
www.rockspel.com
La band modenese, è alla vigilia della pubblicazione della propria prima fatica discografica, con cui finalmente dà alle stampe il frutto di due anni di sperimentazioni vissute on the road in Emilia e dintorni.
Riuscire a trasmettere un messaggio culturale in musica è impresa ardua. Specie oggi, tempi in cui il messaggio non è quasi richiesto, e la schiera dei musicisti che non ci provano nemmeno più cresce a dismisura.
Molti ormai suonano e basta, comunicano solo attraverso le note e le sonorità, e forse anche per questo difficilmente poi riescono ad elevarsi e differenziarsi dal magma, dall’orgia di suoni che ci avvolge rumorosamente.
Di musica in giro ce n’è sempre, e in abbondanza, più che in ogni altra epoca, e certo più del necessario. Ma di carisma, di magnetismo, sempre meno. Misteri della comunicazione.
Sfortunati i musicisti contemporanei, verrebbe da dire.
Negli anni ‘60 e ‘70 la ricerca del messaggio era così spasmodica che l’indagine sui significati finiva col travisare completamente il loro lavoro: se i contenuti e gli ideali erano carenti, o del tutto assenti, le intenzioni più improbabili le si andavano a ricercare anche laddove un artista non aveva neppure pensato di collocarle, nell’immagine di copertina di un disco, nel titolo “forse-volutamente-criptico”, nei versi, che venivano riletti e reinterpretati tra mille supposizioni, suggestioni e dietrologie.
La voglia di contenuti era famelica. Erano anni in cui la musica, oltre che forma di espressione artistica e prodotto commerciale, per molti era assurta a filosofia: se ne indagavano i significati più reconditi analizzando minuziosamente ogni traccia, cercando di carpire messaggi nascosti, stati d’animo degli artisti, ragioni e pensieri inespressi.
Il musicista, insomma, era una sorta di oracolo, e quel bisogno collettivo d’immedesimazione era tale da elevare la sua arte musicale sino a sovraesporla.
Oggi invece accade che se un musicista, oltre a suonare, si azzarda anche ad esprimere una qualche sua specifica idea, sulla vita e sul mondo, viene immediatamente percepito come invadente e importuno.
Perché dovremmo stare qui a sentirci una predica? Perché un musicista ritiene che a me, utente occasionale, possa importare qualcosa del suo punto di vista?
Ciò che in passato ci appariva un passaggio obbligato per gli artisti (costretti a dire qualcosa anche quando non avevano nulla da dire), oggi ci appare un gesto retrò, ridondante, non necessario, un’espressione di supponenza.
Non rendiamo allora un favore ai ROCKSPEL e al loro progetto se mettiamo sull’avviso il pubblico spiegando che la proposta artistica di questa band modenese è nata, e si è incentrata, partendo anzitutto dai contenuti. Se li presentiamo così, chi decidesse di andare ad assistere a un loro show potrebbe pensare di andare a sorbirsi una predica.
In realtà, si tratta essenzialmente di rock-blues, e di predica ce n’è ben poca. Anzi, troppo poca, perché per un progetto come quello che loro perseguono, qualche parola in più proferita dal palco ci starebbe.
E’ una strana alchimia, quella dei Rockspel, perché nasce da una storia originale che non siamo abituati a sentirci raccontare.
Una chiesa protestante carismatica di Modena, “Gesù fonte di acqua viva”, che fa capo al Kingdom Faith ad Horsham nel Sussex , utilizza la musica come strumento cardine dei propri culti. Una funzione religiosa può ben arrivare a ricomprendere più ore di canto e di musica. “La nostra chiesa ha un palco predisposto per musicisti e cantanti”, dice Grazia Mimmo, lead singer dei Rockspel, “perché la musica nel nostro culto ha un ruolo assolutamente centrale. Si comincia con essa per lodare Dio e si continua utilizzandola come strumento di adorazione, sino a una comunione profonda con Lui. Al di fuori del culto la musica si utilizza anche come veicolo di evangelizzazione”
Sembra un’ambientazione da film americani, superficialmente ti verrebbe da pensare alle caricaturali performance dei Blues Brothers, e a tutti quegli Halleluja che i grandi rockers degli anni 50 e 60 proferivano dal palco al termine di ogni indiavolata canzone, tra ancheggiamenti, piroette, balli scatenati e cori. Ma quelle sono note di colore tipicamente cinematografiche, la realtà non è certo così. Vero è che nelle chiese protestanti le proposte musicali sono più “disinibite” e libere da cliché, con modalità magari più varie rispetto alla cantata piatta e da sottofondo delle chiese cattoliche, talvolta con maggiore ricerca sonora e vocale e diverse influenze. “Nei nostri concerti facevamo gospel classici”, continua Grazia, “e quindi, anche se questo ci consentiva di esibirci in giro, d’altra parte però ci limitava alla sola frequentazione di certi circuiti, teatri, piazze, in periodi dell’anno particolari come a Natale, e sempre nell’ambito di manifestazioni specifiche”. La musica che si produce nelle chiese protestanti, infatti, è per sua natura più esportabile, più votata all’esterno, di solito è anche più godibile dagli utenti: ma se resta solo nell’ambito del gospel classico rischia di svilupparsi secondo schemi abbastanza fissi e ripetitivi.
“Avevamo voglia di proporre e suonare musica cristiana”, spiega allora Valerio Corvino, batterista e coniuge, “ma per entrare in un circuito diverso, quello dei pub e dei club, per introdurre il nostro background gospel dovevamo rielaborarlo in un linguaggio musicale adatto a questo tipo di posti e di pubblico. Abbiamo sempre cercato uno spazio rock blues per la nostra comunicazione artistica: è stato così che abbiamo deciso di portare il gospel sulla nostra strada”.
Il gruppo si forma a Modena nel 2009 e gravita nell’orbita della Contemporary Christian Music, movimento socio-musicale di respiro internazionale poco presente nel panorama italiano.
“Nel mondo anglosassone il tema religioso è preponderante nei contenuti, nei testi e nell’ispirazione musicale: si parla di Dio senza inibizioni”, continua Grazia. “Un musicista spagnolo mi fece notare come nel mondo neolatino sia rarissimo che un autore affronti apertamente temi religiosi. E mi raccontò di aver avuto successo con un brano in cui parlava di amore per Dio, senza però mai nominarlo. Il brano sembrava scritto per la sua ragazza, questo perché nei circuiti musicali commerciali del suo Paese nominare Dio costituiva una sorta di tabù”.
I Rockspel, insomma, decidono di portare sul palco composizioni rockettare ma d’insospettabile vena religiosa e di ambiente gospel, divulgando nomi e storie a noi lontane.
Il loro è uno spettacolo che narra un’evoluzione, un viaggio.
“When The Saints go marchin’ in” – suonata dai Rockspel a ritmi forsennati con chitarre lancinanti tali da destrutturare il brano – “era una composizione usata nei funerali jazz di New Orleans a fine ‘800 e riprende molte delle sue immagini dall’Apocalisse di Giovanni”, spiega Grazia. “La presenza di segni cosmici citati nel testo (il sole che smette di brillare, la luna che si muta in sangue, le stelle che cadono, ecc.) anticipa il ritorno del Messia. Il rito della sepoltura è dunque il luogo più adatto per celebrare la fede nella risurrezione e nell’instaurarsi del regno di Cristo, così al dolore per la scomparsa dell’amico, si associa la gioia per il suo avere raggiunto la propria casa nel cielo e il desiderio di condividere la stessa meta”.
Viaggiamo sulle orme di coloro che prima di noi se ne sono andati
Ma saremo riuniti in una spiaggia nuova e soleggiata
Qualcuno dice che questo mondo di problemi è il solo di cui abbiamo bisogno
Ma io sto aspettando, sì io sto aspettando il mattino
In cui il nuovo mondo sarà rivelato.
Oh quando i santi marceranno
Oh quando i santi marceranno
Oh Signore io voglio essere dei loro
Quando i santi marceranno
I contenuti religiosi del brano perdono d’intensità già nella versione storica di Louis Armstrong, che con la sua allegra interpretazione vocale e trombettistica ti distoglie dal senso del testo. I Rockspel fanno anche di più. La loro è un’interpretazione dark rock, con cambi di ritmo, lente atmosfere intervallate a momenti di noise chitarristico che, anzi, forse restituiscono al testo un pathos quasi assente nelle versioni in stile New Orleans. La religiosità, attenuata dall’interpretazione americana in forma di allegra marcetta, qui non si coglie nemmeno più, se non ci fossero le parole di Grazia Mimmo a restituirci i contenuti del brano. “La sezione lenta è quella che riporta una sorta di riflessione esistenziale sul significato della vita terrena per un cristiano. Il ritornello assume invece un ritmo incalzante che nelle nostre intenzioni vuol quasi esprimere il desiderio di costringere i tempi ad abbreviarsi, per poter “marciare coi santi”, al di fuori ormai della dimensione terrena stessa”.
La Contemporary Christian Music in fondo è proprio questo: una forma di comunicazione attraverso linguaggi sonori liberi e attuali. Non c’è alcun disagio negli artisti americani di questo movimento a mutuare stili e forme espressive dei giorni nostri, anche le più commerciali e scontate, per esprimere concetti religiosi. I suoni, infatti, sono tipici delle produzioni odierne: circostanza, questa, che un po’ fa storcere il naso a chi per cultura e sensibilità religiosa è abituato a non mescolare tanto facilmente argomenti religiosi a sonorità da spot televisivo.
Per capire occorrerebbe un rapido ascolto.
Rebecca Saint James, ad esempio, è la tipica ragazza della provincia americana, jeans, camicia bianca e gilet, che canta temi religiosi: lo fa con uno stile assolutamente pop-rock e con i suoni che siamo abituati a sentire nel pop commerciale di oggi. Può assomigliare alla nostra Elisa dei suoi primi dischi, non tanto vocalmente, ma talvolta, forse, per il tipo di sonorità (o di produzione).
“God Help Me” – http://www.youtube.com/watch?v=huyHrNxfu3Y
“I Will Praise You” – https://www.youtube.com/watch?v=EYBvrAAN5o0
“Breathe” – https://www.youtube.com/watch?v=tTI8HpyDbeE
“Alive” – http://www.youtube.com/watch?v=vdw5cvj5aws
Gli Switchfoot sono invece una band più marcatamente rockettara, con i suoni roboanti del post grunge e le vocalità dei musicisti di questi anni. A un primo superficiale ascolto la voce del leader talvolta rievoca il cantato di Chris Martin dei Coldplay, talaltra fa pensare agli Oasis e ai Radiohead, e le sonorità sono una mescolanza di pop-rock del trascorso decennio
“Always” – http://www.youtube.com/watch?v=gUV6z_uUpQM
“Only Hope” http://www.youtube.com/watch?v=xWvtqFddh8k
“Afterlife”- http://www.youtube.com/watch?v=j6z-H3_hgEU
“You” – http://www.youtube.com/watch?v=qYAAAr5-qkw
“I Dare You To Move” http://www.youtube.com/watch?v=nsSR4VrmsRY
“Dark Horses” – http://www.youtube.com/watch?v=5_5oE0ijhKg
“Meant To Live” – http://www.youtube.com/watch?v=632skZgCTJU
Questa band, obiettivamente, incuriosisce per la varietà dei temi religiosi che affronta. Nel brano “Something More” riesce a mettere in musica nientemeno che le confessioni di Sant’Agostino. “Non so perché qui in Italia siano viste come un mattone per eruditi”, dice Grazia “mentre invece i giovani cristiani anglosassoni ne fanno un punto di riferimento”.
“Something More” – http://www.youtube.com/watch?v=EKgxMl1-hXs
Lascia stupiti il modo disinvolto e diretto con cui questi artisti parlano di certe tematiche, con un linguaggio per noi persino troppo semplice, tanto da apparire superficiale e scontato, per quanto sincero. “Ma questo è un problema comunicativo tutto nostro, tutto italiano”, continua Grazia. “In Italia Celentano riuscì a cantare “Pregherò” perché aveva una casa discografica sua. Da noi non si usa parlare così. Ti viene in mente qualche canzone esplicitamente religiosa nella musica italiana?”.
Jeremy Camp invece si attesta tendenzialmente sullo stile della ballata rock, più intimistico anche come sonorità. Leggendo sul web scopriamo che si tratta di uno dei più premiati musicisti della Contemporary Christian Music, con successi commerciali di enorme portata nel mercato interno americano, numerosi hits, nominations ai Grammy e riconoscimenti.
“Take my Life” http://www.youtube.com/watch?v=pReDCK5OjME
“My desire” http://www.youtube.com/watch?v=tMHH-Lvv5K8
“The Way” http://www.youtube.com/watch?v=f5CF9OJRKkA

Michael Sweet
Michael Sweet, invece, è più tradizionale nel suo rock blues tipicamente americano. Il suo brano “Ticket To Freedom”, che i Rockspel spesso eseguono come cover, ha il profumo rievocativo di stili “classici” alla Creedence Clearwater Revival (nella loro celebre “Proud Mary”), Steve Miller Band, Allman Brothers Band. I Rockspel illustrano il contenuto dei suoi testi e spiegano che il biglietto per la libertà è la Fede, quella che ti consente di intraprendere il viaggio.
Fai le valigie andiamo via
Forse domani, forse oggi
Sto venendo per te
Conosco un posto che è unico nel suo genere
E’ lontano, ma facile da trovare
Ho pagato in anticipo, c’è solo una cosa che tu devi fare
Vai alla stazione e dì loro
Che stai ponendo la tua fede in me
Dì loro che hai aperto il tuo cuore
Digli che credi, allora avrai ciò che ti serve
E se la vuoi, devi prenderla
Perché senza di essa non ce la farai
Meglio sbrigarsi, stiamo partendo
Prendi il tuo biglietto di sola andata per la libertà
Ho lavorato tutti i giorni
Costruire una casa dove voglio stare
Sangue, sudore e lacrime sono andati in ogni fotogramma
Su un’alta collina così lontana
L’atto è in tuo nome e il mutuo è pagato
Pagato in anticipo, c’è solo una cosa che devi invocare
Niente accade facilmente
Niente nella vita è gratuito
Ma ti darò qualsiasi cosa
Se mi amerai incondizionatamente
“Le cover sono utili al nostro spettacolo”, dice Valerio, “servono a introdurre dei brani composti da noi, ma non sono uno specchietto per le allodole: ci aiutano anche a narrare un’evoluzione e un viaggio di un genere musicale che ruota intorno ai testi e che attraversa stili fra loro diversissimi”.

“Il vero problema è trovare la collocazione giusta per il nostro tipo di spettacolo”, conclude Grazia. “Bisogna tenere conto degli spazi disponibili, delle aspettative dei locali che ci ospitano, e ovviamente del pubblico. A volte non c’è la possibilità di parlare quanto davvero occorrerebbe, e quindi si fa fatica a spiegare adeguatamente il nostro progetto”.
Non si può, insomma, degenerare nel concerto “didattico”, in una sorta di saggistica.
Comunicare, però, talvolta aiuta, specie ora che nessuno lo fa. E chissà che non sia proprio questo narrare a fare la differenza, e a suscitare quella curiosità che oggi, un pubblico pigro e sazio, non avverte più.
“Stiamo preparando la nostra prima uscita discografica per Natale”, dicono i Rockspel (Emilio Pardo, napoletano, chitarra; Alberto Berna, torinese, chitarra; Paolo Tavernari, modenese, basso; Grazia e Valerio, originari di Foggia, voce, batteria e percussioni). “Rispecchierà un po’ i nostri concerti, con una sintesi del lavoro svolto sinora, ma limitatamente ai Gospel tradizionali riarrangiati nel nostro stile. Per il live invece stiamo sperimentando momenti acustici e nuove idee. L’unico problema è il tempo a nostra disposizione, sempre tiranno”.
Approfondimenti:
I Rockspel: http://www.rockspel.com/
Kingdom Faith ad Horsham: www.kingdomfaith.com
Altra band di riferimento sono i Salvador, musicisti di stampo prevalentemente funky latino. La loro “Shine” è un brano che si lascia maggiormente andare alle sonorità pop.
Salvador, “Shine” – http://www.youtube.com/watch?v=T0LxeHkELAU
I Petra hanno fatto la storia della contemporary christian music e sono considerati un emblema più che trentennale del rock cristiano. “Enter in” è vangelo “zippato” in un brano rock.
Petra, “Enter In” – http://www.youtube.com/watch?v=wZs-tHDawb4
Altro tributo imprescindibile va ai DC Talk, trio che parte nel 1987, conquistando grammy awards come rock band cristiana, ed esportando le proprie proposte oltreoceano, Italia compresa.
DC Talk,“Consume Me”– http://www.youtube.com/watch?v=ZnmgH00mD5o
Interessanti anche i loro esperimenti di fusione con l’hip hop.
DC Talk, “Jesus Freak” – http://www.youtube.com/watch?v=lYH9FUfCKPI
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Vita musica ed eventi nella provincia italiana degli anni ’80
’80 NEW SOUND, NEW WAVE (Basile/Nitti, Geophonìe, 2007, ISBN 978-88-903063-0-3) analizza stili di vita, società e costume degli anni ’80, ma è anche un’inedita storia di piccoli gruppi sorti in giro per l’Italia alla ricerca di una propria nuova identità musicale, sulla scia delle grandi band del decennio passate forse casualmente su palchi di periferia e prime ribalte di provincia.
Con un percorso trasversale in cui si intrecciano i destini di grandi e piccoli artisti, il volume passa in rassegna carriere, discografie, setlists di concerti e le mescola con ricordi personali di gente comune, appassionati, musicisti locali che cercarono di incrociare la propria strada con quella delle nuove star del decennio ’80.
Il risultato è un collage di ricordi, gadgets, memorabilia, considerazioni critiche e notizie inedite sui gruppi new wave: Siouxsie fece una passeggiata nella siderurgica Taranto del 1985, si recò al museo archeologico e dopo pochi mesi diede alle stampe il disco “Cities in The Dust”, città nella polvere, con un vaso greco in copertina. I New Order, dopo il loro concerto tenuto al Tursport Club di Taranto (Sud Italia) il 19 giugno 1982, si recarono al mare e dichiararono poi alla stampa italiana che quella spiaggia di Taranto costituiva il più bel ricordo della loro prima tournee italiana. Poco dopo composero il noto brano intitolato “The Beach”.
Il grande Adrian Borland dei Sound nella notte del 18 maggio 1985, a Taranto, venne portato in giro dai fans tra le bancarelle di una festa patronale, e poi di notte, nei vicoli di una città vecchia irreale e deserta, tra le barche dei pescatori a mangiare un panino, mentre i Bauhaus nel 1982 (il loro concerto costò soltanto 1. 500. 000 di vecchie lire!) se ne andarono in giro scorazzando con dei ragazzi di Taranto in una Renault 5 sotto un diluvio universale, facendosi poi coinvolgere anche in una partita di calcio e di tennis con i pochi fortunati fans presenti nel circolo sportivo che li ospitò (Taranto, 1-2 maggio 1982).
I ricordi di provincia testimoniano la semplicità degli artisti new wave agli esordi, all’alba della loro affermazione internazionale, così come le splendide foto illustrano l’incredulità e la disabitudine di quelle nuove giovanissime pop star ad un successo che si andava consolidando sempre più rapidamente. Lo sguardo e lo stupore di Jim Kerr mentre tiene in mano il quotidiano locale di Taranto che ne celebra l’arrivo in città è immortalato in un’immagine che da sola vale il libro. La partita di calcio e di tennis di Peter Murphy e dei Bauhaus con i ragazzi del luogo, le prime immagini dei New Order dopo la perdita di Ian Curtis in occasione del loro esordio in Italia, sono un cimelio fotografico. Il volume è stato realizzato interamente con materiali reperiti nei circuiti del collezionismo privato e amatoriale.
Pregevole, infine, è una discografia essenziale del decennio che spazia dai grandi nomi sino a quelli di nicchia, dal collezionismo più efferato alla cultura underground, con catalogazione per sottocategorie e generi (“i frivoli”, “gli ipercolti”, “i dark wave e gotici” , “i post punk”, “gli elettronici”, “i precursori” etc. ).
© Geophonìe
Acquista il libro.
“Dolceamaro”, il libro postumo di poesie e scritti di Carlo Amico, è stata la prima realizzazione editoriale curata in questo 2014 dalla nostra associazione. La vicenda è ormai nota, specie dopo la presentazione dell’opera avvenuta il 29 dicembre al Teatro Turoldo di Taranto, città natale di Carlo, e dopo vari articoli di stampa che hanno reso pubblica la storia di questo autore e dei suoi scritti.
Il 13 novembre 2012 Carlo Amico, laureando in filosofia all’università di Lecce, viene a mancare. I genitori raccolgono i suoi scritti, per lo più poesie, redatte su un quaderno. I versi sono scritti quasi sempre senza cancellature, di getto, con minime correzioni. La lettura dei suoi componimenti risulta sorprendente, diviene una sorta di enigma, un percorso profondo e interiore, silenzioso, che col tempo induce i genitori a condividere riservatamente questi preziosi componimenti con pochi intimi.
E’ casuale l’incontro con la nostra associazione Geophonìe. Ricevuto il manoscritto, Giuseppe Basile e Concetta Ingrosso avvertono una sensazione di disagio e d’insicurezza, lasciano emergere dubbi sulla fattibilità di una pubblicazione affidata ad un’associazione (Geophonìe) di natura amatoriale e non professionale: sospettano di maneggiare un’opera di particolare valore, tanto da suggerire di sottoporla ad altri per un giudizio e una valutazione più tecnica.
A interessarsi degli scritti di Carlo è Mario Desiati (scrittore, poeta e giornalista pugliese, collaboratore di Mondadori, Fandango Editore, L’Unità e Repubblica, finalista al Premio Strega nel 2011, autore di recenti romanzi di assoluto successo), il quale scrive a caldo le sue impressioni ai genitori, svelando, con la tipica sensibilità e competenza di chi sa, i reali valori dei testi, analizzandone i significati, cogliendone appieno, e complessivamente, il senso.
Da quel momento, consapevoli dell’unicità dell’opera, si può decidere di farne l’uso più opportuno, di portarla alla luce nel modo adeguato, consono e rispettoso del suo pregio. Geophonìe, in questo, non sembra la soluzione ottimale, per la sua natura non commerciale, per la sua struttura non specificamente “editoriale”, in senso stretto.
Ma Vincenzo Amico e Mariella Semeraro decidono ugualmente di affidare alla nostra associazione la produzione e la pubblicazione. Il libro viene elaborato graficamente e stampato a Modena, presso Grafica Studio, dagli esperti Maurizio Ferretti e Tania Toma.
Il 29 dicembre 2013, a Taranto, in un teatro gremito, Dolceamaro vede la sua prima divulgazione. Realizzato a cura dei genitori di Carlo, interamente da loro finanziato, e gratuitamente distribuito, “Dolceamaro” è stato immediatamente apprezzato e amato dalla comunità locale che si è interessata alla sua storia.
Carlo Amico era stato sostenitore di Amnesty International e i suoi pensieri universali, le sue parole profonde, hanno trovato ampia eco e risonanza anche in occasione della 29° Assemblea Nazionale dell’Istituzione tenutasi a Bari lo scorso 25 aprile, ove alcuni dei suoi vertiginosi versi sono stati letti pubblicamente.
E’ inutile rimarcare che da tale fortuito incontro (tra Geophonìe e la famiglia di Carlo) si sono impressi in noi segni profondi: merito delle parole di Carlo, e di questa realizzazione editoriale che ci ha unito, per la quale andiamo orgogliosi.
Giuseppe Basile © Geophonìe
Diritti Riservati
Di Mario Desiati

Mario Desiati presenta a Taranto “Dolceamaro”, Teatro P.Turoldo 29.12.2013
C’era una volta, un ragazzo. Jack era il suo nome; un nome come tanti penserete. Ma lui non era come tanti, o no. Era diverso da chiunque conoscesse, forse addirittura da chiunque altro abitasse sulla Terra. Perché mai direte voi: forse per via del carattere, o del fisico. E poi come fa una persona a essere radicalmente diversa? Lo è nell’anima: in questo caso nelle anime. Perché in Jack vivevano due anime, due lati completamente distinti…
In questo incipit del primo racconto che apre la sezione centrale della raccolta che state per leggere, ho provato a sostituire il nome Jack con quello di Carlo e ho forse capito solo allora quanto vario e potente fosse questo libro. Quante anime contenesse il volume e anche il suo autore.
Un pomeriggio d’estate entrò nella mia vita la scrittura di Carlo Amico. Fui contattato dalla madre Mariella che in una gentile e asciutta mail mi donava l’onore di leggere gli inediti del figlio scomparso lo scorso novembre.
Nelle righe che seguono ho provato a ripercorrere alcuni punti salienti della produzione letteraria di Carlo Amico. Per farlo mi sono lasciato guidare dall’emozione, soprattutto nella parte filosofica dove non ho le necessarie competenze per poter esprimere un adeguato parere sul valore degli scritti, posso però con certezza condividere con chi si incamminerà nelle pagine che seguono, delle piccole illuminazioni che ci fanno arrivare quanto a meno a sfiorare alcune delle mille anime del suo autore.
Quanto alla poesia e al racconto, leggendo il file degli scritti ho scoperto la voce di uno scrittore vero, e se dovessi inserirlo in uno schema direi che si tratta di quella linea letteraria pugliese che da trent’anni ahimè caratterizza alcune delle nostre voci più potenti. Quella che chiamo “I sentieri interrotti”: comincia da Stefano Coppola, passando per Salvatore Toma, Antonio Verri, Claudia Ruggieri e arriva a comprendere oggi anche la voce di Carlo Amico. Autori che non hanno avuto modo di esprimersi nelle loro massime potenzialità, ma che nella loro giovinezza prima di essere colti dalla morte prematura hanno mostrato un sintomo di grandezza.
Grazie alla scrittura i poeti continuano a vivere anche quando non ci sono più. È una delle regole auree, una massima che aleggia dentro l’uomo che spesso nei maggiori momenti di conflitto e attrito affida al simbolo il segno di un messaggio…
Se dovessi giocare con un luogo comune che indica i poeti con l’anima candida dei bambini e i filosofi con l’anima temprata dei vecchi, affiderei a Carlo Amico il riassunto di questa massima. Carlo Amico è andato via a vent’anni, ma aveva nel cuore due spiriti, l’innocenza di un bambino “che chiede cos’è la guerra” e la saggezza di un anziano barbuto che ascolta i suoi simili nell’agorà.
Esemplare nel senso di tale dualismo i versi che seguono: i bambini la sanno più lunga,/sanno che Babbo Natale non si vede/perché non c’è, o almeno lo sapranno./E poi che furbizia è mai questa?!/Se si vive di menzogne, vanno credute vere!/Son d’accordo con voi: si vive meglio/con l’aiuto di sogni e fantasie,/salvano dalla pazzia della ragione./Ma non è peggiore la malattia/di chi è sveglio e procede nel buio/per fingere la notte?
Gli scritti di Carlo Amico si articolano in due parti che rappresentano la personalità intellettuale dell’autore che andava facendosi. Il poeta-narratore e il saggista. Nella parte poetica si mostra la voce più malinconica, echi romantici e un lirismo che si mischia con una tensione narrativa come parte della poesia dei trentenni di oggi quali Massimo Fantuzzi, Gilda Policastro o certe prove di Marco Giovenale.
Estendo qui di seguito una poesia piuttosto significativa per dimostrare il lavoro di Carlo Amico orientato a dare nella poesia più narrazione possibile.
Per coloro che aspettano nella pioggia,
la propria ragazza venire;
per le donne che sopportano ogni cosa,
solo per essere chiamate “mamma”;
per il bambino che guarda lo schermo
e chiede: «cos’è la guerra?»
per due amici che litigano in macchina,
che sanno quanto poco durerà la tempesta;
per colei che sogna e piange,
aggrappata a poche strofe;
per colui che, parlando al suo cuore,
contro la moda, legge e scrive d’amore;
per tutti questi è il mondo, la vita
per chi durante il temporale vede solo le stelle
giocare a nascondino.
Il processo metrico di questi è oscillante, c’è una scelta precisa, Amico alterna dodecasillabi a ottonari, tranne alla fine quando la sua tensione narrativa diviene evidente. Ho scelto questa poesia perché oltre a compiere apertamente alcune sperimentazioni stilistiche, l’anafora “per”, le allitterazioni, una messe di doppie t che rende la lettura ad alta voce volutamente dura, dalla musicalità aspra.
Eppure Amico ha una vena lirica e dolce che nei frammenti narrativi presenti in questa raccolta viene fuori in modo limpido.
C’è un pezzo che fa tremare il cuore ed è tratto dal racconto “Ultimo viaggio”.
Le ore trascorrono lente e tranquille, camminando in mezzo alla natura. Gli alberi larghi e frondosi, le piante e i fiori odorosi di una nuova primavera e persino il ronzio laborioso degli insetti accolgono il forestiero nel loro regno. Jean si inoltrava in questa festa di colori e rumori soffusi, aspirando a farne parte. «È come toccare la libertà, ne sento persino il profumo: qui non esistono leggi, né follia: esiste solo il rispetto, un sottile gioco di vita e di morte che sopprime qualcuno, è vero, ma permette la felicità di tutti. Una società inconsapevole, viva senza bisogno di sapere perché». Benché non fossero altro che pensieri, Jean ebbe l’impressione che le sue parole avessero pervaso ogni resina, ogni foglia bagnata dalla rugiada, ogni filo d’erba asciugato dal sole, colpendone il cuore più intimo. Era il paradiso, ma anche questo ha le sue regole: il sentiero si fece sempre più angusto e impraticabile, obbligando Jean a usare tutte le sue forze e una certa parte di violenza per poter proseguire. A mezzodì, sbucò in una valle rigogliosa attraversata da un fiume, le cui acque sembravano aver strappato il colore agli zaffiri più puri. Poche decine di case in pietra viva risaltavano fra la natura lussureggiante: per quanto piccola, la presenza umana disturbava l’armonia.
Jean potrebbe essere uno degli alter ego dell’autore. Il protagonista del racconto ha trascorso una vita in serrato dialogo con padre Alfred, un sacerdote che ha un rapporto tormentato con la teologia e la pedagogia, ma ne espone i principi. In lui cerca, ma non trova il padre spirituale che lo possa guidare ad alcuni segreti della vita. La filosofia gli spalanca dei mondi nuovi (e sulla parola mondi nella partitura di Amico ci tornerò avanti). Il suo compagno di avventure e speculazioni è Massimo e a lui confida la necessità di un viaggio; bellissima la risposta di Massimo alla raccomandazione di Jean di non mettersi nei pasticci. “E tu invece vedi di cacciarti nei guai.”
I guai.
Perché il posto di Jean è nel vortice della vita, al centro troverà quella foresta che nasconde la valle rigogliosa attraversata da un fiume le cui acque hanno il colore degli zaffiri. La pace e le serenità dell’acqua, la terra, la natura è il sentimento della grazia che mette ordine alla potenza del fuoco solare che ha guidato il cammino di Jean nell’intricata foresta fatta dalle sue parole.
“Stare al mondo” è una delle ossessioni di Amico ed è in questo racconto che si nasconde una chiave segreta per poterlo spiare da uno spiraglio, più avanti infatti scrive ne “Il libro chiuso”: la filosofia, e la cultura umanistica nel suo insieme, ha il compito di educare la società proponendole strade sempre coerenti e sempre nuove per permetterle il suo ultimo scopo: sentirsi a casa nel mondo.
E il mondo di Amico era continuamente innamorarsi delle cose più semplici, a cominciare dai valori che ne facevano un uomo impegnato nella società civile, lui candidamente ammette: Per coloro che aspettano nella pioggia,/ la propria ragazza venire;/ per le donne che sopportano ogni cosa,/ solo per essere chiamate “mamma”;/ per il bambino che/ guarda lo schermo/ e chiede: «cos’è la guerra?»… ho immaginato Carlo quel bambino che guarda lo schermo e chiede cos’è la guerra, e che col tempo ha tenuto quell’atteggiamento autentico e schietto, come quello che hanno i bambini.
In questo tempo di alluminio e falsità,/marciamo come bambini,/aggrappati a colonne, fredde – scrive l’autore, in una poesia senza titolo che inizia con proprio questi versi. Ecco un frammento dell’anima pura dietro i testi raccolti in questo libro, l’anima pura è quella dei ragazzini che vedono nelle cose sempre un mondo ulteriore, che sanno dare peso al simbolo, ma soprattutto che hanno le pagine bianche dell’innocenza.
L’innocenza è la virtù della poesia, guardare le cose con l’energia dell’infanzia, con la visionarietà che si ha da bambini, dare alle cose che appaiono un tratto simbolico, andare oltre l’apparenza. Un vero poeta è un bambino dentro, ma anche un vecchio signore che sa come mantenere il contegno, non scomporsi e vivere l’inferno dentro come al termine della poesia “Epitaffio per un filosofo” scrive: Voi che avete da vivere,/ ascoltate il consiglio di un vecchio:/ vivete e godete, amate il prossimo e il mondo,/e avrete fra le mani la profonda ragione dell’Essere.
Nella parte più romantica, Amico diviene nostalgico, a volte brillante e sentenzioso come in questo verso secco che si apre all’ipotesi di un amore che ha a sempre a che vedere con la propria più intima eccezionalità: ti amo, perché sei ciò che non sono…
Questo verso mi ha commosso e credo commuova chiunque perché parla di un suo amore e universalmente dei nostri amori. Non c’è dubbio che qui centri l’insegnamento platonico, nessuno capirà cos’è la filosofia se non parte dall’amore.
Ma l’amore che presuppone quel verso, è un amore non identitario, è l’amore. Ciò che è diverso è uno scambio e una crescita. È un’idea che si avvicina ad alcune teorie lacaniane come quelle di Badiou che contesta la logica dell’identità, l’amore è minacciato per definizione, poiché si mettono in questione la sua inclinazione per la differenza, la sua dimensione asociale, il suo lato indomito, persino violento. La ricerca di un amante simile a noi. E ribaltando al contrario il verso di Carlo Amico, innamorarsi dell’altro in quanto simile a noi. Tralasciando la deriva narcisista di un simile comportamento, si tratterebbe di un amore arido, senza prospetto. E invece Amico è in un solco opposto, come quello di Badiou che nell’Elogio dell’Amore scrive: “E si farà propaganda a favore di un “amore” in tutta sicurezza, perfettamente in linea con le altre pratiche secu-ritarie. Di conseguenza, difendere l’amore in ciò che ha di trasgressivo ed eterogeneo rispetto alla legge è un compito molto attuale. Nell’amore, come minimo, ci si affida alla differenza anziché sospettarne. La reazione, infatti, impone sempre di diffidare della differenza a favore dell’identità: è la sua massima generale. Se invece vogliamo aprirci alla differenza e a ciò che essa implica, ovvero a che il collettivo sia capace di estendersi al mondo intero, una delle esperienze individuali praticabili è la difesa dell’amore: al culto identita-rio della ripetizione è necessario contrapporre l’amore per ciò che è diverso, unico, per ciò che non ripete nulla, che è erratico e straniero. Nel 1982 scrivevo in Théorie du sujet: «Amate ciò che non vedrete mai due volte».”
Nel libro di Amico aleggia l’inquietudine, a volte il pessimismo e la rabbia, ma una rabbia pericolosa solo per se stessi che non farà mai male a nessuno. Per esempio quando nel libro sembra raccogliere in una strofa la tragica profezia che vuole avverarsi, ma viene fatto con una semplice e sottile evocazione, senza esplicitare il male di vivere: È ora di andare, lo dico da tempo./Imbocco nuove strade,/incontro anime sempre diverse,/sullo sfondo paesaggi mai visti.
Sulla parte filosofica e marziale del libro andrebbe detto che si manifesta un pensiero filosofico che a una prima definizione potrebbe evocare il pensiero di Carlo Michelstaedter e per le stesse ragioni, con eguale rovello, si libera il potenziale di tragicità dell’esistenza, attraverso violente contrapposizioni concettuali (nell’unica opera di Michelstaedter era sin dal titolo questo dualismo: “persuasione-rettorica.”)
In uno dei suoi microsaggi Amico scrive: un incontro tra due personalità è sempre uno “scontro”, nel senso che non possono mai comunicare direttamente, ma attraverso dei filtri quali il linguaggio verbale e non verbale, i quali a loro volta contengono schemi concettuali e ideologici che fungono anche loro da “lenti” per la comunicazione. Per quanto tutto ciò possa apparire scontato, le conseguenze logiche non lo sono affatto.
All’interno della parte filosofica del libro si trovano riflessioni e ragionamenti che vista la giovane età del suo autore , sono ancora in fieri, scrive lui stesso a proposito: Queste pagine racchiudono ragionamenti, non lezioni. Centinaia di avvenimenti, esperienze, incontri e scontri mi hanno portato, oltre che qualche notte insonne, anche riflessioni e pensieri sul mondo, sulle persone, semplicemente su ciò che di volta in volta mi capitava. Pensieri che ora, con fatica, trascrivo…
Eppure ci sono tracce importanti di originalità come la riflessione sulla libertà di pensiero e la libertà d’azione. Carlo Amico parte dal presupposto che la libertà d’azione non potrà mai essere assoluta, proprio perché recintata da ostacoli fisici, “non è possibile compiere 2000 chilometri a piedi in 20 minuti”, scrive. Ma anche la libertà di pensiero ha i suoi confini ed è condizionata dalla memoria, le reazioni ai fenomeni della vita e le sue scoperte.
Carlo Amico è un solco infuocato nel cuore della sua generazione, nelle sue parole c’è disagio e profondità, conflitto e poesia, ma anche una speranza insondabile nei confronti della bellezza e della scrittura che arde come lui racconta in questi bellissimi versi:
Ancora brucio, brucio,
come un incendio nella notte più buia;
vado a fuoco, mi convinco che non è così.
Ma non è fumo,
è il profumo più dolce, dimentico tutto;
non sono più, non amo, non soffro.
Non so. È un attimo.
Il pensiero in nuove forme. Viaggio nel mondo dei “Post”, frontiera neo-espressionista della comunicazione. Tra la banalità e la dignità del nuovo genere letterario.
Sono i mezzi, i supporti, le risorse, a dettare le regole del nostro comunicare?
Ora, senz’altro, meno che in passato.
La carenza di mezzi nel mondo del neolitico doveva essere condizionante oltre ogni nostra attuale immaginazione. Scrivere, dipingere, rappresentare, erano attività che potevano realizzarsi unicamente con i tempi e le forme primitive dei graffiti.
L’urgenza comunicativa era spirituale o propiziatoria: ci si prodigava ad incidere scene di caccia e di danza, figure di guerrieri e di animali, oggetti, utensili e simboli. Ci sarà anche stata, accanto a quelle esigenze esoteriche, qualche altra forma più banale di urgenza espressiva, ludica, disimpegnata, ma ugualmente condizionata dalla difficoltà dell’uso di un mezzo, l’incisione, di sicuro ostacolo all’immediatezza. Quando un mezzo espressivo è di difficile utilizzo e richiede risorse non sempre disponibili o accessibili, s’impone una selezione, una scelta prioritaria tra i contenuti che si vogliono esprimere e rappresentare.
Oggi la Rosa Camuna, simbolo della civiltà rupestre del neolitico in Valcamonica, è l’emblema della Regione Lombardia e i graffiti vengono riproposti in spettacolari mostre multimediali. Ma tanta altra arte spontanea non ha goduto di un destino altrettanto benigno. La maggior parte dell’espressione umana, sino ad oggi, è stata naturalmente, ineluttabilmente cancellata dal tempo.
Questo vale, ovviamente, per tutte le epoche, e tutte le forme di espressione e comunicazione.
I condizionamenti e le limitazioni espressive imposte dai supporti, dai papiri egizi alla pietra della colonna Traiana; dalle incisioni testuali sul ferro fino alla stessa stampa; o i condizionamenti determinati dagli spazi utilizzabili, dal supporto fonografico di quarantacinque minuti, alle pareti urbane rivestite di mosaici (ieri) o di murales (oggi), in passato sono assurti a “misura” dell’arte e dell’espressione.
La comunicazione telegrafica, la lettera confidenziale, la modalità di comunicazione verbale di uno scambio di pensieri telefonico, la struttura di un palinsesto televisivo con i suoi spazi prefissati, sono state – diciamo un’ovvietà – espressione di un pensiero umano “ristretto”, conformato dal mezzo, dal supporto.

La Rosa Camuna, simbolo della civiltà rupestre dei Camuni

Incisioni rupestri nella Val Camonica (1000 a.C.)
E’ sotto gli occhi di tutti, allora, la fortuna di questa nuova attuale umanità, praticamente onnipotente nell’attività comunicativa. Non esistono più spazi entro cui comprimere il pensiero che si intende diffondere, non esistono costi, misure, tempi. La fotografia e la comunicazione in forma digitale costituiscono il giro di boa più colossale della storia dell’uomo. Ora che tutto può essere detto e diffuso in tempo reale, tutto può simultaneamente essere illustrato ed esposto, a dispetto di ogni distanza e limite temporale, la comunicazione produce, e produrrà, nuove bellezze e nuove banalità.

Murales all’esterno del Liceo Sigonio (Modena)
Le banalità, forse, non richiedono alcun viaggio esplorativo, sebbene anch’esse costituiscano un importante termometro esistenziale e non siano, perciò, del tutto prive di valore.
Le bellezze, invece, probabilmente possono richiedere nuove attenzioni per emergere dal bollore di un magma indistinto che caratterizza la comunicazione di oggi, ove tutto si mescola, e ove nessuno ha l’autorità di elevare facilmente, da quel magma, qualche singola perla nascosta.
E’ il prezzo della Post-Letteratura.
La letteratura tradizionale, quella espressa in cinquemila anni di civiltà, si fondava su un meccanismo elettivo governato dal mecenate, dal committente, dall’editore.
La Post-Letteratura è invece arte spontanea, senza regole precostituite, senza un necessario orientamento progettuale, editoriale, nella più assoluta libertà di forme, mezzi e supporti. Sganciata, talvolta, perfino dall’aspirazione al consenso di un ipotetico pubblico, sino alla manifestazione autistica. Arte, Letteratura per se stessi. Regola individuale. O in certi casi, di respiro collettivo. Universale.
La frontiera del blog, dell’E-book, del Post sul social network, costituisce il nuovo terreno letterario che descrive questa umanità. Di questa epoca. Chissà quali di questi graffiti supereranno il proprio tempo e assurgeranno, in un tempo futuro, a simbolo descrittivo del pensiero odierno.

Murales sul tetto del Liceo Sigonio (Modena)
Abbiamo pensato di cristallizzare alcuni Post, espressioni di questa Post-Letteratura (il gioco di parole era troppo invitante per essere evitato).
Ci sono i Post originali e quelli derivativi, rubati o presi in prestito.
I post legati alla cronaca e al tempo presente, e quelli senza tempo, esistenziali puri.
Ci sono i Post Storia, i Post Poesia, i Post Narrativi. I messaggi cifrati. I segnali di fumo.
Le confusioni psichedeliche, i Post surrealistici, le interpretazioni, le visioni e le volontarie o involontarie alterazioni, le mescolanze tra realtà, fantasia, verità, finzione.
Il mondo e la mente, insomma. In un unico nuovo magma. Accessibile.
01.05.2014
Giuseppe Basile © Geophonìe