PINDHAR: Live in Taranto, 23.10.2021, SpazioPorto

Pindhar, 23.10.2021, Taranto, SpazioPorto – (Foto Franzi Baroni © Geophonìe)

Il duo milanese a Taranto, allo Spazioporto, esegue dal vivo il proprio disco del 2021, “Parallel”.

23 ottobre 2021. Una serata tiepida autunnale di fine Ottobre accoglie i Pinhdar a Taranto nel nuovissimo “Spazioporto”. Prima di entrare è possibile scambiare opinioni sulla band milanese che ha all’attivo due album, e questa sera l’aspettativa è  quella di di poter apprezzare i loro nuovi brani in versioni dal vivo.

I Pinhdar sono Cecilia (voce e sentimento) e Max (chitarra e tastiere), si esibiscono con l’aiuto di Alessandro Baris alla batteria.

L’attesa è piacevole grazie alla comoda sistemazione dei posti a sedere. Personalmente attendevo con interesse questo concerto per ascoltare dal vivo una band italiana che a mio parere ha realizzato uno dei migliori album (Parallel) in Italia del 2021.

Le aspettative erano concrete per via delle eteree e sognanti atmosfere delle composizioni di Parallel, pubblicato dalla britannica “Fruits De Mer”,  co-prodotto insieme ad  Howie B (Howard Bernstein), stimatissimo produttore (fra l’altro anche di  Siouxsie and the Banshees).

“Corri” e “Parallel” sono già di per sè bellissime, ma dal vivo si animano con passione, grazie alla grande bravura al canto di Cecilia e al mosaico chitarristico di Max.

 

Pindhar, 23.10.2021, Taranto, SpazioPorto – (Foto Franzi Baroni © Geophonìe)

Attraverso le loro composizioni, che inducono a cambi di umore in ascensione,  i Pinhdar riescono a suggestionare e  creare mondi armoniosi.

Nel cuore del concerto si assiste a un meraviglioso inseguirsi di voci e suoni che rendono avvincente la scena, creando un pathos di grande intensità.

Una conferma auspicata, quella dei Pinhdar, che hanno potuto dimostrare grande padronanza di esecuzione e di magica tensione emotiva. Il concerto si sviluppa intorno al loro secondo album Parallel:  la performance è fantastica e ben apprezzata dal pubblico che segue con attenzione, per poi applaudire con grande sostegno ogni brano.

 

 

Pindhar, 23.10.2021, Taranto, SpazioPorto – (Foto Franzi Baroni © Geophonìe)

Il concerto si chiude con due brani che concludono una serata speciale dimostrative della caratura internazionale della band milanese che con originalità e talento ha proposto la propria arte musicale con grande maestria.

Le ricerche sonore e vocali dei Pinhdar derivano da profonde radici che toccano anime sensibili e  cuori gentili.

I Pinhdar sono una realtà che con il loro album Parallel si affermano come una band di grande spessore emotivo.

Il loro concerto è stato la celebrazione delle loro emozioni.

Insieme sicuramente al loro prossimo concerto.

 

Marcello Nitti © Geophonìe
Foto: Franzi Baroni

 

LA GIOIA DI VIVERE DI HUNT SALES, DOPO IGGY POP, BOWIE E TIN MACHINE

Hunt Sales Memorial, ‘Get Your Shit Together’ 2019, © Big Legal Mess / Fat Possum Records

[English version here]

Due chiacchiere con Hunt Sales, celebre batterista del rock evolutivo di fine ’70 in America. Collaborò per anni con Iggy Pop e David Bowie. Era sua la batteria travolgente di “Lust for Life”, brano che diede il tiolo all’epico album di Iggy Pop nel 1977. In Italia potemmo vederlo dal vivo solo nell’ottobre 1991 con David Bowie e i Tin Machine al Teatro Brancaccio di Roma. 

Nel 2019 un’etichetta americana denominata Big Legal Mess / Fat Possum Records ha dato alle stampe un prodotto discografico inatteso. Si tratta di un lavoro solista realizzato da un musicista di lungo corso, ma che solo in età avanzata ha deciso di costruire un “esordio” artistico a proprio nome. Stiamo parlando di Hunt Sales, batterista americano con alle spalle un curriculum sbalorditivo, dal rock’n’roll al blues,  al jazz dixieland, e che ha spaziato ovunque nella grande musica americana,  sempre al fianco di star assolute.

In Italia lo conoscemmo per via della sua dirompente batteria che accompagnò Iggy Pop in quel momento di trasformazione, così evolutivo, della seconda metà degli anni 70. Hunt Sales era con Bowie nella fase berlinese della trilogia, ma noi italiani lo vedemmo per la prima volta solo nel 1991 al Teatro Brancaccio di Roma per due serate irripetibili, alla batteria dei Tin Machine, e avemmo modo di comprendere come Hunt Sales fosse un batterista d’avanguardia, persino quando interpretava un genere quasi retrò: si trattava in realtà di un retrò opportunamente rielaborato, come appunto i Tin Machine seppero fare in quei due dischi incredibili dei primi anni 90, producendo coraggiosamente una musica totalmente contraria a quella che i nuovi venti del brit-pop stavano diffondendo.

Questa produzione solista di Hunt Sales dunque ci ha colpito, perchè non accade mai di realizzare un esordio con un lavoro che in realtà rappresenta una sorta di memoriale, anche sonoro, e culturale. Nel disco “Get Your Shit Together”, sulla cui copertina, infatti,  campeggia in grande la scritta “Memorial”, ci ritroviamo ad ascoltare una miscellanea di suoni profondamente americani, una commistione di vecchio rock’n’roll ma anche di echi di sonorità blues mescolate a quella energia vagamente punk-evolutiva che contrassegnava i suoi lavori con Iggy Pop e altri artisti dell’età di mezzo.

Hunt Sales mentre interpreta il brano “Sorry”, con i Tin Machine al Teatro Brancaccio di Roma, 10.10.1991 (Marcello Nitti © Geophonìe)

La sua storia, quindi, attraverso questa sua pubblicazione, ci ha incuriosito: una storia di vagabondaggio, di droghe, di percorsi itineranti e trasversali tra  generi musicali diversi che sinora aveva probabilmente occultato la direzione artistica interiore che Sales serbava in sè stesso, e che oggi invece affiora.

Sig.Sales, non è facile decidere da dove  cominciare,  ma in qualche modo dobbiamo pur  “rompere il ghiaccio” , come si dice in Italia. Tu hai un’ottima reputazione come musicista e hai sempre dimostrato una forte coerenza musicale con chiunque tu abbia lavorato. Possiamo immaginare che tu abbia sempre suonato con musicisti vicini al tuo feeling, ma che ricordi hai dei tuoi inizi come musicista?  Ti sentivi sicuro o avevi paura di non fare bene?
“I miei ricordi degli inizi sono legati alla persona che diede impulso sin dall’inizio della mia carriera al mio amore per la musica,  Earl Palmer, un famoso batterista di New Orleans che aveva lavorato con Little Richard e Fats Domino. Ero a una sessione di registrazione a 6 anni e lo vidi suonare durante la sessione,  lo incontrai  quando lavorò su uno dei dischi di mio padre e ha cambiato la mia vita. Il fallimento non è mai stato un’opzione: non che io non abbia avuto fallimenti, ma – come si suol dire –  solo  chi non prova fallisce”.

-Quando alla fine degli anni ’70 suonavi con Bowie e Iggy Pop insieme a tuo fratello Tony, molti lodavano il tuo lavoro e l’intro che suoni nella canzone “Lust for life” rimane memorabile. Un “culto” che ancora affascina e produce energia e chiarisce come deve essere il “Rock”! Cosa puoi dirci di quel riff mozzafiato che suoni, che conservi per tutta la canzone e che ritroviamo nel film “Trainspotting”? Com’è nata l’idea della parte di batteria di quella canzone?
“ Si basa su diverse cose. Uno, Motown, “You Can’t Hurry Love”, “George of the Jungle” che è tratto da un cartone animato, e “Armed Forces Radio” a Berlino, in Germania, che è qualcosa che ho sentito molto mentre vivevo a Berlino con Iggy e David. Ho mescolato tutto insieme, e come molte cose nella musica non c’è niente di nuovo, o è come lo prendi in prestito o prendi un’idea per un’altra idea e la fai tua”.

Hunt Sales, Roma, Teatro Brancaccio, 10.10.1991 Marcello Nitti © Geophonìe

-Hai partecipato a due importanti svolte musicali di David Bowie e Iggy Pop, sempre in compagnia di tuo fratello Tony al basso nel periodo berlinese 1976-1977 e con Tin Machine a Montreux e in altri studi di registrazione. Anche oggi la tua interpretazione della canzone “Sorry” rimane una delle migliori canzoni del secondo album dei Tin Machine. Cosa ne pensi dell’esperienza con i Tin Machine oggi? È stato fatto tutto quello che volevi fare con Tin Machine?
“La cosa buona dei Tin Machine è che mi face suonare di nuovo la batteria. Prima dei Tin Machine avevo fatto molto arrangiamento e produzione per altri, ma non molto percussioni. Ovviamente lavorare con David, dopo così tanti anni dopo il 1976-77 con Iggy Pop, essere diventato un po’ più grande e ritrovare David, è stato fantastico”.

Finalmente per chi ama la tua musica è uscito il tuo primo album solista intitolato Hunt Sales Memorial “Get Your Shit Together”. Tu dici in “One day” :  sono solo. Cosa significa per te la solitudine? E’ un modo per fuggire dallo stress della vita, o trovi invece in essa qualcosa che ti dia più creatività?
 “Non si tratta di essere soli. Non si tratta di solitudine. È qualcosa di più, come stare con molte persone, amici di famiglia o sconosciuti e sentirsi soli. Ha più a che fare con un viaggio nella propria  testa,  piuttosto che alla sensazione di non appartenere o adattarsi. E’ un sentimento condiviso da molte persone, come l’outsider, il tossicodipendente, l’alcolizzato. Il sentirsi soli è una sensazione universale. Le persone dicono di sentire un vuoto in loro che non viene mai colmato. Ha a che fare con tutto questo, e anche più”.

Tin Machine, Roma, Teatro Brancaccio, 10.10.1991 Marcello Nitti © Geophonìe

-Oltre all’energia pura, cosa deve esserci in una canzone che suoni? Un testo di una storia vera?
“ Spero che in un modo o nell’altro qualcosa con cui posso relazionarmi debba essere nella canzone che darà il via a un sentimento, o a sentimenti che mi ispireranno. Speriamo che l’ispirazione sia condivisa anche con l’ascoltatore”.

-Il tuo primo album da solista è così reale, secondo me, e mostra il tuo brillante talento come compositore. Anche il tuo modo di cantare è caldo e ruvido nel modo giusto e questo non è comune per un batterista. Cosa c’è di magico per te nel tuo album?
“Ho una band e questa band è composta da me e da un ragazzo di nome Tjarko Jeen che viene dall’Olanda. Ho messo insieme questa band, The Hunt Sales Memorial, 10 anni fa,  la verità è che l’opportunità si è manifestata in un momento marginale della preparazione, il chè significa che ero preparato dopo aver provato centinaia di ore con questo gruppo e aver suonato nel corso degli anni. Quando si è presentata l’opportunità di fare il disco, ero preparato. Il disco è stato fatto alla vecchia maniera, in un lasso di tempo molto breve come i dischi degli anni Sessanta e Cinquanta”.

– Ti piacerebbe fare una serie di concerti in Europa?
“Sì, lo farei. Sto cercando il promoter giusto” .

– Ti senti completo come musicista o pensi che ci sia sempre qualcosa da imparare?
Sì, c’è sempre qualcosa da imparare”.

Cosa sono i sogni per te, signor Sales?
“Venire in Europa e buttare giù tutto”.

Marcello Nitti  © Geophonìe
riproduzione riservata.

Dove acquistarlo:

ITALY
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U.S.A.
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Pinhdar:  Flussi continui di intime sensazioni

Si intitola ‘Parallel’ il loro nuovo disco. 

In questi ultimi anni l’intreccio tra Musica e Letteratura ha finalmente trovato tributi ragguardevoli, specie se pensiamo al Nobel ricevuto da Bob Dylan, alla laurea ad honorem assegnata a Patti Smith e a tanti riconoscimenti che l’arte musicale colta ormai consegue:  ed è forse da poco tempo, dunque, che un nuovo pubblico riesce ad accostarsi e apprezzare  questa fusione, riconoscendo come talvolta parole ed atmosfere musicali riescano a fondersi, abbracciarsi, creando gomitoli di poesie.

Quale destino ci attende? Invece di ricercarlo, i Pinhdar il loro destino lo realizzano, costruendo trame intime ed avvolgenti.

Non è un caso che Max Tarenzi e Cecilia Miradoli siano ispirati dalla poesia del greco antico,  simbolicamente rievocando Pindaro, e che testi e musiche del loro secondo album siano un condensato unico ed uniforme di sfavillante bellezza.

PHINDAR, “Parallel” (Fruits de Mer Records, Marzo 2021)

Parliamo di artisti italiani che coltivano suggestioni, emozioni, visioni, apparizioni e ne offrono una celebrazione asciutta e profonda. Meraviglie nascoste, ma che possono essere svelate soltanto da un ascolto attento e riflessivo.

La voce di Cecilia Miradoli si lascia trasportare da tappeti di nuvole che accarezzano i sensi più delicati e palpitanti e non solo …… insieme a Max Tarenzi le composizioni diventano piccole opere di respiri rigeneranti.

Ogni brano di questo loro secondo album,  “Parallel” (Pubblicato nel Marzo 2021 in digitale, in CD e in un’edizione limitata in vinile pubblicata dall’etichetta inglese Fruits de Mer Records),  lascia apparire tra le ombre brividi di luce interiore e momenti di maestosa delicatezza.

Elegia dei sentimenti e del vivere l’istante. L’istante è il tempo in cui viviamo e che nutre l’anima che tanto preziosa è per noi tutti.

La musica dei Pinhdar ci abbraccia soffice e cresce in penombra con fierezza.

16/10/2021
Marcello Nitti © Geophonìe
Diritti riservati

 

“Parallel” prodotto da HOWIE B
26 marzo 2021 – 20 settembre 2021
su vinile in UK
Parallel è uno degli album di cui vado più orgoglioso ”
Howie B
Capolavoro del duo italiano con Howie B”
COLLEZIONISTA DI RECORD (Regno Unito)
Dark e atmosferico, tra dream pop e trip hop”
LA REPUBBLICA  (IT)

“Un’istantanea della vita vissuta nel 2020 ”
Prog (Regno Unito)

Fantastico e seducente
Suono elettronico (Regno Unito) 

 

Damàiste, esperimenti di comunicazione

Una band bolognese propone un illuminante reading di musica e parole. Un’esperienza espansiva che dal rock infonde energie e volontà, con risultati efficaci persino nell’attività di formazione aziendale. Damàiste , in Gaelico significa “Ledere”, “Danneggiare”,  ed è il concetto di lesione, disagio presente in alcune band del passato ad interessare i membri di questa formazione musicale emiliana: una passione per le sonorità new wave, goth, postpunk, darkwave e brit pop  accomuna i suoi quattro componenti, musicisti di lungo corso che suonano per diletto e non per lavoro. Dismessi pc, cravatte ed automobili, si dedicano a proporre musica di nicchia per appassionati degli anni ’80 e primi ’90. I Damàiste suonano insieme dal 2011 e riportando live le atmosfere citate, interpretano le più importanti band di questi generi: The Sound, Joy Division, Killing Joke, Bauhaus, The Psychedelic Furs, The Cure, Depeche Mode, Placebo, Interpol, Franz Ferdinand, Oasis, Pixies, Arctic Monkeys. Le canzoni non sono riprodotte in stile ‘tribute’, quindi identiche all’originale, ma cercano di evidenziare dettagli dei brani non sempre evidenti, con richiami a contemporanei o a band successive che hanno fatto tesoro della tradizione new wave; i Damàiste interpretano liberamente Adrian, Ian, Jaz, Robert e tutti gli altri musicisti a cui si ispirano, pur rispettando il messaggio sonoro ed il contenuto artistico. Nel 2015 la band pubblicò un proprio album inedito, “What you see is all there is”, raggiungendo il 5° posto della classifica Itunes Indie. Le sonorità dell’album riprendono la passione dei suoi membri verso diversi generi musicali ma l’atmosfera generale rimane fedele al decennio 80, fino ad arrivare alle sonorità anni 90, ovvero fino alla “Placebizzazione” . Alcune composizioni dell’album sono proposte dal vivo. Ogni live è caratterizzato da un lungo repertorio, frutto dei 10 anni di carriera della band; è per questo che in alcuni live si superano abbondantemente le due ore. La capacità di fondere due cantanti con timbri vocali diversi rende  particolari le performance live. La band si è esibita principalmente in Emilia Romagna, con alcune date anche fuori regione in Veneto e Toscana, toccando alcuni palchi particolarmente importanti come Home Rock Bar a Treviso, Cortile Cafè a Bologna, Hard Rock Cafè a Firenze e diversi altri. Le parole dei grandi artisti vengono svelate, e il loro pensiero finalmente viene divulgato. Recentemente Max Panìco ha dato vita ad un’attività di formazione nel mondo aziendale promuovendo un proprio format incentrato sull’energia, sulla valorizzazione dell’individuale senso interiore e sulla libertà creativa che il rock, come forma culturale, ha trasmesso nella nostra società moderna stimolando  attitudini individuali e di gruppo, l’autodeterminazione e l’affermazione della personalità. Il suo prodotto formativo si chiama “Il rock in azienda” e sta ottenendo un successo notevolissimo con numerose richieste e consensi professionali nell’ambito del management italiano (https://www.youtube.com/watch?v=MPGsjRLG4Sw). COMPONENTI Christian Paulucci – voce e chitarra Massimo Panìco – voce e tastiere Emiliano Lorenzoni – basso Franco Pietralunga – batteria

VERSO IL MEDIMEX 2021: Damàiste, New Wave bolognese contemporanea

I Damàiste sono una band bolognese che da alcuni anni propone una rivisitazione della new wave seguendo percorsi diversi da quelli tipici delle tribute band. Il loro, infatti, non è il tipico spettacolo incentrato sulla pedissequa esecuzione dei classici  e il loro repertorio non tende al revival di uno specifico gruppo: quello dei Damàiste è un evento di comunicazione, quasi un reading, fatto di musica e parole.

I Damaiste infatti spaziano in un repertorio anni 80 ma non solo, riproponendo brani noti e meno noti di varie formazioni storiche, dai Cure sino ai Placebo, dai Sound e The Psychedelic Furs agli Interpol, Franz Ferdinand, Arctic Monkeys ed altri. La setlist dei Damàiste ricerca e vuole mostrare al pubblico la “continuità” di un genere, l’eredità sonora e di ispirazione acquisita dalle generazioni di artisti che si sono affermati dopo gli anni ’80, quando quella particolare fase creativa confluita in un brit pop meno suggestivo e spesso poco originale sembrava definitivamente chiusa e conclusa.

Massimo Panìco, voce e tastiere (Damàiste, Live Gallery 16, Bologna, 22.12.2019) © Geophonìe

Non è casuale la scelta dei brani che i bolognesi Damàiste portano sul palco: vi è molta cura nel presentare diversi brani contemporanei, per mostrare accanto alla new wave delle origini, quella di oggi. Amano intervallare le loro versioni live con brevi racconti, aneddoti, pillole di storia musicale, schegge di un’epoca non ancora lontanissima che il pubblico ha piacere di ricordare ma anche di approfondire, scoprendo qualcosa di più. Sappiamo bene come molti testi new wave in quegli anni scivolassero via, completamente ignorati e offuscati dallo sfavillio estetico degli ’80, e scoprire oggi slanci di poesia e significati sconosciuti, condividere solo ora narrazioni che la stampa specializzata – in ritardo – ha scoperto e svelato, rende il loro spettacolo un happening musicale e culturale ricco e piacevole.

E’ una bellissima serata quella che si trascorre fra le conversazioni e le performance sonore dei Damàiste, sempre molto cariche di intensità elettriche e ritmiche. Il loro è un “sound” solido e collaudatissimo. La parola “Sound”, del resto,  per i Damàiste è una questione di cuore: il repertorio della band di Borland è infatti uno dei cardini del loro spettacolo.

Franco Pietralunga (drums) e Christian Paolucci (voce e chitarra) Live Gallery 16, Bologna, 22.12.2019 (© Geophonìe)

Da cosa nasce questo amore per i The Sound?
“Max è di Taranto” – ci racconta Frank, batterista – “ e negli anni ‘80 la scena New Wave della città era molto viva. Lui ebbe la fortuna di assistere a buona parte di quei concerti, dai Simple Minds ai Bauhaus, e nel 1985 a 14 anni vide Adrian Borland e soci al Tursport Club. Un concerto leggendario. Da allora i The Sound sono stati un suo pallino”.
“Anche Frank li vide dal vivo a Budrio in provincia di Bologna nel 1983”, – racconta Massimo Panìco –  “ed anche lui considera questa band fondamentale nel panorama New Wave/Post Punk internazionale. Le sonorità post punk sono parte integrante della nostra cultura musicale, sia come ascoltatori che come musicisti. Dopo aver riproposto per tanto tempo quasi tutte le band del periodo Punk-New Wave, abbiamo capito che l’unicità dei The Sound era davvero pazzesca e abbiamo deciso di esplorarli più a fondo. “From the Lions Mouth” è un album straordinario”.

Christian Paolucci, voce e chitarra (Damàiste, Live Gallery 16, Bologna 22.12.2019) © Geophonìe

Quando vi siete formati e qual’è la vostra storia?
“I Damaiste nascono nel lontano 2009, Chris, Max ed Emi sono i fondatori. Dal 2017 Frank è il nostro batterista. Esordimmo come cover rock band, abbiamo poi intrapreso un viaggio creativo che ci ha portato nel 2015 ad autoprodurre “What you see is all there is” un album interamente scritto da noi che ha riscosso un discreto successo fino a raggiungere il 5° posto nella classifica indie di iTunes. In questi anni ci siamo dedicati a studiare e riproporre diverse band che sono il nostro riferimento (Arctic Monkeys, The Cure, Placebo), ma quando siamo atterrati su The Sound, è divenuta la nostra nuova ossessione”.

Perché avete due cantanti?
“Perchè ci piace variare tra diversi stili, essere flessibili, spaziare su diversi canoni. Chris e Max hanno timbri vocali completamente diversi e sfruttiamo questa particolarità a nostro vantaggio”.

C’è una notevole versatilità vocale e sonora nelle esecuzioni dei Damaiste. I brani originali vengono riproposti con libertà interpretativa e voglia di sperimentare. Si riconosce benissimo nel loro concerto quella militanza sotto i palchi di tanti grandi e piccoli eventi musicali che negli anni, sin da ragazzi, avrà caratterizzato le loro storie personali.

Il concerto live a cui avete assistito e che vi ha maggiormente influenzato?

“Quello degli U2, Zoo Tv, a Bologna” – dice Chris – “Ero lì per motivi di lavoro, in servizio militare nella celere. A distanza di anni abbiamo poi ricostruito i ricordi, scoprendo di esserci stati tutti e tre (io, Emi e Max) nello stesso posto, allo stesso momento, seppure con finalità diverse: 2 su 3 di noi erano al lavoro”.
“Durante quel tour degli U2 – Zoo Tv ebbi il privilegio di lavorare con Bono” – dice Max – “Ero l’aiutante della sua costumista. In quella data di Bologna salii sul palco due minuti prima dell’inizio del live per riportare nel backstage i finti U2. Esperienza memorabile dinanzi a circa 30.000 persone”.
“Fu in occasione di quel concerto degli U2 – Zoo Tv Tour a Bologna che capii che il mondo era diventato multimediale”, dice Emi.
“Per me fu il concerto dei Sound nella Discoteca Puntacapo di Budrio del 1983” – dice invece Frank – “fu una performance che pose le basi per le mie preferenze musicali, e orientò tutta la mia cultura musicale che ho poi continuato a coltivare  sino ad oggi”.

E il concerto live che vi ha maggiormente influenzato come musicisti?
Chris: Arctic Monkeys “Ferrara sotto le stelle” 2007
Max: Sono tantissimi, non riesco a dirne solo uno. Molti concerti degli U2. Depeche Mode, Placebo ed Editors. Simple Minds e Tears for Fears. Arctic Monkeys. Davvero difficile.
Emi: Interpol, “Turn on the bright lights tour”.
Frank: Arctic Monkeys “Ferrara sotto le stelle” 2007.

Gallery 16, Bologna. © Geophonìe

Il  concerto live che non vi perdonate di avere perso?
Chris: Grateful Dead
Max: The Clash, Duran Duran e David Bowie
Emi: Jeff Buckley
Frank: David Bowie

Le band da cui siete ossessionati?
Chris: The Beatles
Max: U2
Emi: The Smiths
Frank: Joy Division

 

 

Cos’è la musica per voi?
Chris: una millefoglie di matematica applicata al suono con sopra un velo di emozioni
Max: le rockstar sono i miei mentori, il rock è l’interruttore dei miei stati emotivi
Emi: l’angolo delle mie emozioni con cui mi confronto appena posso
Frank: un luogo dove mi sento a mio agio, sempre

E il vostro sogno come musicisti?
Chris: Fare un tour in Giappone
Max: ne ho due: il primo è fare un tour con la mia band girando le capitali europee con il Westfalia. Il secondo è suonare i Sound nella mia Taranto.
Emi: incidere un album e l’ho realizzato; il prossimo è quello di suonare con Peter Hook e Johnny Marr assieme (difficile ma nella vita non si sa mai!!!)
Frank: direi che si è avverato, visto che era suonare in una cover band dei The Sound.

Giuseppe Basile © Geophonie
13.05.2021

20.07.1985. Cantami o Diva le macabre liriche del Punk

Siouxsie iera sera al Tursport di Taranto.

Daniela Pinna © Corriere Del Giorno, 21.07.1985

Una diva gotica tra sole e mare: pareva impossibile, ma è accaduto. Siouxsie Sioux, madonna nera del rock inglese, prima signora del punk, ha suonato ieri notte al Tursport in compagnia della sua storica band, i Banshees. Il  “suono oscuro” – così veniva chiamato nel suo periodo d’oro, gli ultimi anni ’70 – è stato felicemente trasportato in mezzo ai colori  (e alla calura) dell’estate tarantina.

Brani nati nel buio delle cantine o nel ritirato appartamento di Siouxsie,  “un seminterrato col pavimento in legno, senza moquette e con poca luce”, come precisava la stessa Siouxsie su Smash Hits qualche tempo fa, hanno creato strane atmosfere nella calda notte estiva. Con piena soddisfazione dei rocchettari locali, dei vacanzieri e dei romantici ribelli metropolitani senza metropoli.

Siouxsie Sioux non rappresenta l’ultima moda canora, non sbanca le classifiche mondiali, non interpreta film d’essai o di successo, ma ha un seguito  personale che non ha pari tra i musicisti della sua generazione. Scomparsi e riciclati i Jam, in inarrestabile declino i Clash, svanita Blondie insieme con i suoi amici newyorkesi, solo Siouxsie resiste sulla cresta dell’onda del dopo punk.

“Non c’è ragione sulla terra per cui questa marcia da funerale debba provocare una così veemente reazione da parte del pubblico”, scriveva qualche settimana fa Ted Muco recensendo per Melody Maker il concerto del gruppo alla St. James 15 Church di Londra. Ma era solo pudore – forse un po’ d’imbarazzo – per l’entusiasmo che traspare dal suo pezzo. “L’incorrotta regina del punk, colei che sputa rose (sic!), ha ancora una voca casta che seduce con calore e fascino: ha acuti debilitanti che impongono la resa di ogni senso”,  prosegue Mico: il quale ha certamente almeno 25 anni.

Colta, cattiva, riservata, senza amici al di fuori della band, senza fidanzato fisso: è questa l’immagine che Siouxsie Sioux ha saputo creare e conservare negli anni. Un tipo che ben si adatta all’autrice di danze macabre e cantilene blasfeme. I suoi brani più celebri, “Icon”, “Cascade”, “Mother I Promise”, parlano di esaltazione della disperazione, Amore & Morte (sempre saldamente uniti) putrezioni varie. Se assurgessero alla dignità di studi per semiologi le liriche del gruppo susciterebbero certo curiosità per il numero di insetti e parassiti che ne sono protagonisti. Stupire e far inorridire, d’altronde, era un obbligo del punk. Con i suoi modi, con i suoi vizi e anche con il suo abbigliamento Siouxsie ha comunque creato una scuola.

Gioielli di plastica, vestiti sado maso, bustini ecc. esistevano ben prima di Madonna (che semmai li ha colorati)  e Siouxsie lo dimostra. E chi non ricorda l’abbigliamento del periodo “piratesco” di Adam Ant, i primi costumi da neo-romantica gioventù degli Spandau Ballet? La signora Sioux e le sue streghe (La Banshee è la donna la cui apparizione annuncia la morte nella mitologia irlandese) sopravvivono a discepoli e imitatori. Sino a riuscire dalle loro nebbie per venire al sole di Taranto. Non resta che chiedersi con Ted Nico: “che bisogno abbiamo di eroina e morte, quando notti come queste ci fanno fare voli così elevati?”

Daniela Pinna © Corriere del Giorno
(21.07.1985)