cittadini d’Europa nel corso del loro pendolarismo hanno perduto, esattamente come capita a noi, allorquando nelle nostre città e nelle nostre piazze transitiamo indifferenti davanti alle statue senza più volgere lo sguardo a quei busti di Mazzini e Cavour, a Garibaldi a cavallo (“Roma o morte”), ai simboli della nostra più circoscritta identità.

Questo distacco, a dire il vero, probabilmente non costituisce sempre un benefico approccio per un’obiettiva valutazione del sistema-Europa, ma talvolta aiuta.

Ho avuto occasione di soggiornare a Londra molte volte, nel 1990, nel 1997, e poi nel 2011, 2012, 2015, e l’ultima volta nell’aprile appena trascorso di questo 2019. Ogni viaggio mi ha dato modo di registrare importanti cambiamenti, ma ha anche fortificato sempre più la mia convinzione per cui se un’Europa unita esiste, ciò dipende solo e soltanto da affinità culturali.

Non è stata la moneta unica ad unirci, né il mercato. Non è stata la globalizzazione, quella che ha riempito le nostre città di catene di negozi che ritroviamo esattamente identiche in tutte le città d’Europa, Zara, H&M, Pull&Bear, Starbucks, Calzedonia, Tezenis, Intimissimi, Yamamay, McDonald’s e tutte le altre.

Ciò che ho sempre constatato a Londra è che ad unirci è stata una cultura, quella che abbiamo sentito nostra, quella che è stata sprigionata potentemente dall’arte, dalla musica, dalla letteratura e dal complesso di valori che tutto questo patrimonio evoca.

L’immenso complesso di monumenti storici disseminati in tutta Londra e in tutta Europa, divenuto bene comune, è una rappresentazione dei conflitti tra i paesi europei che ha contribuito a rendere, perfino quelle contrapposizioni, parte di una stessa storia. Un francese a spasso nella Trafalgar Square, difficilmente nutre oggi rancore di fronte alla statua dell’Ammiraglio Nelson che sgominò Napoleone. E’ la storia comune dei nostri antenati, storia di famiglia, la famiglia europea, quella della battaglia della Marna, dello sbarco in Normandia, dell’unità d’Italia e della spedizione dei Mille sponsorizzata dai francesi e dagli inglesi, dell’armistizio italiano di Badoglio e dei suoi contatti con Churchill.

Noi italiani ci siamo sentiti europei a Londra più che in ogni altra città europea. Eppure ora proprio Londra, questa città che continua ad erigere monumenti in ogni sua piazza a testimonianza di un’adesione ad alti valori di democrazia e di convivenza, ed anche a memoria di grandi personaggi di altre nazionalità (Nelson Mandela, Abramo Lincoln, Mahatma Gandhi), misteriosamente decide di allontanarsi e prendere le distanze da un terreno comune, così faticosamente costruito.

Ho fotografato Londra durante tutti i miei viaggi, cercando ogni volta di catturarne quella vitalità, quel cosmopolitismo nel quale sono riusciti miracolosamente a convivere stili di vita internazionali e profonde identità britanniche.

Non sono stati gli stati nazionali ad avviare il processo di integrazione europea. Semmai, sono stati gli imperi sulla via del tramonto, sfiniti dai loro sforzi coloniali. Non è una coincidenza che la Germania abbia guidato questo processo di integrazione. La sconfitta del paese nella Seconda guerra mondiale è stata l’inizio della fine del colonialismo europeo. Altre potenze occidentali hanno seguito il processo di integrazione. Contenere i propri imperi era diventato troppo costoso, quindi hanno trovato i mercati europei e un’identità europea. Dagli anni Quaranta fino agli anni Ottanta, l’Europa si è ritirata dalle colonie per trovare sé stessa. L’Ue è il dolce atterraggio dopo l’impero. Le società che hanno combattuto due guerre mondiali e che hanno perso degli imperi estesi oggi hanno tra i tenori di vita più alti del mondo. Solitamente, il collasso degli imperi significa il collasso della civiltà. L’Europa è riuscita a fare l’opposto” (si legge su Il Foglio del 13/05/2019, citazione riferita allo storico Yale Timothy Snyder) .

Possono esservi interpretazioni diverse e opinioni discordi sulle ragioni di fondo alla base dell’odierna identità europea, ma che questa sia ormai immanente, pregnante tra le nostre strade e palazzi è di percezione comune.

Le strategie insondabili di una finanza misteriosa difficilmente possono da sole risultare decisive per sgretolare una cultura collettiva, che non è solo finanza, né solo politica, ma molto di più.

In una giornata piovosa ho provato a riguardare varie serie fotografiche da me realizzate a Londra dal 1990 ad oggi. Ne ho ricavato una documentazione di qualità amatoriale e “turistica”, ma forse utile a farci ritrovare luoghi della memoria, a liberarci dall’assuefazione che talvolta ci ha reso scontata la bellezza di cui abbiamo potuto godere, a farci riflettere su ciò che siamo.

Giuseppe Basile © Geophonìe

23/05/2019 – Diritti riservati.

Vai all’album fotografico The Colours of London

Lucio Schiazza: storia di un viaggio fotografico nella nobilissima Taranto

Ha raccolto in dieci anni di ricerche 20.000 fotografie d’epoca di Taranto, folgorato dall’amore per la città in cui visse solo negli anni ’40, da bambino, senza potervi fare mai più ritorno: è la storia straordinaria di Lucio Schiazza, abruzzese. Grazie a un viaggio virtuale nel Web ha ricostruito luoghi e percorsi della sua memoria, dando vita a un incredibile patrimonio di immagini.

 

Lucio Schiazza e i suoi genitori, Ristorante Pesce Fritto (Taranto Vecchia), 1961.

Premessa

Quando venne costituita la nostra associazione, un gruppo di appassionati di musica e di fotografia si riunì per dar vita a un’aggregazione di collezionisti che pur conservando la proprietà e l’uso  dei propri cimeli, desideravano esporli in una sorta di “museo comune” per valorizzarli, renderli visibili, condividerli. Era il 2007 e Geophonìe si avviò così verso un accidentato percorso.

Si vaneggiavano progetti, pubblicazioni, mostre, esposizioni, esibizioni: iniziative forse velleitarie, o forse impedite dalle scarse risorse, dalla disponibilità di tempo e di energie dei soci partecipanti.

Salvare dei patrimoni fotografici, sottrarli all’oblio imposto loro da armadi e cassetti ben chiusi nelle case di ciascuno, era in quei primi anni una sorta di missione impossibile.

La gestione di un sito web, il suo aggiornamento, le problematiche tecniche, legali, ma anche personali si ergevano come ostacoli invalicabili per un approccio hobbystico quale era – ed è sempre rimasto – quello offerto dalla comunità ristretta degli associati. Ma la passione, quando viene esternata, quando inizia in qualche modo a propagarsi, anche solo in modo fortuito, prima o poi arriva a lambire altre sensibilità. E allora  le storie personali, i ricordi, certe esperienze vissute, inevitabilmente si attraggono, si incrociano.

Il racconto

Vi raccontiamo una storia che ha dell’incredibile.

Nel 2015 pubblicammo un articolo in memoria di un famoso fotografo tarantino, Paolo De Siati, decano della fotografia (25.1.1895-27.10.1960) vissuto tra le due guerre. Fu tra i pionieri della fotografia nell’area jonica.

http://geophonie.it/la-collezione-de-siati-un-patrimonio-della-fotografia/

In calce all’articolo, dopo qualche tempo, comparve uno strano commento: lo scriveva un signore abruzzese, innamorato di Taranto: vi aveva vissuto da bambino i suoi primi 9 anni.

“L’articolo si commenta da sè … è un atto di ammirazione e amore verso una persona che ha saputo amare la Città, ma ancor prima i suoi Concittadini! Profondamente serio nel suo lavoro lo sublimava con la poesia di cui era ricchissimo. Ne parlo come se io fossi stato un suo amico che lo ha seguito da sempre…no, non è così!

Lasciai Taranto nel febbraio del 1949, avevo abitato in Viale Virgilio vicinissimo ai Salesiani in una casa oggi distrutta appartenente (si noti la coincidenza) alla Famiglia De Siati … Orazio De Siati. Avevo 9 anni, pochi, ma sufficienti a portare con me la Tarantinite Acuta che non mi ha mai lasciato. Non avevo altra possibilità, quando la nostalgia si faceva particolarmente acuta, se non quella di rifugiarmi nei miei ricordi.

Non esisteva Internet…ma quando finalmente l’ho incontrato (non molti anni fa), la mia fame di Taranto mi ha indotto a fare man bassa di tutto quello che mi è stato possibile! In questo Safari perenne ho incontrato il Sig.Paolo il cui cognome mi conquistò subito perchè era lo stesso del mio Padrone di casa.

Ma torniamo al Sig. Paolo. Nelle immagini che mettevo da parte, quando vedevo il logo De Siati, per me era una garanzia, perché quando…dopo la caccia…tornavo sul lavoro fatto, mi mettevo  in contemplazione della “mia” Taranto, e un pò per volta.. ho assimilato il gusto artistico del Sig.Paolo, ed ogni foto aveva per me un messaggio, un messaggio di una persona che mi diventava sempre più amica, una persona che mi attendeva puntualmente in ogni mio viaggio virtuale a Taranto. Lui era il mio maestro e io il suo allievo, perchè in ogni nuova immagine era come se mi dicesse “oggi Lucio, ti faccio fare attenzione su questo particolare…”.

L’articolo che ho letto mi ha confermato che la mia non è stata una pia illusione (quando si parla delle accortezze, della pazienza della ricerca del momento migliore per scattare, le sfumature dei grigi che a volte sembrano rivestirsi di colori…ecc).

In conclusione, il Sig. Paolo mi ha restituito Taranto con tantissima generosità comunicandomi il suo amore per la Città e, da parte mia, ho cercato di condividere con Lui i  miei sentimenti! Ora non mi resta altro che ringraziare la persona che mi ha letto con tanta pazienza e porgere i più cari saluti! Lucio”.

 Una mail strana, per certi versi ampollosa, scritta con uno stile d’altri tempi, ma carica di emozione. Decidemmo subito di contattare questo lettore.

“Caro Signore, sono Giuseppe Basile, l’autore di quel pezzo che lei ha letto. Orazio De Siati, Suo “padrone di casa”, era mio nonno. Mia madre si chiamava Maria De Siati, figlia di Orazio. Abitò in quella casa, Viale Virgilio 48, di fronte ai Salesiani. Teniamoci in contatto”.

Taranto, anni 40. Stazione Cacciatorpediniere.

Nasce un’amicizia virtuale, e poi reale. Il sig. Lucio Schiazza ci racconta di essere nato a Gaeta, il 26.12.1940, da Ernesto Schiazza, abruzzese di Città Sant’Angelo (Pescara), e da Anna Francescangeli. Papà Ernesto è un sottufficiale di marina, maresciallo, capo meccanico. L’Italia è in guerra. Nel ’42 la giovane famiglia Schiazza giunge a Taranto. I coniugi Ernesto ed Anna hanno due figli, la primogenita Ivonne e il piccolo Lucio. Ernesto lavorerà all’Arsenale Militare, ma per lunghi periodi sarà anche imbarcato: i documenti militari citano diverse destinazioni, Tobruk, Crimea. Ernesto sarà testimone e superstite di tre affondamenti. Le notizie che giungono a Taranto sono scarne, frammentarie.

Ma la guerra nel Sud fortunatamente termina, dopo l’8 settembre 1943. La famiglia Schiazza permane a Taranto, almeno sino al 1949. E in tutti questi anni dimora in viale Virgilio 48, una villa di proprietà di Orazio De Siati, giornalista, per alcuni anni titolare di un esercizio commerciale di ristorazione nei pressi di piazza della Vittoria, infine libraio. Questa villa è il luogo dell’infanzia di Lucio: qui prendono forma tutti i suoi sogni, le sue fantasie di bambino, quelle che non dimenticherà mai più.

Gli anni passano. Nel 49 la famiglia Schiazza fa rientro in Abruzzo a Chieti. Lucio, adulto, dopo gli  studi di geometra, risiederà dapprima a Vasto ove prenderà servizio negli uffici tecnici comunali, poi vi svolgerà attività libera di consulenza, infine si trasferirà ad Ancona per prendere servizio nell’ospedale cittadino, e poi in quello di Atessa, il paese in cui si stabilirà con sua moglie Rita e i suoi tre figli Stefano, Davide e Anna.

La vita familiare non contempla facili viaggi di piacere, ci sono sempre altre priorità, e Lucio, pur tenendo stabilmente Taranto nei suoi pensieri, come accade agli esuli,  non vi fa più ritorno, eccetto una sola volta, nel 1961: in occasione di questo breve viaggio con i suoi genitori, Lucio scopre che la sua casa in viale Virgilio è stata abbattuta, pernotta in un moderno hotel cittadino, va a pranzo da “Pesce Fritto” (celebre ristorante dell’epoca, nella città vecchia), e rientra poi in Abruzzo.

Ma nel 2008, quando ormai ha raggiunto l’età del pensionamento, riceve in regalo un computer: comincia a prendere dimestichezza con Internet e quindi inzia a cercare tutte le immagini esistenti di Taranto, a leggere avidamente storie e cronache, a rinvenire tracce di luoghi del passato, a ricostruirli, a scoprirne i cambiamenti, ad approfondire aspetti della cultura jonica che non aveva mai avuto occasione di conoscere. I Cantieri Navali, l’Arsenale Militare, i siti della Marina, il varo delle navi, la natura del territorio, le isole Cheradi, le spiagge, i mari, e naturalmente la sua cara villa di Viale Virgilio 48.

Viale Virgilio 48, Taranto, Ricostruzione di Lucio Schiazza.

“E’ vero Sig.Basile, questa storia è un po’ strana, non fosse altro per la serie di coincidenze che mi sono letteralmente venute incontro nei miei vagabondaggi nel Web. 

Mi ritengo una persona concreta e non facile a credere a interventi del trascendente nella vita reale, ma questo devo proprio dirglielo…nelle mie ricerche, dall’inizio (circa tre anni fa), a tutt’oggi quando ho incontrato il Suo sito “Geophonìe”, è stato come se fossi stato “guidato” nella scelta delle pagine, ed ogni tassello alla fine ha trovato il giusto posto nel mosaico del mio passato tarantino.

Taranto con la sua bellezza mi è rimasta nel cuore e mi sono sempre sentito tarantino perchè appunto i miei ricordi iniziano lì e proprio in quella casa divisa in tre lotti e abitata da altrettante famiglie: Caputo, Castelli e la mia, Schiazza! Devo dirle che Taranto con tutte le sue vicissitudini è stata ed è presente nelle mie preghiere insieme a tutte le persone del mio passato e a quelle di oggi che “non mi appartengono più” ! E tra le persone del “mio” passato uno dei posti più preminenti è sempre appartenuto a tutta la Famiglia De Siati, sia attuale,  sia quella che ci ha preceduto nella Eternità. Sua Madre è la prima persona che ho incontrato in foto e tenga presente che non la conoscevo.

Quando la miniatura del Tesserino si è affacciata  sullo schermo del mio PC, la prima cosa che ho visto è stato il cognome e poi “figlia di Orazio”. Ho avuto un tuffo al cuore… e immediatamente ho mandato la foto a mia sorella (tramite il maggiore dei suoi figli  con il quale sono in contatto via Web). Mia sorella si ricordava benissimo della Signora Maria e anche degli altri componenti della Famiglia. La casa fu adibita a magazzino per qualche tempo e poi abbattuta. Io tornai con Mamma e Papà a Taranto nel 1961 (unica volta) e al posto della casa c’era un grande prato verde…anche i maestosi pini non esistevano più! Alloggiammo nell’allora Hotel Jolly, oggi Mar Grande Hotel Park. Papà lo scelse perché il più vicino al luogo dove sorgeva la casa, ma il mattino successivo fu una bella scarpinata lo stesso e nell’incipiente primavera tarantina il caldo si fece ben sentire!”

Villa De Siati, 23 maggio 1926, Viale Virgilio 48 Taranto – © Geophonìe

Cominciamo a scambiarci delle fotografie d’epoca. Lucio addirittura si cimenta in alcune ricostruzioni, affidandosi ai suoi ricordi. Ma un giorno, in una cassa abbandonata da decenni, in occasione di un trasloco a Taranto, compaiono numerose vecchie foto dimenticate: tra queste ve ne sono in particolare due, scattate il 23 maggio 1926. Sono fotografie preziose che immortalano la villa De Siati. Altre vengono poi rinvenute in un vecchio album di famiglia. Per Lucio Schiazza, ad Atessa, è un giorno importante: rivede la sua casa, alcuni volti, l’atmosfera di un’epoca.

Diventiamo presto grandi amici, ci scriviamo, parliamo di noi, delle nostre famiglie, delle nostre vite, di gioie e preoccupazioni: e tutto questo mentre Lucio, instancabile, prosegue nel suo “safari fotografico”. La sua è una caccia quotidiana, una ricerca animata da una passione quasi morbosa. Cataloga e conserva migliaia di fotografie di Taranto: le orchestre, i locali da ballo, i gruppi musicali, le piazze, le immagini di vecchi negozi.

Pochi giorni fa giunge a Modena un regalo: Lucio Schiazza ci invia 13.000 fotografie, un patrimonio storico. Più grande dello stesso archivio di Paolo De Siati. Vuole che sia la nostra associazione a conservarle, valorizzarle, forse esporle.

Sono immagini tratte da libri, vecchie cartoline, foto di cronache e documentazioni, lampi di una vita lontana. “Non ho badato a questioni legate alla proprietà di queste immagini” – dice – “sono immagini per le quali non è possibile risalire ad un legittimo proprietario, sono fotografie comuni, e che comunque io ho raccolto solo a fini personali”.

Lucio Schiazza, a nostro parere, è un eroe: un tarantino che ha amato Taranto molto più di coloro che vi hanno vissuto, e che ha conservato caparbiamente i suoi ricordi per una vita intera, sino a renderli tangibili, visibili. La sua collezione è emozionante, l’ha intitolata: “Nobilissima Taranto”.

Sarebbe il caso di conferirgli la cittadinanza onoraria: siamo certi che se le Autorità comunali verranno a conoscenza di  questa storia, lo contatteranno. Da parte nostra, dobbiamo dire di aver ripetutamente provato e insistito per averlo ancora una volta nostro ospite fra i due mari, sinora invano. Ma continueremo a provarci, con quella stessa tenacia che ha consentito a lui, Lucio Schiazza, di diventare uno dei più grandi documentaristi che Taranto abbia mai avuto. E frattanto, inizieremo pazientemente, con i nostri tempi “hobbystici”, a costruire un progetto degno della sua stupefacente collezione.

Giuseppe Basile © Geophonìe (09.10.2018)

Raccolta Fotografica di Lucio Schiazza