26.05.1983. David Bowie

 

 

Corriere Del Giorno, 26.05.1983

Una corte di miracoli per il bel Duca Bianco

Siamo andati a Monaco sulla rotta di David Bowie, l’indiscussa rockstar del momento.

Diecimila fans in una situazione da delirio. 

Bowie non ha centrato il concerto. E’ stato accompagnato da un gruppo di musicisti che ha deluso: non andava al di là di una bravura artigianale.

Lui è stato grande quando, impugnato il sax, ha intonato Modern Love.

 

MONACO – A cinque anni dalla sua ultima apparizione, è tornato il Duca Bianco. David Bowie si è riaffacciato sui palcoscenici il 18 maggio scorso, a Bruxelles, incensata alba dei riti di questa sua lunga tournèe mondiale.

Il 1983 sembra essere il suo anno “in”: due films di successo, presentati all’ultimo festival di Cannes (“The Hanger”) con Catherine Denevue e “Merry Christmas Mr. Lawrence” del giapponese Oshima); un album coprodotto con Nile Rodgers degli “Chic” e infine questa imponente escursione mondiale.

A Monaco, dove sono andato a vederlo, i biglietti erano esauriti da oltre due mesi, tolta una piccola scorta che il botteghino ha venduto centellinandola come si trattasse di diamanti (i prezzi alle stelle).

Quando sono giunto a Monaco – cuore del bifronte “continente Germania”, capitale della Baviera operaia – sapevo di assistere a qualcosa di storico. Premunitomi acquistando i biglietti di entrambe le serate (sabato 21 e domenica 22), la sera del sabato alle nove e un quarto, con soli 15 minuti di ritardo, nello strabbocchevole “Olimpiahalle” di avveniristica concezione, David Bowie fa il suo ingresso accolto dall’ovazione di forse 10-15mila spettatori. Echeggiano subito le prime note di “Jane Genie”, ma è un bluff. Ed ecco, poderose “star”, si accendono le luci: Bowie è addobbato con un abito verdeacqua, cravatta, bretelle e … la sua voce.

Non sono pochi a vederlo per la prima volta dal vivo. Assisto, in una situazione da delirio collettivo, a volti inebetiti, sorridenti, abbacinati. Non mi sfiora il minimo dubbio: qui lo amano tutti. Ti guardi intorno e vedi che ci sono molti italiani: Monaco, non dimentichiamolo, è zeppa di emigrati, è una metropoli industriale, una città formicolante di operai. Ad ogni brano la folla deliquia: “Heroes”, “Wild is the wind”, “Fashion”, “Let’s Dance”, il fortunatissimo singolo “Cat People” scritto con Giorgio Moroder. Ma il pezzo forte del primo tempo è indubbiamente “Scary Monsters”, siglato da un vibrare impazzito di luminosità verdi che ricordano non a caso il Super-ragno della canzone.

Ma piano piano ti accorgi che qualche cosa non va, non funziona. I musicisti sono poco interessati, vivono come in una situazione altra, esterna. Il batterista, Tony Thompson degli “Chic” porta soltanto il tempo e non è buono per suonare brani come “Ashes to Ashes” o “Hang on to yourself”. Il bassista Carmine Rojan sembra che non ci sia. E il chitarrista Earl Slick insegue il fantasma pendulo di Jimi Hendrix.

Si capisce subito che i musicisti sono solamente degli ottimi artigiani, degli ottimi mestieranti e che comunque non possono andare al di là dei loro profondi limiti creativi. Ergo: solo Bowie trascina un pubblico completamente eccitato alla sua vista.

Tuttavia va detto che il Duca Bianco non ha particolarmente centrato il suo concerto di Monaco. A suo vantaggio ha il fatto che il tutto è molto semplice, acqua e sapone, in un’epoca in cui si escogitano artifici di ogni colore pur di sbalordire. Indubbiamente la bravura di Bowie è venuta a galla, in tutta la sua potenza, specialmente nell’ultimo brano “Modern love”, in cui David ha suonato il sax alla grande.

Noi siamo sfiniti. Averlo visto è sempre una ricca esperienza. Col suo sorriso sottile si nasconde dietro una luna di cartapesta, se ne va e noi tutti a guardarci negli occhi e a camminare, di notte (notte fonda), fra semafori e lattine di birra.

Arrivederci Bowie, a Parigi, 8 giugno.

Marcello Nitti © Geophonìe

12.05.1983. Nick Heyward

 

 

 

Corriere Del Giorno, 12.05.1983

Il monarca Nick Heyward ha deciso, fa tutto da sé

Dopo aver abbandonato il gruppo “Haircut 100”. E’ uscito il suo singolo “Whistle down in the wind”. Non mancherà la polemica risposta del gruppo.

Nome assai strano quello degli “Haircut 100”, che tradotto è pari a dire “taglio di capelli cento”. In ogni caso siamo ormai abituati a cotanta stramberia. Gli Haircut 100 hanno a tutt’oggi pubblicato  un album e cinque singoli (1982). La loro musica era una miscela ben riuscita di vari stili musicali: samba, calipso, rock e pop, al punto da renderli unici e inconfondibili nei confini di quel sound.

Tutti brani di successo, tutti assai programmati in radio e in discoteca, ma, soprattutto, tutti firmati da Nick Heyward. Era lui in pratica il leader, l’archimede di quei successi e come solitamente accade ai monarchi assoluti – prima o poi sarebbe stato esautorato. La cronaca ci dice che mentre erano in corso le registrazioni di un secondo album Nick, giustamente, pretendeva che l’opera risultasse complessivamente di alto livello, senza limitarsi a produrre uno o due pezzi di successo e d’altro verso solo brani da dimenticare. Andò che l’egemonica presa di posizione di Nick sembrò tanto asfissiante che la realizzazione del lavoro fu interrotta (ma c’è ancora chi spera possa essere ripresa in coro). Nick salutando tutti lasciò il gruppo e si separò dal marchio “Haircut 100”, decidendo di seguire la propria strada.

A Londra, il Melody Maker e il New Musical Express hanno parlato a lungo di questa fronda da parte di Nick, non dimenticando di segnalare l’avvio quasi immediato del lavoro da solista dello stesso Heyward. Nick si fa accompagnare in studio da alcuni amici e, sorprendendo perfino i suoi vecchi “Haircut” prima ancora che essi si siano ripresi dalla sua perdita, pubblica il singolo “Whistle down in the wind”. Una pop song, stile Heyward al cento per cento. Mancano i fiati che lo hanno sempre contraddistinto: sono stati sostituiti però da un piano delizioso. E non c’è dubbio: la parte strumentale del brano è la più riuscita.

Non mancherà, crediamo, la risposta degli Haircut 100, che certo non hanno smarrito la voglia di successo. Anzi punteranno a far dimenticare l’esistenza di Nick ai suoi innumerevoli fans.

Marcello Nitti © Geophonìe

23.08.1983. Midge Ure e Mick Karn

 

Corriere Del Giorno, 23.08.1983

Il fascino della coppia

Raggiunto ormai un livello artistico abbastanza elevato in campo musicale, gli artisti vanno a caccia di collaborazioni esterne ai gruppi di origine per poter guadagnare ulteriori interessi al proprio lavoro. Caratteristica di questi ultimi mesi dell’83 è la pubblicazione di numerosi singoli (se non, in qualche caso, di albums) prodotti in coppia.

E’ il caso di Sylvian con Sakamoto, di Marc Almond con Matt Johnson, e ora di Midge Ure degli “Ultravox” insieme con Mick Karn, ex batterista dei “Japan”. I due hanno recentemente pubblicato un 45 giri e un E.P. (extended play) dal titolo “After a Fashion” (ovvero “Dopo una moda”) dove uniscono le forze per un brano che ricorda non da lontano gli Ultravox. Ma, al di là dei soliti paragoni, la composizione raggiunge la perfezione, e troviamo elementi d’ascolto abbastanza godibili: basso e batteria elettronica in simbiosi e sempre alla ricerca di solide  ragnatele: e poi la voce sempre più matura di Midge Ure.

Il tutto è farcito di tanti piccoli  arrangiamenti veramente notevoli (solo a pensarci): violini, mandolini elettronici (nella versione E.P.) e percussioni che accentuano le origini e le influenze di  Mick Karn e dei suoi ex Japan.

In sostanza in un futuro queste collaborazioni probabilmente aumenteranno. E visto che in campo musicale sono state tentate tutte le miscele possibili, non resta altro che immaginare quali nuove collaborazioni salteranno fuori.

Ad ogni modo l’esito della coppia Ure-Karn è senz’altro positivo e non è difficile ipotizzare che il lavoro della coppia sia andato al di là di “After a Fashion”, tanto che forse un album verrò a completare il loro rapporto artistico sfociato in un’avventura in Egitto.

Dimenticavo: il 45 giro e l’E.P. sono per il momento importati e costituiscono due versioni leggermente differenti. Io ai casalinghi consiglio la versione a 45, mentre per chi debba farne uso in discoteca o per radio, la versione più lunga dell’E.P. In ogni caso è un disco da non perdere.

Marcello Nitti © Geophonìe

12.08.1983. Bill Nelson

 

Corriere Del Giorno, 12.08.1983

E’ tornato l’amore.

“Chimera”, un mini-ellepì di Bill Nelson

Vi ricordate dei “Be Bop de-luxe”? Nel pieno degli anni Settanta pubblicavano anno dopo anno lavori molto interessanti, un rock mai di plastica. Ma i Be Bop forse furono rei di non aver avuto una hit-song che li consacrasse. In questo gruppo militava Bill Nelson, cuore e cervello dei “B.B. de-luxe”, che adesso ritroviamo nelle vesti di primattore.

Nelson è un polstrumentista che spazia tra synths, chitarre e percussioni elettroniche con naturalezza. Va detto inoltre che tutti i brani sono cantati e composti da lui. I suoi lavori più convincenti rispondono al titolo di “The love tath whirls” (l’amore che accarezza), che comprendeva un altro album in omaggio con una libea composizione di “la bella e la bestia” da Jean Cocteau, e “Chimera”, l’ultimo lavoro, un mini-lp (vengono chiamati così perché includono 5-6 brani al massimo).

Questa produzione conferma la fantasia e la poliedria di Bill che attualmente ha stretto legami di collaborazione con Mick Karn, l’ex batterista dei Japan, e con Yukihiro Takahashi, già con la “Yellow Magic Orchestra”. Lo  sviluppo dell’elettronica non trova in Bill Nelson un sostenitore della periferia, ma piuttosto un valido ricercatore nella jungla delle sette note.

Partito per il Giappone dove ha lavorato appunto con Yukihiro Takahashi, ha notevolemtne arricchito il suo sound con leggerissime sonorità. Le sue realizzazioni sono continue affrescature dove i colori hanno le tinte del basso sinuoso e sensuale di Mick Karn o dei synths veloci e gentili di Bill. A ogni modo si tratta di albums che non incontrano un vasto favore di pubblico per la semplice ragione che non trovano una collocazione fra i prodotti di “largo consumo”.

Non si può non aggiungere, a questo punto, che meritano molta attenzione i video realizzati da Bill, in particolare “Flaming Desire”, forse uno dei migliori video mai prodotti in Inghilterra. Alcuni fotogrammi possono essere ammirati nella copertina di “Chimera”.

Marcello Nitti  © Geophonìe

14.04.1983. I Romeo Void, California

 

Da San Francisco ecco i benefattori del rock.

14.04.1983 Corriere del Giorno

E’ americano, è solido, dal sound ben definito.

Sorvoliamo l’oceano. In California troviamo una città, San Francisco, in continuo fermento. Forse la città più europea degli States, la città dei Jefferson Airplane, dell’acid rock e dei dimenticati hippies.

Oggi anche a San Francisco aumentano gli stili: bands elettroniche, numerosi gruppi punks e decine di gruppi rock che hanno trovato nell’etichetta “415 Records” un valido aiuto per essere conosciuti nel mondo.

I Romeo Void sono autori di un rock tipico americano, ma con in più la voce di Debora Lyall la quale caratterizza con il suo modo rap (a volte) il loro sound. Si sono fatti conoscere nel 1981 con la pubblicazione di “It’s a condition” con una splendida copertina in grigio, che faceva capire come il gruppo si orientasse su modelli diversi dagli stereotipi americani.

“Myself to myself” contenuta nell’album era il loro brano che più faceva presa dal vivo. Ma l’affermazione i Romeo Void l’hanno ottenuta lo scorso anno con l’uscita del secondo album “Benefactor”, solido rock americano: basso e batteria, cuore e polmoni, e il sax sicuro ed efficace.

In “Benefactor” troviamo “Never say never” pubblicata come singolo alcuni mesi prima, autentico inno del gruppo. Il brano fa il giro del mondo e adesso il gruppo è particolarmente conosciuto in Inghilterra.

Complessivamente il sound dei Romeo Void è ben definito. L’unico rischio che corrono è quello di ripetersi se si lasceranno andare a un successo improvviso.  Per chi ama ancora quei gruppi che suonano un buon rock, non certo alla “Saxon” o “Wishbone Ash” potrà trovare in questa band californiana un nuovo punto di riferimento.

Marcello Nitti©Geophonìe