MUSICA /«Black Heart», canta Marc Almond (Soft Cell)

 

Mi faccio strada col piccolo E.P.

Gli E.P. (extended play) sono nati per precise esigenze commerciali: anzitutto per una migliore resa della parte incisa, che tranne in alcuni casi è quasi sempre a 45 giri; In secondo luogo per un migliore uso in  discoteca, essendo un 12”; infine per promuovere con più frequenza i gruppi o i cantanti da parte delle case discografiche.

Ultimamente gli E.P. svolgono una incisiva influenza sulle vendite successive degli ellepi. Se l’E.P. è di successo, anche l’album che lo seguirà avrà buoni indici di vendita. E’ il caso per esempio di «New Gold Dream» dei Simple Minds i quali, prima di pubblicare l’album, fecero addirittura uscire ben due E.P., il superfamoso « Glittering Prize» e «Promised you a miracle».

 

Di questi giorni è d’altra parte la pubblicazione per l’etichetta «Some Bizzarre» di un 12’’ di Marc And The Mambas che altri non è che Marc Almond, la metà dei raffinatissimi Soft Cell.

Dopo aver pubblicato nello scorso dicembre un album con incluso il solito 12’’ in omaggio, ora Marc Almond pubblica «Black Heart» (comprendente «You Aura») che piace al primo ascolto. Marc è la voce dei Soft Cell, gruppo ormai famoso anche per il remake di «Tainted Love».

In questa sua nuova avventura, senza separarsi dai Soft Cell, Marc si fa aiutare da Matt Johnson, meglio conosciuto come The The. Il lavoro che ne è scaturito è molto esaltante, due composizioni romantiche cantate magistralmente da Marc e accompagnate da un gruppo di suoi amici per quanto riguarda i fiati e i violini.

Il tutto risulta senza dubbio un piccolo gioiello e le fonti d’Oltremanica ci informano che presto sarà pubblicato un nuovo album ricco di sorprese e che anche Matt Johnson o The The sta preparando il seguito dei suoi due successi, «Uncertain Smile» e «Perfect».

Vedremo chi di questi amici-rivali riuscirà a impressionarci di più.

Marcello Nitti © Geophonìe

Heaven 17 Una  tentazione da ballare in elettronica

 

In attesa che esca alla fine di aprile l’atteso album degli Heaven 17, ecco che viene pubblicato “Temptation”, un EP con tre brani. Dopo il successo dell’81 di “Penthouse and Pavement”, il gruppo si è mantenuto in una fase di edificazione e di mantenimento del proprio successo, pubblicando nell’ottobre ’82 un singolo di qualità, “Let me go”. Grazie a un bellissimo video, il singolo ha trovato posto dappertutto; radio, discoteche, tivù, ed è praticamente da allora che gli Heaven 17 stanno pensando e preparando il prossimo lancio discografico.

L’atteso album del terzetto di Sheffield avrà per titolo “The Luxury gap”. A mio parere gli Heaven 17 sono unici nel proporre musica elettronica da ballare a questi livelli. Non c’è nessun gruppo capace, in maniera originale, come loro.

“Temptation” si discosta da “Let me go”. Vi troviamo “We live so fast”, velocissimo brano di electronic-dance portata a livelli raffinati, con un intreccio di synths sbalorditivo, con una ventata di freschezza immancabile. Inoltre l’omonimo “Temptations” cantato in coppia con Karol Kenyon; e infine “Who’ll stop the train”, già pubblicato sul mercato americano.

In definitiva gli Heaven si confermano sicuri della loro “società commerciale” e cercheranno di portare ovunque il proprio marchio. Attendiamo il calendario dei concerti per gustarci i loro hits.

Marcello Nitti © Geophonìe

31.10.1984. Pete Wylie chi è costui? (leggete e scoprirete)

 

Il suo è  forse il più bell’album dell’84

A molti, il nome non dirà granchè, visto che i suoi lavori non hanno un seguito entusiasasmante e che lui ama firmarsi con il nome di Mighty Wah. Inglese, grande amico-nemico di Ian McCulloch degli Echo and the Bunnymem e di Julian Cope dei Teardrop Explodes, Pete Wylie collaborò proprio con questi musicisti in una Liverpool sempre rivolta ai Beatles intorno al ’77-’78.

Pete Wylie dei tre ha avuto meno successo, ma non per questo è da considerarsi il meno preparato; anzi forse dei tre è quello che più è riuscito a spaziare in diversi generi musicali. Indubbiamente, una varietà di stili ha disorientato la sua audience, ma ha arricchito notevolmente le sue attuali composizioni. Pensate che Pete Wylie non riusciva ad ottenere un contratto discografico perché le sue canzoni erano valutate in maniera disastrosa.

Per fortuna nell’estate dell’84 veniva pubblicato un E.P. che era il preludio alla pubblicazione di un album; il titolo del singolo “Come Back”,  ovvero un gradito ritorno all’eclettico Wah. Subito dopo esce l’album “A word to the wise guy”: un capolavoro. L’album contiene in omaggio un E.P. dal titolo “You Learns” cantata in un “rap elettrico” da Eugene Lange, e un opuscolo con testi delle liriche. I brani contenuti hanno il potere di accennare entusiasmi, di far vorticare sogni-idee-pensieri, di soddisfare passione e di far amare.Ogni perla di questa collana ha il suo colore nutrito da altri colori, forse il più bell’album del 1984.

Provate ad ascoltare “Weekends” o “I know was somethings” e le influenze soul penetreranno nella pelle, o ancora “Come Back” o la grandiosa “Body ‘n’ soul” dove fiati e cori sembrano fiumi di farfalle volteggiare in un’aria di festa, fino a raggiungere il vertice con “The last Generation”, dove il buio ha vergogna di esistere.

In questi giorni appare sul mercato un altro E.P. di Pete Wylie (in arte “Wah!”) e contiene tre differenti versioni di “Weekends”, “The lost generation” e “Body ‘n’ soul”, trattate con semplicità acustica e con un’intimità da rispettare. Il miglior album dell’84, dicevamo, ha come titolo “A word to wise guy” e Pete Wylie ne è l’autore, e lui stesso, forse con una punta di presunzione, che a volte non guasta, ci ricorda che “le cose di qualità non hanno paura del tempo”.

Marcello Nitti © Geophonìe

 

Vecchi cari Soft Cell traditi

 

Rock / Down in the subway / In strict tempo

I Soft Cell si sono divisi, viva i Soft Cell. Questa notizia infuriò l’estate scorsa, e sorprese non poco, Marc Almond annunciò che anche il suo progetto con i Mambas sarebbe finito di conseguenza, e che nuove strade avrebbero percorso, lui e Dave Ball. Un nuovo E.P. dei Soft Cell era annunciato da alcune settimane, e tutto lasciava ben sperare come immancabilmente Almond e Ball ci avevano abituati.

Invece, dopo aver ascoltato «Down in the subway» per la prima volta rimango deluso e scarico le responsabilità sulla casa discografica, rea a mio parere di aver pubblicato questo singolo solo per cercare di ottenere quel guadagno sicuro che un nome come i Soft Cell può garantire. L’E.P. contiene due brani nel lato B e sono “Disease and Desire” e “Born to Lose” di Johnny Thunders degli Heartbrakers. Anche “Down in the subway” è un remake della versione originale di Jack Hammer, ma il tutto non convince anche se le esecuzioni di Ball e la voce di Almond sono impeccabili. Anzi forse verrà edito un album dei Soft Cell con registrazioni effettuate nel periodo di sodalizio della coppia, sperando che non vengano pubblicati materiali di scarto, che la vecchia volpe di Stevo pare abbia gelosamente conservato.

E mentre Marc Almond era impegnato con le sue Mambas la sua metà (Dave Ball) registrava «In strict tempo» e produceva delle canzoni per i Virgin Prunes. «In strict tempo» è stato pubblicato nel novembre dell’83 e oltre alla splendida copertina, troviamo uno stuolo di collaboratori. Tra i rilevanti al flauto c’è Virginia Astley e al sax Gary Barnacle, ma l’apporto più sorprendente è di GenesisP.Orridge, ex Throbbling Gristle e neo Psychic Tv che canta in due brani dove le liriche sono state scritte da lui.

«In strict tempo», più che uno sforzo solistico di Ball, è una riunione di amici che aiutano il più esperto a completare quelle idee che covavano nei cassetti della mente. L’elettronica di Ball è soffice, le sue tastiere sono ad ampio respiro, si muovono a piccoli passi e piano piano ti avvolgono baciandoti e coccolandoti. I fiati e i violini servono a dar sostegno e la voce di Genesis P. Orridge la troviamo in  “Sincerity” e in “Man in the mam”, due brani che hanno il tocco del vento nei capelli. Occhi vogliosi guardano sempre più giù, e così di fila ci riempie con “Mirrors”, “Passion of a primitive” e “Only time”.

In definitiva, un esordio convincente, certamente non privo di quegli errori dovuti ad egocentrismo, che solo due occhi luminosi potranno capire.

Marcello Nitti © Geophonìe

“The Hurting” dei Tears For Fears. Volo di Gabbiano.

Era impensabile che sul mercato italiano potesse essere introdotto un singolo dei Tears For Fears. Ma avvenne. Erano gli albori del 1982, il disco si intitolava “Pale Shelter”. Il brano era prodotto da Mike Hawlett ex  “Gong” (chi ha superato la ventina se li ricorderà) il quale ne fece un successo anche di critica. Poi Hawlett si smarrì seguendo la produzione di altri gruppi, mentre Curt Smith e Roland Orzabal dovettero continuare per altre strade. Frattanto, e forse a loro insaputa, in quel giro che conta a Londra i Tears For Fears stavano diventando una realtà assai solida con due singoli ugualmente validi, “Mad World” e “Change”. Ricchi di arrangiamenti cesellati, di armonie che si intersecano come nei circuiti di un video game, di synths adoperati sempre con creatività, i due pezzi in questione giunsero senza difficoltà in vetta alle classifiche inglesi.

La prova del 33.

A questo punto era necessaria una prova a 33 giri: le “lacrime della paura” si lasciano così aiutare nella produzione di Chris Hughes, già noto per “Adam and The Ants”. L’album, “The Hurting”, conferma in pieno qualità e attitudini dei Tears For Fears, qualità e attitudini peraltro ampiamente palesate nei precedenti singoli. “The Hurting” viene pubblicato dalla Mercury grazie anche al laborioso aiuto di Phil Palmer e di Mel Collins. Palmer ha già collaborato con Joan Armatrading, e Collins – indimenticato membro dei King Crimson  (seconda edizione) – è session man di primo rango in tantissimi gruppi tra i quali è facile ricordare i Rolling Stones.

L’ascolto di “The Hurting” è consigliabile a tutti, il sound non richiede particolari attenzioni e la sua energia sta proprio nel concentrare le variegate emozioni e sensazioni che si trovano racchiuse in queste esili canzoni, permeate tutte di quei suoni cari, adesso più che mai, alla vecchia Inghilterra: naturalmente sto parlando dei synths che qui appaiono come gabbiani in volo.

Per finire posso segnalare il nuovo E.P. dei Tears For Fears: contiene una versione remixata di “Pale Shelter”.

Marcello Nitti © Geophonìe