Ma la testa più grossa è quella di David Byrne

Dopo lo scioglimento dei Soft Cell, dei Bauhaus e dei Rip Rig and Panic, ci giunge ora notizia che Mick Jones, chitarrista dei Clash, è stato allontanato dal gruppo da Paul Simonon e Joe Strummer. I due rimproverano a Jones di aver deformato musicalmente l’idea originale del gruppo. In un comunicato stampa dei Clash (1° settembre) c’è stato l’annuncio ufficiale della defezione – allontanamento di Mick Jones, proprio mentre il gruppo era alla vigilia della pubblicazione di un doppio album live.

Passando a New York, al “Forest Hills Stadium”, i Talking Heads si sono esibiti davanti ad una folla strabocchevole: David Byrne fa il suo ingresso da solo, e con la chitarra e una “rhythm machine” propone una versione inedita di “Psycho Killer”. Con l’ingresso dell’amata bassista Tina Weymouth, del batterista Chris Frantz e finalmente del polistrumentista Jerry Harrison, vengono una dopo l’altra canzoni come “Heaven”, “Thank you for sending me an angel” e “Love goes to building on fire”. L’effetto è come un viaggio nel tempo, una sorta di lezione di storia musicale. Un po’ più tardi fanno il loro ingresso il percussionista Steven Scales, il chitarriasta Alex Weir, il funk-tastierista Bernie Worrell e una coppia di ballerini.

Le composizioni successive travolgono i presenti, “Swamp”, e “Girlfriend is better” tratte da “Speaking in Tongues” in giusta contrapposizione a “Big Blue Ply Mouth”, “When a day that was” e “Big Business” tratti dall’album solo di Byrne “Catherine Wheel”.

I ritmi afro-moderni tanto cari alle famosissime “Teste parlanti” si ritrovano in ogni brano e mai sopprimono le originali radici del gruppo. Poi ancora “I Zimbra” e “This thust be the place” (con David Byrne che diventa un novello Fred Astaire) insieme a “Once in a lifetime”. Come piatto speciale a conclusione di questo isolato concerto nuovayorkese, i “Talking Heads” eseguono “Genius Of Love” dei Tom Tom Club e “Burning Down the house”.

Il concerto ha confermato ancora una volta che la “testa” più alta è quella di David Byrne, il quale ha saputo fondere con precisione da alchimista le influenze americane, europee e africane.

Marcello Nitti © Geophonìe

05.03.1984. Bologna, Depeche in concerto.

L’esibizione italiana in due date.Qualche delusione.

 

A Bologna lunedì scorso, per l’esordio italiano dei Depeche Mode. Dopo la recente trionfale tournèe in Germania, due erano state le date fissate in Italia, in marzo: il 5 a Bologna, il 6 a Milano. Al teatro Tenda di Bologna alle 19 c’è già folla. Dopo vari posti di blocco riesco ad arrivare nel recinto del servizio d’ordine. La tenda, a vista d’occhio, mostra una capienza di seimila posti. Tanti presenti, persona più persona meno, pochi minuti prima che lo spettacolo cominci.

Alle 21.33 le luci si spengono. Un boato accompagna le note introduttive di “Everything counts”. Il concerto ha inizio. Alan Wilder, David Gahan, Andrew Fletcher alle prese con le loro tastiere. Martin Gore è il “front man”: la voce dei Depeche.

Le composizioni si susseguono: “Told you so”, “And then”, “See you”, “Photographic”, “Love in itself”, “More than a party” . Nonostante il continuo incitamento del pubblico, avverto difetti di base. I suoni impeccabili ricordano perfettamente il lavoro di studio, la bravura del singer Martin Gore. Le basi preregistrate anticipano ogni esecuzione.

La mancanza di atmosfera esterna, in ogni brano, sminuisce ogni sogno o ricordo che attribuivo alle loro canzoni. La totale calma e la compostezza degli altri tre, dietro le tastiere, insospettisce: nessuno per tutto il concerto vedrà muovere le dita sui propri strumenti ad Alan, David e Andrew.

Lo spettacolo è scivolato via per un’ora. Il momento più intimo è stato “And then …”, ballata elettronica tratta da “Construction time again” pubblicato lo scorso autunno. Dopo la rituale richiesta di bis, i Depeche Mode escono. La terza uscita uscita dei Depeche riserva un piccolo giallo: durante l’esecuzione di “Just can’t get enough” un’improvvisa interruzione per mancanza di energia elettrica.

Leggera disapprovazione del pubblico e primo annuncio: il concerto non può proseguire perché un cavo generale passante tra il pubblico e collegato al mixer è nettamente tranciato. Il secondo annuncio placa gli animi eccitati: il problema tecnico è risolto. Il concerto, dopo le scuse dei Depeche Mode, riprende con altri due brani. Con il replay di “Just can’t get enough” il quartetto porta a termine il concerto con la quasi totale approvazione di un pubblico divertito e soddisfatto.

Marcello Nitti © Geophonìe

Quando guanto significa “The Glove” (e onore)

Il guanto sostituisce la crema protettiva per le mani.

Un tempo, i tempi del Bois de Boulogne, veniva sfoderato per risolvere vertenze di onore. E’, a conoscenza di popolo, un feticcio primario, come la sciarpa. Nel nostro caso, direttamente dalle stanze più altolocate della «new-wave» inglese, il guanto si accompagna a una precisa realtà musicale.

«The Glove» (ovvero il guanto) è una nuova formazione che, nata più per caso che per necessità, in poco tempo vedrà assumere il primo lavoro «Blue Sunshine» a modello per i prossimi anni a venire. «The Glove» in sostanza significa Robert Smith, il padrone assoluto dei misteriosi «The Cure», diventati ormai un rinomato marchio di fabbrica. Smith impera sui «The Cure»: ecco quello che ha detto a proposito di «Let’s go to bed» il singolo un po’ ottimista musicalmente per mano «The Cure».

«Avevo voglia di scrivere un brano che potesse funzionare in discoteca, non credo di dover rendere conto a qualcuno se ho trascorso un periodo della mia vita in piena felicità; anzi, spero che si ripeta!».

Ad affiancare Robert Smith c’è Steven Severin che è il batterista dei mitici «Siouxsie and the Banshees». I due, incontratisi a Londra in assenza di «Siouxsie e Budgie» (l’altro 50% dei «Siouxsie») impegnati alle Hawaii con le registrazioni del loro primo album color-tribale «The feast» sotto il nome di «The Creatures», hanno dato vita a composizioni di riguardo. “Punish me with kisses» fu scritta al primo parto, con l’aiuto di Landray (dolce voce femminile) e Andy Anderson alla batteria e il progetto cominciava a coinvolgere sempre più i nostri protagonisti. L’album ha bisogno di essere ascoltato più volte e, al di là dalle apparenze, non è frivolo confermandosi viceversa come il miglior lavoro dell’83. I brani sono uniti da una sottile vena di passione, nella quale ognuno può trovare una propria ragione di agio. Complessivamente l’album contiene dieci pezzi, di cui due strumentali, due cantati da Robert Smith e sei cantati da Landray.

Il tutto risulta senza dubbio come frutto di equipe e meraviglia l’ottima intesa che ne traspare. «Like an animal», che apre i solchi, ha fatto anche la sua comparsa come singolo, e tutto ciò che lo segue dà la chiara sensazione di trovarsi di fronte a piccoli capolavori. “Looking glass girl», primo tra tutti, è struggente e bellissima; «Perfect Murder», cantata da Robert Smith, insegue sinuosamente stelle e arcobaleni: «This green city», «Mr. Alphabet Says» e «Orgy», in un vortice di piacere, fanno desiderare amori forti e luminosi. Con «Relax» si chiude l’album e, naturalmente, siamo convinti che è nata un’altra stella, dopo quelle scintillanti dei «Wire» e dei «Joy Division».

Marcello Nitti © Geophonìe

I Culture Club, figli di Strange

Londra, notte.

Fra le nebbie di Londra negli ultimi due anni sono spuntati innumerevoli locali abbastanza particolari, fra i qualil il “Blitz” e il Futura”. Club esclusivi dove sono nate culture del vestire che poi a loro volta hanno rappresentato le identità di altrettanti gruppi.

Steve Strange nel suo locale il martedì  programmava unicamente musica di David Bowie, tanto che la serata veniva soprannominata “Bowie Night”:  lo stesso Steve Strange che  insieme agli Ultravox (Midge Ure), ai Magazine (Adamson) e ai Banshees (John Mc Gough) creò i “Visage”.

Erano serate stravaganti cui prendevano parte molti nomi della “new wave” più seguita. E naturalmente la voglia del successo, che sopraggiungeva a cucchiaiate, determinò un ulteriore incremento dei gruppi nascenti, uno dei quali, al primo lancio discografico ha già fatto centro: sono primi in Inghilterra, sesti nelle classifiche Usa. Il loro singolo di successo è “Do you really want to hurt me”, loro si chiamano  “Culture Club”. Boy George sembra esserne il leader, se non altro per il motivo che sessualmente è equivoco e inoltre perché la sua immagine ci ha già affascinati.

Il “video” del singolo ha ottenuto grandi consensi e il lento andare del filmato ben si addice all’avanzare languido e reggheggiante del brano in questione.

L’album si chiama “Kissing To be clever” e tutti i pezzi sono permeati di un funky bianco ben strutturato e assai orecchiabile.

Tra i musicisti del gruppo c’è Jon Moss che – non dimenticatelo – era il primo batterista dei “Clash”.

Organizzatori italiani contano di trascinare in Italia i “Culture Club” per i prossimi mesi di giugno-luglio. Speriamo di poterci godere dal vivo una di quelle serate londinesi.

Marcello Nitti © Geophonìe

 

02.12.1982. Ricordati Barbara quella notte di stelle a Ginevra

Dischi. Vi segnalo i “Passions”, con una Gogan dalla voce elegantissima.

Vi propongo i “Passions”. E ve li propongo raccontandovi un mio ricordo personale. E’ il 2 dicembre 1982. I “Passions” sono attesi a Ginevra, in Svizzera. Acquisto il biglietto in prevendita e cerco di immaginare se dal vivo il gruppo riuscirà a confermare quel talento che dimostra negli album. Arrivo in netto anticipo sull’orario del concerto e, dopo aver bevuto qualcosa, mi sistemo proprio sotto il palco, insieme con un amico. Alle 21, puntuale come un orologio svizzero, il gruppo fa il suo ingresso, e immediatamente le note di “The Swimmer” inondano il grande salone del 1700 dove si svolge lo spettacolo.  Il pubblico, poco numeroso, si dimostra subito svogliato, applaude timidamente alla conclusione di ogni brano. Ma, ad ogni modo, lo spettacolo cresce in qualità canzone dopo canzone. Tanto che, dopo la prima mezzora, stiamo delirando per “I’m in love with german film star”, una versione impossibile, con una nuova al sax e alle tastiere, che accompagna i Passions in tour.

Barbara Gogan, Ginevra, 2.12.1982. (Marcello Nitti © Geophonìe)

Barbara Gogan, con la sua voce elegantissima, sciorina via via tutti i migliori brani: la favolosa “Into Night”, la toccante “Sanctuary”, la veloce “Jump for Joy”. Il pubblico è appagato, tutti si mettono in movimento, i bis sono addirittura quattro. Entusiasmante. Barbara ringrazia in francese e la sua esile figura scompare dietro le quinte, dove la raggiungo per poterle parlare.

La chiacchierata ha luogo in uno chalet-ristorante, con Barbara che tra un boccone e un bicchiere di vino mi racconta quanto le piacerebbe poter suonare in Italia. Per il resto, abbiamo parlato come due vecchi amici. Alle tre del mattino ci salutiamo. Barbara mi garantisce che presto verrà in Italia. Andiamo a casa sotto un cielo stellato, con le luci notturne di Ginevra e la musica dei Passions come colonna sonora.

Marcello Nitti © Geophonìe