ISABELLE SIRELIUS, VERNISSAGE IN PUGLIA (08.07.2017)

aIsabelle 001Come non farsi rapire dai colori della Puglia per chi vive la passione della pittura? Isabelle Sirelius, già nella sua prima visita in Puglia ne rimase affascinata e decise di lasciarsi coinvolgere in un progetto che l’avrebbe vista all’opera con le sue tele e pennelli: dalla lontana Scandinavia alla Puglia, a Martina Franca, per sviluppare il proprio percorso artistico con nuove esperienze ed emozioni. La pittrice scandinava ha nel suo background riflessi di colori vibranti e solari e un’immaginazione che scaturisce da un suo personale mondo, fantastico e indipendente.

L’astrattismo di Isabelle Sirelius riproduce una realtà elaborata con la sua anima in perpetuo cammino e ci traghetta in luoghi di sogno e di delicata bellezza, aiutandoci a cercarci e a ritrovarci. La giovane pittrice svedese ha esposto le sue opere a Martina nel centro storico nel mese di giugno, coinvolgendo e appassionando i presenti. “Al 2018” – ha poi dichiarato, congedandosi – “la Puglia mi affascina, il prossimo anno sarò nuovamente qui con voi”.

08/07/2017  © Geophonìe

Isabelle Sirelius, Amore (2017)

Isabelle Sirelius, Tramonto (2017)

Note su Modern Times

Peppe per GeophonieDissertazioni tra “dylanani”, dopo l’uscita dell’acclamato album di Bob Dylan del 2006, dagli archivi del noto sito www.maggiesfarm.it.  Il commento-recensione di Giuseppe Basile: “Disco capolavoro? Quando i fans fanno i critici …”.

 

 

Avrei voluto scrivere questo commento prima di leggere la miriade di  recensioni e articoli che in questi giorni hanno invaso la stampa internazionale e il nostro sito. Ho cercato, infatti, di custodire dentro di me le prime sensazioni che l’ascolto di Modern Times mi ha procurato, di non subire l’influenza dei commenti, delle tante osservazioni che poi mi sono ritrovato a leggere (ma come potevo resistere?).

Questo mio tentativo di “blindarmi”, di non lasciarmi condizionare, volevo sostenerlo per cercare di cogliere l’effetto che un disco come questo avrebbe potuto sortire su un pubblico medio, su una vasta platea, non necessariamente dylaniana. Bob Dylan Modern Times CopertinaMentre lo esaminavo, già al primissimo ascolto, infatti, sentivo il bisogno di spogliarmi della mia conoscenza dylaniana, della mia “militanza”, perché avvertivo ormai che la mia passione per Dylan, il mio “studio” dei suoi dischi, finiscono talvolta col risultare ingombranti, tanto da impedirmi di esprimere un giudizio distaccato e sereno. Fateci caso: il nostro approccio a ogni nuovo lavoro di Dylan (parlo di tutti noi frequentatori del sito maggiesfarm) risente moltissimo di ciò che ciascuno si aspetta in relazione ai propri gusti personali, ai dischi più o meno amati, alle varie svolte artistiche di Bob che condividiamo o contestiamo. Il nostro punto di vista, insomma, scusatemi, è spesso “inquinatissimo” da quello stesso bagaglio di conoscenza e passione che se da una parte ci permette di capire Dylan meglio degli altri, al tempo stesso ce lo fa sentire “vecchio”, “ripetitivo” (perché fa delle cose che al nostro orecchio risuonano come note) o “poco originale”.

Dice ad esempio Paolo Vites, nella sua recensione su JAM di settembre, n.129/2006: “Modern Times è Love And Theft seconda parte: è impressionante come, con cinque anni di distanza e con due band diverse, Dylan sia riuscito a ottenere il medesimo sound fotocopia di quel disco”.  E’ un commento che mi colpisce, non tanto per la sua esattezza o erroneità (su cui si può discutere), quanto per la implicita delusione che trapela da quelle parole, dette da un conoscitore profondo che avrà anche gradito Love And Theft a suo tempo, ma che ora si aspettava qualcosa  di più o di diverso. Ebbene, proprio da questo tipo di reazione cercavo di prendere le distanze: non volevo farmi sopraffare dalle mie aspettative, dai confronti che mi vengono naturali all’ascolto di ogni nota, di ogni parola, con tutte le composizioni di Bob che mi risuonano in testa (…ahimè, ogni giorno! Stiamo peggiorando! E’ un periodo impegnativo per noi dylaniati, fra dischi, libri, DVD, sei concerti italiani …. insomma troppe sollecitazioni per i nostri già provati neuroni!). E chi non ha mai sentito Love And Theft, allora, che giudizio avrebbe di questo disco? Preso singolarmente, senza confronti,  che valore artistico esprime, quali sensazioni suscita? Ho inevitabilmente letto tutti i “nostri” commenti, anche quelli più personali (c’è chi mette in condivisione nel sito i propri sogni, ricordi e vicende specifiche), ma questa non è critica. La critica è l’approccio a un lavoro artistico che prescinde dai nostri gusti personali, dalla nostra mutevole disposizione verso l’artista o lo specifico genere musicale. E in questo tipo di critica ho provato a cimentarmi.

Il primo impatto con Modern Tines mi ha provocato sensazioni di “leggerezza”. Mi è parso subito un disco “leggero”, straordinariamente godibile, accessibile come nessun altro disco della carriera di Bob. Come ha infatti osservato la stampa, è un disco “old time”, dall’ “aria western”, “blues e retrò” (“è il Dylan più blues e retrò che sia mai capitato di incontrare”, dice Kataweb-L’Espresso-Repubblica), ha delle sonorità “vintage”, le sue ballate sono effettivamente “piacevoli e briose quanto il possibile repertorio di tanti mezzi cowboy che suonano music roots di vario tipo nei bar d’America”. Mi sono dunque lasciato cullare da queste sonorità così curate, così discrete, mai ostiche, proprio come quelle che ci si aspetta in un disco di roots folk destinato a un publico internazionale (perché un disco folk destinato agli amatori duri e puri del mercato interno americano, invece, è ostico eccome!), ma dopo i primi ascolti, dopo il calo dell’effetto sorpresa, mi sono fatto l’idea che il disco è suonato e cantato talmente bene che non ti accorgi (non subito) che la composizione in fondo è abbastanza ordinaria e prevedibile. Ho ripensato improvvisamente a Under A Red Sky, primo disco in cui Dylan sperimentava questa sua voglia di cantare da crooner in modo più disimpegnato, anche nei testi, lasciandosi trasportare dalla sua voglia estemporanea di suonare in libertà con tanti musicisti, vagando tra generi diversi. Fu un album criticato perché considerato carente di “spessore” (a me comunque piaceva). Modern Times è sicuramente diverso, molto più meditato (nel suo percorso di crooner Bob ha ormai rifinito il concetto che stava già coltivando allora: in Under A Red Sky, però, lo faceva in modo dispersivo, complice forse una produzione caotica, con troppi artisti da gestire e poca concentrazione sul progetto artistico complessivo che finì col risultare disomogeneo). Ho pensato, insomma, a un approccio simile da parte di Bob: che altro senso può avere,  infatti, riproporre uno standard trito e ritrito come “Rollin’ And Tumblin’”  se non quello di voler suonare e cantare da crooner in libertà,  senza altre pretese? (Il brano in questione lo interpretò anche Eric Clapton nel suo celebre Unplugged del 1992). La stessa impressione l’ho ricavata da “Someday Baby” e “The Levee’s Gonna Break”, brani piacevolissimi, sia chiaro (nel disco non c’è un solo momento che non sia gradevole e conciliante), ma privi di quella nota di originalità compositiva che normalmente ci si attende da Bob. Sono dei brani standard, divertenti, briosi, felici, con sonorità levigate, facili da digerire, ma che scorrono come un sottofondo discreto, non ti inchiodano alla sedia come una composizione tipica di Bob.

L’apertura del disco, con “Thunder In The Mountain”, accattivante, coinvolgente come sonorità, rimane anch’essa ancorata a questo concetto di folk western che scorre come una colonna sonora leggera. E “Spirit On The Water”, il secondo brano, prosegue su questa linea: gradevolissimo, dolce, “indulgente”, dicono alcuni (si parla di suoni carezzevoli che s´intrecciano in un caloroso abbraccio swingato che avvolge questo nuovo disco dall´inizio alla fine”), “struggente”. Tutto vero. I fans più esistenzialisti trovano comunque il Dylan che amano di più, cioè quello “di peso”, quello cantautorale, profondo e intimo nella sostanza, non solo suggestivo nelle sonorità. Ha ragione Michele Murino quando dice che “sono tre i capolavori del disco” : siamo tutti d’accordo, Workingsman’s Blues 2 è una ballata che ci porteremo dentro per un bel po’ di tempo, Nettie Moore è un brano di composizione assolutamente originale e complessa (più della stessa Workingsman, che invece scorre su un motivo più facile, accessibile, il tipico brano che arriva facilmente ai cuori di tutti, anche della gente comune meno incline alle cripticità dylaniane), e  Ain’t Talkin’ si staglia come il punto di vertice compositivo del disco e compensa col suo spessore la leggerezza dell’intero lavoro.

E’ un disco che venderà come nessun altro nella carriera di Bob, e le premesse ci sono tutte (stiamo assistendo alla conquista del primo posto in tutto il mondo in pochi giorni) … ma siamo oggettivi: anche certe critiche avventate hanno un fondo di verità. “E’ una rifrittura che mangi finchè clada, ma presto si fa callosa”, dice sempre Kataweb: senz’altro esagera. Ma dobbiamo rifuggire dalle esagerazioni anche noi. Il capolavoro è qualcosa di diverso. E se i capolavori di Bob non sono sempre finiti nelle top ten delle charts internazionali un po’ sarà anche questione di marketing, di fama costruita in questi anni col Never Ending Tour, DVD, biografia e pubblicazioni (Michele, perché dobbiamo negarlo?). Nella vita di un artista c’è anche questo, c’è il momento della raccolta dei frutti sull’onda di un apprezzamento generale che si costruisce anche su fattori esterni al disco. Il Tour di Bob è stata un’onda lunga che ha riportato il pubblico dalla sua parte, è notoriamente lo spettacolo più apprezzato al mondo, nonostante le scalette prevedibili, i musicisti non sempre brillanti sul palco, nonostante la voce e tutte le altre variabili di cui quotidianamente discutiamo. E’ chiaro che dopo una biografia di quella portata, dopo tanti show in piazze gremite in tutto il mondo, il pubblico avrebbe comprato il disco nella prima settimana proiettandolo su numeri da record. L’immagine di Bob è alle stelle da diversi anni, anche se in modo differente rispetto agli anni della celebrità massima. Quando sei a questi livelli di popolarità e di stima diffusa, è chiaro che il disco va forte (sarebbe andato fortissimo anche senza Nettie Moore, che è un brano fantastico, un vero brano folk ai massimi livelli).

Dobbiamo essere obiettivi. Lo spessore di questo disco non consente di avvicinarlo ai capolavori (“Oh Mercy” è un capolavoro, ha raggiunto dei vertici della composizione, è un disco pazzesco, perfino troppo grande; “Time Out Of Mind” è un capolavoro, un disco completo fatto di suoni fantastici ma anche di profondità compositive, “Highlands” è superiore alla Ain’t Talkin’ di oggi che pure è giusto celebrare; “Standin’ in The Doorway” è un macigno rispetto alla pur “struggente” Workingsman’ di oggi, “Love Sick” è una bomba di folk-rock , “Dirt Road Blues” è devastante, “Not Dark Yet”, “Cold Irons Bound”, ma la stessa “To Make You Feel My Love”, sono brani di una potenza che Modern Times non sfiora neppure). Diciamo allora che Modern Times è un lavoro splendido, è un lavoro straordinariamente godibile, che finalmente arriverà sino a quel pubblico easy listening che non è mai riuscito a digerire un artista tante volte ostico, perché universale, sì, ma non al primo ascolto (come McCartney che con una “Yesterday” arrivava subito al cuore di un’umanità intera, indipendentemente dalle diverse capacità culturali e recettive di ciascuno).

Dylan è sempre stato considerato (da noi per primi) un artista di difficile fruibilità, talvolta troppo intellettuale, troppo avanti, troppo evoluto per far breccia in un pubblico generalista. Questo disco riuscirà come nessun altro prima d’ora a dare al mondo una versione del folk nell’accezione più ampia di musica “popolare” e in questo, le sonorità western più standard agevoleranno l’impresa, specie laddove il gusto musicale “americano” è meno radicato, come  da noi in Italia. Ci riuscirà anche per la sua deliberata omogeneità stilistica, per quel cantare quasi sussurrato che non disturba, quel suonare soffuso che rende diverso questo disco rispetto al precedente  “Love And Theft” del 2001: quello era un disco più caleidoscopico, aveva una ritmica variabile (dal rockabilly al lounge jazz, dal rock di Honest With Me – qui del tutto assente – alla folk ballad di “Mississippi”), una vitalità diversa. Per questo motivo fu un disco che ha finito con accontentare alcuni e scontentare altri (c’è chi non gradisce le sonorità lounge jazz, chi non sopporta un rockabilly un po’ di maniera e che alla fine stanca … leggete Elio Rooster, che dice “non se ne può più di Summer Days”, etc.).

Anche questo disco, forse, tra qualche anno, ci sembrerà un po’ di maniera, forse dopo le prossime tournee, in cui vedremo la resa di questi brani sul palco. Va detto, infine, e per concludere, che le classifiche oggi non rispecchiano affatto i valori artistici in campo. Ho visto la classifica americana di Billboard, quella in cui Bob è al primo posto. Onore a Bob, ma vi prego, leggete i 40 nomi che ci sono sotto. Non c’è un artista decente nemmeno a pagarlo oro. Una pena. Quando uscivano i dischi folk (i “capolavori”, penso a “Subterrean Homesick Blues”, a “John Wesley Harding”, le classifiche dell’epoca erano da far impallidire qualsiasi produttore e artista e anche quei capolavori avrebbero fatto  fatica a imporsi in sette giorni, come è accaduto oggi a Modern Times).

Di fronte a un parametro così dubbio e squalificante come sono le classifiche di oggi, non ci conviene esultare troppo: quei capolavori restavano tali pur non riuscendo a scalare le Top Ten; quelli di oggi non lo sono per il fatto di essere in cima. Onore a Bob, comunque, e godiamoci, come sia, un disco che è senz’altro da vivere, anche se non ci cambierà la vita.

Giuseppe Basile © Geophonìe, 2006
Diritti riservati

 

 

 

 

Il libro per Borland di Basile e Nitti

Geophonìe ha pubblicato il volume documentaristico di Giuseppe Basile e Marcello Nitti realizzato in collaborazione con Robert Borland.  La presentazione ufficiale è fissata a Taranto, il 23 dicembre 2016 ore 18, presso il Nautilus Caffè.

Giuseppe Basile e Marcello Nitti, documentaristi italiani, sono gli autori di questo nuovo saggio di critica musicale che ricostruisce l’intera storia di The Sound e  di Adrian Borland valorizzando il patrimonio completo delle liriche da lui composte dall’esordio dell’80 sino al 99  (ISBN 9788890306327, Euro 32,00).  Il volume, in lingua italiana, composto di 240 pagine a colori, contiene 138 brani in lingua originale con annessa traduzione italiana, 270 immagini (molte delle quali inedite), interviste esclusive e documentazioni di critica musicale internazionale, recensioni, articoli di stampa europea e commenti raccolti nel corso della carriera della band e di quella individuale di Adrian.

walking in the opposite direction - movie

Locandina del Film (IDFA, Amsterdam 2016)

Disco per disco, da “Jeopardy” del 1980, sino ad “Harmony & Destruction” del 1999, il volume documenta e approfondisce i contenuti “letterari” dell’opera di Borland, che con la sua particolare scrittura riflessiva, unica nel panorama del punk-new wave degli anni 80 e successivi, ha conferito dignità ad un genere musicale che per i contenuti testuali è sempre rimasto poco conosciuto e studiato.

Il libro offre un importante contributo alla riscoperta dell’arte compositiva di Adrian Borland  ed è la storia di una grande vittoria, giunta a distanza. Il valore artistico di queste liriche, infatti, anche se ormai riconosciuto, non era ancora stato adeguatamente divulgato, circostanza che ha indotto Basile e Nitti  a realizzare questa preziosa pubblicazione che segue al noto libro del 2007 “80 New Sound New Wave. Vita, Musica ed Eventi nella Provincia italiana degli anni ‘80” (Geophonìe, 9788890306303 ISBN), con cui gli autori esordirono.  

 

La première del Film “Walking In The Opposite Direction” (IDFA Amsterdam, Melkweg Theatre, 19.11.2016) © Jean-Paul Van Mierlo

 

 

“E’ di gran pregio il percorso artistico compiuto da Adrian Borland”, dice il gruppo operativo dell’Associazione Culturale, “svelarne e divulgarne l’opera attraverso la lettura delle sue liriche costituisce un’importante iniziativa culturale che andrà a colmare una lacuna editoriale del giornalismo musicale di questi anni”.

Il lavoro di Basile e Nitti, dunque, questa volta parte dai testi e trova il suo completamento in un’altra produzione internazionale, costituita dal film-documentario “Walking In The Opposite Direction” realizzato tra Olanda e Inghilterra dai produttori Jean-Paul Van Mierlo e Mark Waltman e selezionato al Festival Internazionale dei Documentari di Amsterdam (IDFA). Il Trailer del film  era in circolazione già da tempo, ma  la première ufficiale si è svolta ad Amsterdam solo lo scorso  19 novembre nel Teatro Melkweg. (https://www.youtube.com/watch?v=bI5xxXvB_Bs).

Nella stessa serata il volume di Basile e Nitti è stato consegnato agli addetti ai lavori, produttori, operatori, musicisti e intimi amici di Adrian Borland e The Sound.

 
Robert Borland, anziano padre del musicista scomparso, assente per motivi di salute alla grande manifestazione, aveva infatti avviato parallelamente – con Basile e Nitti, e con Jean-Paul Van Mierlo – i due progetti del libro e del film-documentario: tutto ciò prese inizio nel 2011 e da allora i due lavori sono cresciuti di pari passo e basandosi sui medesimi materiali messi a disposizione dal padre. Per questa ragione libro e film appaiono fortemente connessi.
 

Carlo Van Putten esegue brani dei Sound dopo la première del Film (IDFA Amsterdam, 19.11.2016) © Jean-Paul Van Mierlo

 

“Il film è un sicuro successo nella sua categoria come documentario” – dice Giuseppe Basile, presente ad Amsterdam con Mike Dudley (batterista di The Sound), con Patrick Rowles e James Ingham (musicisti che collaborarono con Adrian nella sua carriera solista) e con Rients Bootsma (il gestore del sito www.brittleheaven.com) –  “girerà nei festival cinematografici di mezzo mondo, stiamo lavorando anche per l’Italia”.
 
Sono certo che tutto questo darà valore anche al nostro libro, lo abbiamo realizzato con una passione e una meticolosità estrema, perché siamo sempre stati grandi ammiratori di The Sound, di Adrian e sempre affascinati dalla sua storia. E’ stato emozionante per noi scoprirla e scriverla. E abbiamo dovuto farlo armati di senso di responsabilità: avvertivamo il peso dei testi di Adrian,  maneggiarli ci ha imposto un’attenzione massima, ma sentivamo anche un gran debito verso il padre, che seppur conoscendoci appena, aveva aderito al nostro progetto, fidandosi ”.
I 138 brani comprendono l’intera produzione dell’Artista lungo tutto l’arco della sua carriera (5 dischi con The Sound, e 6 dischi da solista). “E’ la Distant Victory di Adrian” – continua Basile – “quella che lui cantava nel brano Total Recall”.
Non sarà certo un caso che la nota traccia d’apertura, “I Can’t Escape Myself” del disco “Jeopardy”, esordio della band del 1980, oggi figuri nella colonna sonora della fiction televisiva “The Young Pope”, produzione internazionale del premio Oscar Paolo Sorrentino.
 
15.12.2016 © Geophonìe

Rokia Traorè, 6 settembre 2016, Reggio Emilia Campo Volo

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Rokia Traorè, 06.09.2016, Reggio Emilia (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Assistere a un concerto di Rokia Traorè è  esperienza ormai  inusuale, vista la misura di assuefazione raggiunta dal pubblico a sonorità finte, sintetiche e digitali. Come pure assai  inusuale, in uno spettacolo, è ritrovare  la sensazione di sprofondare nella contemplazione di una dote ormai sconosciuta alla maggioranza degli artisti oggi in circolazione: la naturalezza. E’ un concerto naturale, quello di Rokia Traorè: come la Terra, il Cielo, gli Alberi, i Sentimenti, l’Energia. E naturali sono le sonorità, saldamente africane, ove solo gli arrangiamenti rockeggianti  (sovrastrutture) ne scalfiscono il tessuto. Come naturale, liberatorio, esplosivo, è il ballo di lei sul palco, un concentrato di energia gioiosa, di energia “buona”, quella capace di annientare il male, il dolore, le debolezze,  le fragilità dell’animo umano. Rokia Traorè è un personaggio di un magnetismo unico al mondo, quelli che la conoscono lo sanno bene, e sono tutti d’accordo, unanimamente, nel riconoscerle la statura di artista internazionale di prima grandezza. Un gigante, una grande regina africana, chiara, limpida, lineare nelle sue idee, saggia. La sua musica è lo specchio esatto di questa saggezza. Una saggezza che implica conoscenza, studio, dedizione, sia alla musica che all’anima. Il concerto del Campovolo, dopo un pomeriggio di intensa pioggia che lo ha messo a rischio, è un concentrato di questi valori, musicali e di contenuti. Senza pose da diva, senza fronzoli inutili, lo spettacolo è tutta sostanza. Sostanza e bellezza. Gioia. Con momenti di crescendo travolgenti, ritmiche afro e accelerazioni fino a stati di ebbrezza, ma anche nenie africane ipnotiche che nell’ossessiva ripetizione, come un mantra, ti conquistano lentamente sino ad avere totalmente ragione di te.

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Rokia Traorè, 06.09.2016, Reggio Emilia (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Un rituale africano, quello della lenta, inesorabile vittoria schiacciante, che nella lucida combinazione di sonorità acustiche, disturbate solo da una splendida chitarra elettrica graffiante e distorta, trova la sua piena realizzazione. La voce di Rokia, poi, è incantevole, flautata, con quei vibrati che lei sprigiona con naturalezza, come fossero qualcosa di semplice, di immediato, e che invece sono il frutto di una lunga storia di disciplina vocale e di professionalità.

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Rokia Traorè, 06.09.2016, Reggio Emilia (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Lei, quella voce, la modula con variazioni improvvise, anche con prove di forza, e momenti di rabbiosa intensità come certi brani drammatici del suo penultimo disco “Beautiful Africa” del 2013, lavoro eccelso che lascia stupefatti, ma che Rokia ha utilizzato meno del previsto nel concerto di Reggio Emilia, privilegiando com’è giusto l’ultimo suo lavoro, “Nè So”, con cui prosegue il suo percorso di commistione di tradizione e modernità, tra sonorità ambient acustiche tipiche del Mali di Ali Farka Tourè e  ritmiche intermedie tra rock e funky che dal vecchio afrobeat di Fela Kuti giungono rielaborate fino ai giorni nostri: operazione, questa, che  come molti artisti afro-francesi stanno in questi anni stanno realizzando.

Negli ultimi dieci anni non ricordo un solo artista, nel quale mi sia imbattuto, che sia stato capace di trasmettermi pari emozioni. La band di supporto è affiatata, potente e intrisa di un unico e corposo sound, un tessuto sonoro in grado di produrre un effetto talvolta straniante, talaltra unificante e travolgente, capace di condurre il pubblico nei territori dell’interiorità come dell’euforia collettiva, fino a culminare nel ballo  smodato, libero, senza freni. La performance di Rokia, insomma, è di quelle che andrebbero portate sui massimi palcoscenici italiani, in una cornice diversa da quella offertale in una piovosa serata di festival di fine estate, ma che ieri sera lei, ugualmente,  ha subito saputo conquistare, senza alcuna fatica e già dal primo brano, a discapito del freddo  e del disagio climatico presto dimenticato da un pubblico facile preda delle note, in balìa di un canto difficile da dimenticare.

Giuseppe Basile © Geophonìe

King Crimson verso il Tour mondiale

Alla vigilia dei concerti americani, Marcello Nitti intervista brevemente Pat Mastelotto.

NY_65La band di Robert Fripp partirà da Albany (NY) il prossimo 9 settembre per una serie di concerti negli Stati Uniti a Filadelfia, Boston, New York, Chicago, Los Angeles, San Francisco, Seattle: e la notizia lascia ben sperare per un prosieguo del tour sui palchi europei.

“Tutti i Crimson hanno espresso grande entusiasmo all’idea di un ritorno”, aveva dichiarato Robert Fripp  sul sito della band lo scorso autunno quando l’idea di una reunion era stata ventilata per la prima volta.  “Dati i notevoli impegni di tutti i membri ci vorrà un anno prima che i King Crimson siano in grado di realizzarla. Immagino ci limiteremo a un calendario circoscritto al mese di settembre 2014″ . E fedele alla sua parola, un anno dopo, Fripp ha reso note le date che sono ora in programma.

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Pat Mastelotto

Marcello Nitti ha provato a raccogliere qualche notizia in più da Pat Mastelotto, portentoso drumner statunitense ormai stabile nella band  dal lontano 1993.  I King Crimson, com’è noto, tra le band più innovative nella storia della musica del secolo, hanno dato vita a svariate fasi della propria incredibile carriera, restando sempre ai vertici assoluti della creatività e della sperimentazione sonora e compositiva.
Ogni metamorfosi del gruppo è stata caratterizzata da una line up diversa, e l’attuale formazione – che sarà l’ottava nella storia della band – vedrà questa volta sette membri, “quattro inglesi e tre americani, con tre batteristi. Si tratta di una configurazione diversa dei King Crimson rispetto a prima. Alcuni sono nomi familiari, forse più di altri”, ha dichiarato sempre Fripp alla rivista Uncut (1)

Quest’ultima  line-up  sarà composta da Fripp, Gavin Harrison, Bill Rieflin, Tony Levin, Pat Mastelotto, Mel Collins e Jakko Jakszyk. Sono tutti ex membri Crimson, tranne Rieflin e Jakszyk che sono stati coinvolti in progetti collaterali dei Crimson per alcuni anni. Rieflin ha collaborato con Chris Wong, Robert Fripp e Toyah Willcox in un progetto chiamato The Humans, mentre Jakszyk  ha realizzato nel 2011 il disco denominato A Scarcity Of Miracles, nella formazione trio “Jakszyk  Fripp & Collins”, ma con la collaborazione di Tony Levin e Gavin Harrison.

The Crimson Projekct

Photo © Jonathan Armstrong

Difficile, come sempre, intuire la direzione delle nuove sperimentazioni,  le mutazioni genetiche del Re Cremisi,  la costante ricerca del superamento del limite.

Mr. Mastelotto, starting a new KC adventure do you think is there finally the opportunity to say/play anything  you missed to do in this fantastic band?
The opportunity was, and still is, always there. Robert encourages the musicians in King Crimson to go where we haven’t gone before.

Have you anything straight in your mind about what you would like to experiment this time? Did Fripp ask in this time anything different from you?
No Robert has not asked anything new from me.  And Yes we have many new rhythmic adventures being planned for the three current king crimson drummers.

Do you think, inside of you, that to play in this band means to give the maximum creativity?
Yes.

The Crimson Projekct

Photo © Jonathan Armstrong

Which is a KC song from the 70’s that you would like to play live and you never did yet?
Great Deceiver, is a KC song I have always wanted to play and have suggested many times for Stick Men to learn it because I think it would play very well on Chapman Stick ….  perhaps next year?

With Jakko and with 3 drummers this could be easy to think that the band could be aggressively melodic and that maybe some songs from  70’s could be part of the 2014 set list. Isn’t it?
It is!

Would you like to realize a new KC album? Or at least more than one in the future? I don’t want to know if is already in the KC plans …. I want just to know if you would like that.
Yes I would like that very much!

The Crimson Projekct

Photo © Jonathan Armstrong

Fripp ha sostenuto  una disputa legale con la Universal Music Group per sei anni,  solo recentemente risolta, e per la quale  vennero interrotte le performance dal vivo. L’ultima esibizione pubblica della band risale al 2008, mentre Fripp dal vivo manca dal 2010.  “Ci sono piani” – dice sempre alla rivista Uncut  –  “per i nuovi King Crimson e per entrare in studio. Realizzeremo versioni  differenti di materiali dei Crimson . Ci saranno prove soprattutto in Inghilterra, e il lotto finale delle prove sarà probabilmente in America in agosto o settembre 2014.  C’è un progetto per includere il Regno Unito nelle date del tour, ma dipende da una serie di circostanze”.

Marcello Nitti © Geophonìe
2014. Diritti Riservati.

  1. http://www.uncut.co.uk/king-crimson-unveil-new-line-up-and-2014-tour-plans-news