Dal Veneto al Belgio, all’Olanda, a Berlino: storia dei Permanent, fenomenale tribute band italiana che ha emozionato Peter Hook.

Permanent (da sinistra, Alice Nick, Agostino,Cosimo, Alex)
Chi vive nel Nord Italia e frequenta i circuiti del clubbing si sarà certamente imbattuto in un uno dei tanti eventi che in questi anni, un po’ ovunque, hanno offerto spazio alle performance dei Permanent, la band veneta che con oltre cento concerti già realizzati ha riportato la musica dei Joy Division sui palcoscenici della musica dal vivo. E chiunque abbia avuto l’occasione di vederli non ha potuto nascondere il proprio stupore, per l’intensità trasmessa, la potenza sonora, la capacità espressiva, la perfezione tecnica: “sembrano migliori dei Joy Division”, è il commento che regolarmente circola e serpeggia nel pubblico, che ad ogni performance viene sopraffatto dall’emozione di una grande musica finalmente riproposta con maniacale precisione, con un approccio rispettoso e professionale che svela un lungo, costante studio, e un grande amore.
Lo stivale è lungo da percorrere, la Puglia, e in generale il Sud Italia, sono le aree che non hanno ancora ospitato questo ensemble di musicisti che scorazza da anni nel Nord e nel Centro Italia. Un’occasione potrebbe essere offerta dal Medimex, la rassegna realizzata nel 2019 in Puglia, e che nel 2020 era in corso di preparazione proprio sul tema della New Wave. L’organizzazione ha dovuto registrare la necessaria battuta d’arresto indotta dalla pandemia, e anche per il 2021, sullo stesso tema, tutto è ancora da definire.

Permanent (31.10.2018, Circolo Blackstar, Ferrara)
“La band dei Permanent si è formata a Padova nel 2016” – ci raccontano Nick e Alice – “Tra le prime prove della band e il primo concerto trascorsero una manciata di mesi, ma da quel momento ogni stagione è stata una escalation, fino a raggiungere e superare i 100 concerti. Nel Maggio 2019 abbiamo ricevuto una mail inattesa da parte di Peter Hook che ci ha nominati Tribute Band Ufficiale Italiana, un’emozione grandissima: per noi ha rappresentato un nuovo tassello aggiunto a questo percorso, in continua evoluzione”.
I Permanent sono stati in questi ultimi anni richiestissimi.
“Abbiamo avuto il piacere di suonare nei live club in mezza Italia, alcuni storici come l’Exenzia (PO), Vinile (VI), Blah Blah (TO), Base Milano (MI), Mikasa (BO), Midnight (BG) ma anche molti locali da Trieste a Genova, passando per Firenze, Pavia, Parma, Bergamo, fino ad arrivare in Belgio, Olanda e Germania”.

Alice Costantini (31.10.2019, Circolo Blackstar, Ferrara)
“Nel Giugno 2019, in occasione del quarantennale dall’uscita di Unknown Pleasures, si è tenuto il primo raduno Italiano dei fans dei Joy Division presso il Parco della Musica di Padova, con la partecipazione di appassionati arrivati da diverse Regioni Italiane. In questo evento, a cui abbiamo contribuito in parte anche con una nostra collaborazione artistica, è stato eseguito l’intero album Unknown Pleasures con le b-sides dal vivo tutto d’un fiato, sul palco delle grandi occasioni. Nel pomeriggio si svolse un reading tematico, con storia, aneddoti e live in acustico, regali e coinvolgimento dei partecipanti con alcuni semplici quiz. E’ stato un evento unico che speravamo di poter replicare, prima di essere “interrotti” nel 2020 dalla situazione attuale che purtroppo permane”.
Sono stati anni on the road, con il furgone sempre pronto e carico di strumenti, in giro per mezza Italia, tanti incontri, nuove amicizie, serate emozionanti. “Sicuramente tra gli eventi che più spesso ricordiamo, ci sono quelli all’estero. A volte non solo per il live, ma per tutta l’esperienza condivisa insieme, il viaggio, gli incontri, gli inconvenienti, i paesaggi. Il primo viaggio non si scorda mai! Il primo fu in Belgio, con un furgone a noleggio, la visita all’ex Le Plan K (il club in cui i JD si esibirono e Ian incontrò Annik, durante il loro primo tour extra UK), i pasti saltati perchè alle 20:00 dovevamo essere sul palco, o quelli improvvisati nelle panchine di un distributore, l’incontro quasi rocambolesco con il cantante di una band post punk 80s con cui condivdemmo una serat: si trattava di una band che a suo tempo era uscita con un pezzo e un clip in buona rotazione, e che diventò poi la nostra “colonna sonora” per il resto del viaggio”.
Essere ingaggiati da grandi club all’estero rappresenta un momento di grande soddisfazione per una tribute band italiana, è il segno concreto di una notorietà in crescita, dimostrativa del fatto che si è seminato bene anche sul versante della comunicazione.
“Emozionante per noi è stata anche l’Olanda, con tutto ciò che quel viaggio ha comportato, dagli inconvenienti con i copiosi autovelox, alle bellissime città, all’hotel da “vere star”: la partecipazione delle persone del posto era diversa da quella italiana, era eccitante l’incontro con chi si era fatto qualche centinaio di km per esserci quella sera”.

Cosimo Mitrugno e Alice Costantini (12.10.2019, Circolo Arci, Parma)
Poco prima del lockdown, il vostro momento più bello.
“Si , certo. E’ stato l’ultimo live prima del lockdown, a Berlino. Un sogno che si realizzava, la città tappezzata di manifesti, l’agitazione di chi quella stessa sera inaspettatamente diventava papà praticamente sul palco: era il nostro chitarrista, Cosimo Mitrugno, lo abbiamo festeggiato suonando. Fu piacevolissimo l’incontro con Mario Usai, musicista sardo di nascita ma residente in Germania, che ormai da anni milita nei Clan of Xymox. Abbiamo avuto l’onore di poter suonare con lui Transmission quella sera. E’ stata emozionante, poi, la sorpresa di alcuni amici Italiani che si erano organizzati per essere lì quel weekend e supportarci!”
Il Nord Italia, però, resta una base fondamentale per voi.
“Certo, abbiamo avuto l’opportunità di esibirci moltissimo, ricordiamo anche con grande emozione l’esperienza genovese, in una location che si affacciava sul mare: la mattina seguente non potemmo risparmiarci il giro d’obbligo al Cimitero Monumentale Staglieno, luogo in cui sono state scattate le foto poi divenute la copertina di Closer e di diversi singoli in vinili, ufficiali e bootleg. In questi anni vi sono stati molti eventi che ricordiamo sempre con piacere: sono quegli eventi in cui abbiamo condiviso il palco con altre tribute band. E’ sempre bello avere anche questo tipo di scambi con realtà diverse e musicisti accumunati dalla stessa passione per un periodo musicale a cui molti artisti ancora oggi si ispirano”.

Nick Gallup (Permanent)
E dopo tanti concerti, finalmente, il magico incontro.
“Il 29 Agosto 2019 abbiamo incontrato Peter Hook, durante la sua tappa Italiana con i The Light. Eravamo riusciti a contattare il suo staff per ottenere un breve incontro post concerto, e dopo uno scambio di mail nei mesi precedenti ricevemmo l’ok dal suo tour manager, qualche giorno prima della data. Il concerto è stato trascinante, è stato bello poter ascoltare assieme a tanti amici e fans quegli stessi brani che poi riproponiamo anche noi, ma eseguiti da chi quei pezzi li ha scritti, arricchiti da arrangiamenti sicuramente fedeli ma personalizzati al sound della sua nuova band. La cosa divertente è che, per prepararci a questo grande giorno, avevamo pensato di preparare qualcosa di locale da regalargli. E così abbiamo composto un pacco con alcuni prodotti legati al nostro territorio, considerando anche il problema che poi in aereo potesse costituire un problema portare liquidi o vasi troppo grandi. Il vino è stato quindi escluso a priori, anche perché avevamo scoperto che Peter Hook non beve alcun alcolico. E così, in questo pacco si è trovato Bigoi de Bassan, Mostarda Veneta, Fagioli di Lamon, Bibanesi e varie cose particolari e forse inusuali … chissà se poi sarà riuscito a cucinare qualcosa! Abbiamo anche inserito un nostro demo acustico completato proprio in tempo per l’incontro, adesivi e gadget vari, ma soprattutto la nostra maglietta che simpaticamente poi lui ha indossato, e con cui l’abbiamo visto anche andare verso l’hotel a fine serata: quindi le foto di rito, ma anche le frasi scambiate, quando lui ci ha chiesto scherzosamente se avessero suonato meglio loro, quella sera, o noi, o quando leggendo dalle nostre maglie il nome Permanent ha esclamato: “Oh, the official!” Questo incontro è stato un momento unico e ancora fatichiamo a credere sia avvenuto davvero … per fortuna ci sono le foto a testimoniarlo”.
Qual è il senso ed il valore della musica dei Joy Division oggi?
Crediamo che il valore artistico dei JD risieda nella capacità della band di parlare al “cuore e all’anima” delle persone, con arrangiamenti relativamente semplici e immediati, abbinati a suoni scarni e secchi utilizzati in maniera allegorico – descrittiva (vetri infranti, bottiglie che si rompono … sono chiaramente allusivi) e a testi introspettivi, colti e incredibilmente schietti. Ian guardava dentro sé stesso, consapevole delle sue crescenti difficoltà e mettendo a nudo senza paura i lati deboli di un essere umano sempre più disilluso e verso il baratro (“Let’s take a ride out / To see what we can find / A valueless Collection of /hopes and past desires” (24 hours); “guess the dreams always end/they don’t rise up just descend/ but I don’t care anymore / I lost the will to want more” (Insight).

Agostino Taverna (Permanent)
“Portando in giro la musica dei Joy Division, abbiamo sempre riscontrato questo coinvolgimento interiore che la loro musica – a distanza di 40 anni – riesce a realizzare tuttora, anche verso un ascoltatore solo mediamente attento. Lo vediamo con chiarezza alla fine dei concerti che facciamo” – dice Nick – “quando molte persone, da ogni parte di Italia /Europa, che evidentemente non si conoscono tra loro, esprimono concetti simili a commento della loro esperienza del live appena vissuto: spesso ci è capitato di parlare con persone che, con occhi brillanti e finanche umidi, dichiarano apertamente ad estranei di aver superato periodi tremendi o di aver scongiurato addirittura pensieri autodistruttivi attraverso l’ascolto (attivo, profondo, fatto proprio) dei testi di Ian, ricavandone un’immagine nitida del suo sacrificio per aver tanto precisamente guardato in faccia i meandri più oscuri e paurosi dell’animo umano: ascoltare la sua musica, leggere quei testi, incoraggia a resistere ed a portare avanti quei sentimenti che alla fine hanno fatto soccombere Ian stesso, ma dato loro una ragione (in più) per vivere, intensamente e consapevolmente, la vita e i suoi percorsi”.
“Se la musica dei JD, senza essere orecchiabile, annovera adepti sempre nuovi anche al giorno d’oggi è perché è già dentro di noi” – continua Alice – “ toglie solo le barriere e i veli che abbiamo tra l’immagine figurativa di noi stessi e la scoperta del nostro vero essere (“Existence well what does it matter? / I exist on the best terms I can / the past is now part of my future / the present is well out of hand“ (Heart & Soul)”.
Il futuro della tribute band è legato alle opportunità di esibirsi ancora dal vivo:
“Viviamo di continue innovazioni e stimoli reciproci. Nel 2018 abbiamo debuttato come trio semi-acustico, ora molto richiesto anche in risposta alle esigenze dei locali derivanti dalla pandemia in atto (spazi ristretti, budget..anche!). Ci siamo confrontati e, dato che i Joy Division hanno un repertorio relativamente ristretto di pezzi, abbiamo concluso che le esigenze attuali di “commerciabilità” dei concerti richiedono ora più flessibilità sia nell’offerta artistica che nella formazione sul palco. Abbiamo elaborato il progetto di offrire al pubblico ed ai locali tipi diversi di spettacolo, modulabili in base alla formazione (quintetto, trio, anche duo elettronico), al target (locale dark, locale “normale”, festa privata, raduno fans…) ed alle esigenze del committente”.
“Il nostro progetto per l’immediato futuro è proporre il sequel dei Joy Division, ovvero i New Order, proponendone i brani più significativi a cominciare da quelli composti nell’immediatezza della loro formazione (1980/81). Un primo concerto, tenutosi il 26 settembre 2019 in provincia di Treviso, ha dato esiti molto favorevoli, con il coinvolgimento di pubblico proveniente da località anche molto lontane”.
“Stiamo ripensando l’offerta artistica, con arricchimenti in corso di implementazione, come i visual. Le ristrettezze dettate dalle normative anti covid hanno certamente ridotto le occasioni di suonare, aprendo tuttavia altre occasioni a maggior valore aggiunto, da trovare e realizzare con i gestori/committenti. E’ chiaro, però, che il nostro desiderio è quello di poter risalire su un grande palco a cielo aperto, insieme a tanti altri musicisti e, perché no, anche accanto a qualcuno dei nostri idoli. Per questo, il programma annunciato dal Medimex ci ha immediatamente allertato. Sarebbe un onore per noi suonare lì, dove si sono esibiti nell’ultima edizione giganti come i Kraftwerk e Patti Smith, e dove si parla oggi di nomi come Siouxsie, Psychedelic Furs, Pretenders, Simple Minds, New Order e Bauhaus”
Marcello Nitti © Geophonìe
La manifestazione musicale volge alla sua decima edizione.
ll Medimex, International Festival & Music Conference, promosso dalla Regione Puglia con progetto di Puglia Sounds, è stata una manifestazione che in questi anni ha assunto grande rilievo culturale, sociale e artistico. Ma la pandemia del 2020, quando si programmava la sua decima edizione, ha purtroppo costretto il management a spegnere i motori e restare in fiduciosa attesa: l’edizione in programma dal 16 al 25 aprile venne rinviata a data da destinarsi, ma per quella del 2021 si credeva – e si crede ancora – che non tutto sia perduto. Dipende dall’emergenza nazionale e dal lockdown, la cui gestione muta di giorno in giorno.
Il Medimex nacque nel 2011, dalla volontà di Puglia Sounds di costruire un’occasione d’incontro reale tra la scena musicale italiana e quella internazionale e la manifestazione venne concepita come momento di crescita e sviluppo per il mercato della musica pugliese e italiana. Il progetto era ed è quello di attrarre in Puglia i migliori player internazionali e di investire sulla musica come strategia regionale per diffondere i valori trasversali e universali che la cultura europea promuove: diversità, inclusione, capacità di ispirare positivamente il pubblico; ma anche come fattore in grado di generare occupazione, favorire la crescita economica e promuovere l’innovazione digitale.
Storicamente il Medimex esordì come luogo di confronto tra le musiche del Mediterraneo, crebbe come Salone dell’Innovazione Musicale e si è poi evoluto in International Festival & Music Conference, dal 2017, sul modello della music week, al passo con i cambiamenti del settore musicale.
L’edizione del 2017 fu quella che segnò il cambiamento più radicale della manifestazione. Lasciata la Fiera del Levante di Bari, che ospitava il salone espositivo, il Medimex invase le strade del capoluogo pugliese con i suoi molteplici appuntamenti per il grande pubblico, e grazie anche a un nutrito calendario di attività rivolte ai professionisti del settore musicale raggiunse il sold-out delle strutture ricettive sul territorio. La presenza di pubblico è stata negli anni a seguire eccezionale, ed importante è stata l’offerta tra gli stage, con grandi eventi e appuntamenti professionali e di formazione.
All’edizione 2017 di Bari sono seguite un’edizione a Taranto nel 2018 e due edizioni a Foggia e a Taranto nel 2019. Il Medimex è diventato itinerante. Il progetto ha cominciato a coinvolgere altre città oltre Bari. L’intera regione si è aperta al pubblico, agli operatori e agli artisti.
Questo appuntamento annuale, entrato nelle agende del mercato musicale italiano e internazionale, rappresenta una grande risorsa per chi voglia sperimentare la scena musicale globale attraverso l’incontro, l’approfondimento, la creazione di reti e la promozione del proprio lavoro. Il Medimex è una Festa della Musica con decine di concerti, dj set, mostre, proiezioni e numerose attività off. E mentre i grandi nomi internazionali contattati sono in attesa di conferme, anche un’altra generazione di artisti e appassionati guarda alla manifestazione, desiderosa di offrire un proprio contributo e di trovare uno spazio di visibilità: proprio come tanti di quei gruppi punk-new wave che nei primissimi anni ’80 trovarono proprio in Puglia le loro prime opportunità per esibirsi di fronte a un grande e nuovo pubblico.
Se il Medimex riuscirà a riportare sul suolo pugliese quei gruppi emergenti di allora, oggi vecchie glorie affermate e ancora amate, sarà un’esperienza emozionante poter affiancare alle grandi performance anche altri eventi musicali: come in una sorta di passaggio di testimone generazionale, che rievocando e alimentando una storia sociale e musicale che ci fa onore, vedrà la Puglia ancora artefice di una splendida continuità.
Marcello Nitti © Geophonìe

Corriere del Giorno, 10.10.1984
Rock / “Caribbean Sunset”
Sornione e con pacata naturalezza, disteso a meditare su una spiaggia, forse caraibica, John Cale ex Velvet Underground e punta di diamante di un rock arcano e sanguigno, continua imperterrito
a pubblicare “solo” di lucida bellezza. New York è oramai la sua città, come. per tanti musicisti. Le storie sono quelle di sempre; l’amore, le delusioni, il mare, il sole. Ascoltare questa sua ultima fatica, “Caribbean sunset», mi fa tornare indietro a certe sonorità di “Another green world» di Brian Eno, quasi a voler dimostrare un profondo amore per il passato.
«Villa Albani», contenuta nell’album, ha evidentemente contagiato John Cale, interessandolo a certe forme di antica bellezza e di amori passati, L’intero lavoro contiene le tipiche basi del suo modo di fare musica, semplici ballate intrise nella sua voce roca e la sua inconfondibile e fedele viola che oramai lo segue dappertutto. Lo accompagnano Dave Young (chitarra e voce), Andy Heermanns (basso e voce), Dave Lichtenstein (batteria) e, sorpresa finale, Brian Eno (alle tastiere).
Quindi il sodalizio che inizia in quel famoso 1° giugno del 1974, in uno storico concerto insieme a Nico, Kevin Ayers, Rober Wyatt, Olleie Halshall, Mike Oldfield ed altri, continua nelle note di questo “Caribbean Sunset” che certamente stupirà più di qualcuno.
“Hungry for love”, contenuta in questo “tramonto caraibico” è grezza e ruvida, come nella migliore tradizione “caleiana”.
Dolce e ritmica come se fosse un metronomo a protrarre il tempo, è proprio “Caribbean Sunset”, protesa a raggiungere l’origine di quei raggi di sole che ancora illuminano l’ex compagno Lou Reed.
In definitiva il John Cale di sempre. Gli anni passano, la voglia di far musica rimane inattaccata. Continuare a fare ciò in cui si crede: forse è proprio questo che John Cale vuole dirci.
Marcello Nitti © Geophonìe

Corriere Del Giorno, 04.09.1984
di Claudio Frascella.
E’ domenica sera, intorno alle 20. Vicino al Tursport, sede dell’avvenimento musicale dell’anno, il concerto degli Ultravox, non c’è più un posto dove sistemare un’auto. Parcheggio di ripiego diventa il lungo viale del Faro o una delle strade adiacenti. Una lunga fila ai botteghini: molti hanno occupato all’interno del campo sportivo i primi posti dal pomeriggio. I ritardatari si affrettano ad acquistare il biglietto scivolando all’interno del Tursport, correndo, accosciandosi per terra o trovando un posticino nella tribunetta laterale.
Non sono in molti a sedere sulla piccola gradinata, stanno strettini, vedono lo spettacolo a un quarto. Ma l’importante, qualsiasi sia il posto rispetto al palco, è esserci. E’ una bella serata, non fa caldo. L’impianto montato sull’enorme palco, davanti a una delle porte di calcio, è ciclopico. Nell’aria, quasi a scandire il viavai della gente alla ricerca del solito posto o del gruppetto di amici, c’è la musica di Phil Collins (anche lui inglese, anche lui gruppettaro).
I tecnici al mixer alzano e abbassano i livelli del volume per dare gli ultimi ritocchi all’impianto: it’s ok. Un quarto alle 21, salgono sul palco i Messangers, un duo inglese che avrà il compito di scaldare il pubblico prima dell’ingresso delle rockstars. I due sembra siano infilati in una piccola grotta, quasi sacrificati sull’enorme stage. Questo per non scoprire, togliendo il gusto della sorpresa, il colpo d’occhio della scenografia. Sulle teste dei due supporters una grande rete che si leverà all’inizio del concerto degli Ultravox.
I Messangers sono bravi. Anche loro fanno elettronica. Per venti-venticinque minuti fanno ascoltare la loro produzione discografica. In Inghilterra sono conosciuti, in europa ancora anonimi. Con l’enorme pubblico che richiameranno gli Ultravox nel tour europeo sperano di farsi apprezzare. Quando lasciano il palco, gli spettatori, più di cinquemila, attendono per quasi tre quarti d’ora che i riflettori che illuminano a giorno il campo di calcio si rispengano per creare l’atmosfera che introdurrà gli Ultravox. La macchina del ghiaccio secco produce una cortina di fumo, una grande rete si eleva sino al soffitto costituito da una grande cupola.

Il palco degli Ultravox al Tursport, 02.09.1984 (Marcello Nitti © Geophonìe)
Comincia lo show … Warren Cann, rispetto al pubblico, è in alto a sinistra, una decina di gradini rispetto al resto della formazione arricchita per l’occasione da due “extramusicians” (un tastierista e un chitarrista-vocalista); Chris Cross oscilla tra basso e synths accanto a Billy Currie che non smetterà per tutto il programma di saltellare c incoraggiare il pubblico. Al centro Midge Ure, il mattatore. Imbraccia spesso la chitarra, canta, si sbraccia, polarizza l’attenzione con quel carisma che sprizza da tutti i pori. E’ magnifico, una voce incredibile.
Non c’è la «sorpassata» asta per microfono; Midge ha indosso un microfono a batteria, molto somigliante a quelli adottati dai piloti di aerei. Chi è accomodato davanti al palco non resiste e si alza in piedi, scandisce il ritmo battendo le mani, percuotendo i barattoli di Coca Cola, allunga le mini per sfiorare Ure che stringe decine di mani. È elegante anche nel più naturale dei movimenti. Alle spalle una scenografia in nero, Cross, Cann e Currie vestiti di bianco. Ure in nero. Ogni canzone, da “Passing stranger” a “The man of two worlds» ha una scansione ritmica coinvolgente. I ragazzi conoscono a memoria tutte le musiche, qualcuno anche le parole. Si ascoltano grida di gioia quando cominciano le prime note di “Vienna”. Ure si snoda, lancia acuti, i ragazzi si spellano le mani. Molte ragazze salgono in groppa al proprio boy-friend, non stanno un minuto ferme, fanno scena attratte dal flusso che i quattro musicisti sprigionano dal palco.

Midge Ure, 02.09.1984, Taranto, Tursport Club (Marcello Nitti © Geophonìe)
Stesso entusiasmo riservano i ragazzi a «Vision in blue», motivo incredibilmente bello | utilizzato lo scorso anno anche in discoteca. La musica è raffinatissima. Si consuma allo stesso modo, con i cori che si elevano dalla marea di gente accalcata sotto il palco, “White China”. Grande successo ottengono tutti i motivi interpretati dai quattro folletti (Currie lascia le sue tastiere solo per suonare il violino). Accoglienza notevole riservata anche per “Reap the wild wind” e “Lament” che sentiremo verso la fine. È un vero crescendo che culmina con «The voice», Cann abbandona «drums» e altri aggeggi e scende sul palco. Ure ha cominciato i battere sulle sue percussioni, accanto a lui si affiancano Cross e Currie. Tutti e quattro in fila. Un colpo d’occhio suggestivo, percuotono da matti il ritmo del bellissimo “The volce”. Salutano il pubblico. ma tornano richiamati a gran voce, più o meno un minuto più tardi. Suonano “Dancing with tears in my eyes”, il motivo che ha avuto come supporto un video ideato da Cross e Ure.
Ancora un supplemento di emozioni e Ure si congeda definitivamente, dopo aver presentato i suoi tre compagni, con un “Thank you, and good night”. Anche se gli applausi sono tanti, gli Ultravox non escono più. E’ finita così l’avventura tarantina di uno dei gruppi più quotati a livello internazionale. Nitti & Ture hanno avuto ragione una volta di più: è stato un bel concerto, una grossa proposta, a conferma di come Taranto, la Puglia in questo caso, viste le auto baresi, leccesi, brindisine che non si contavano tanto erano numerose, risponda a interessanti sollecitazioni. Una lunga carovana di auto, un ingorgo di quasi mezz’ora, le note del concerto appena registrato, le centinaia di ragazzi che sostano davanti alla vicina pizzeria, non sono gli unici dati di cronaca. Un’ora dopo sul viale Ionio (è più dell’una) ci sono ancora file indiane di ragazzi appiedati che alla vista di un’auto issano il pollice alla ricerca di uno “strappo” in città.
Claudio Frascella © Corriere del Giorno, 04.09.1984

Corriere Del Giorno, 02.09.1984 (Claudio Frascella)
Li abbiamo incontrati e intervistati. Al Tursport il concerto
Ieri era “day off”, giorno che precede l’avvio dell’European Tour e ultime ventiquattro ore di relax, prima di farsi inghiottire, come da prassi, da fotografi e giornalisti. Questo in teoria. Chris Cross, Warren Cann e Billy Currie (Midge Ure non c’è ancora, poi sapremo perché) sono dei veri gentlemen: si concedono a patto che La Fratta posi la sua macchina fotografica. Stasera Carmine-Clic si rifarà. Gli Ultravox tengono molto al look e il fatto che stiano nella hall in costume da bagno, dopo aver fatto il bagno in piscina, crea loro qualche problema. L’immagine è salva.
Sono stati fino a qualche minuto prima con un bel po’ di fans. Con loro hanno fatto due chiacchiere come se fossero veri amici: una grande disponibilità.
Currie ha un bel paio di Ray-Ban (l’ultimo tipo), sale un attimo in camera per scendere un paio di minuti più tardi. Sediamo sul comodo divano di fronte al bar. Con noi Chris Cross, Warren Cann e il ritardatario Billy Currie. Manca Midge Ure.
-Come siete arrivati a Taranto?
“Ognuno per i fatti suoi” – dicono, passandosi la parola – Warren e Billy in aereo da Londra passando per Roma e atterrando definitivamente a Brindisi. Lì qualcuno ad aspettarli e ad accompagnarli a Taranto, in albergo. “Io – dice Cross – sono andato prima in Germania, ho noleggiato un paio di Mercedes, con le quali viaggeremo per tutto il Tour, e poi di corsa a Taranto”.
-Midge non c’è. Doveva essere con voi già venerdì sera …
“Lui è un romanticone. Arriva in treno con l’Orient Express. Sta facendo la luna di miele …”
-Abbiamo dato uno sguardo allo stage: non siete solo in quattro in pedana.
E’ vero. Ci sono due, non sappiamo come li chiamate voi, “extramusician”, cioè due nostri collaboratori, un tastierista e un vocalista”.

Corriere del Giorno, 02.09.1984 © Claudio Frascella
-Chi parla di “Lament” ?
“E’ il disco del cambiamento” – attacca Currie seguito a ruota da Cross – “un lavoro di ricerca tecnologica, ma anche un modo diverso di lavorare: semplicità innanzitutto. Invece di stare due-tre mesi in studio, abbiamo deciso di lavorare a singoli progetti e poi ritrovarci insieme a discutere fino ad avere materiale per l’album. Pensate che ne è venuto fuori quasi un lavoro in diretta. “Lament” diciamo che oggi rispetta tutto quanto sono gli Ultravox. Lo spettacolo rispetta più o meno le stesse idee. Ci sono grandi effetti, luci bianche. Tutto studiato nei minimi particolari come è nel nostro stile, “cover” compresa. Ci conoscono come pignoli”.
-Come siete nel privato, ammesso che abbiate tempo libero?
“Piace viaggiare” – dice Chris – “nonostante si facciano tour, Midge è come noi. E’ scozzese e ama la vita all’aria aperta, senza grandi eccessi”.
-Vi infastidisce il termine “video-band”?
Quando ci dicono che siamo dei buoni musicisti e che oltre questo siamo anche ottimi sceneggiatori e registi di video, ci fa piacere. I nostri video li giriamo con Russel Marcuy, che insieme con Bob Giraldi è tra i migliori registi. Alcune produzioni sono nostre, dall’inizio alla fine. Abbiamo per primi ribaltato il concetto immagine-musica. Mentre la musica è stata sempre “sound track” (traccia sonora), per noi il video è “movie track” (traccia di immagini), le immagini di funzione del prodotto musicale. Ora è diventata la mania di tutti i gruppi, ma i primi siamo stati noi”.
-Gli ideatori del video?
“Io e Ure” – dice Cross – per il disco è un lavoro d’equipe. Tutti elaboriamo le idee degli altri. Non è vero ad esempio quanto dicono i giornali musicali, che noi litighiamo, che Ure lascia il gruppo o cose del genere. C’è una grande armonia tra noi. Poi Midge non si sente, tantomeno vuol considerarsi, leader”.
-Siete videocopiatissimi …
“Forse “One Small day”. Siamo legati a quel lavoro. Lo abbiamo realizzato sulle scogliere del Nord Inghilterra, tentando di dare al filmato tridimensionalità. A proposito di “Dancing with tears in my eyes” c’è l’interessante proposta di portarlo nelle scuole, farlo vedere ai bimbi per il delicato tema che tratta: cosa accadrebbe in caso di conflitto nucleare. Qui visualizziamo una situazione, al contrario di un pezzo esclusivamente musicale. Abbiamo realizzato il terzo video, “Lament”, il titolo del disco da cu è tratto. Oggi lo danno in TV (s’informano sul titolo del programma e poi ce lo ripetono: “Discoring”)”.
-Ce lo visualizzate un attimo?
“E’ basato sulla realtà: andiamo in giro con le nostre donne, saliamo su un pulmino: tutti via, tranne Midge che resta con la sua donna. Ti ho detto, è il romanticone del gruppo”.
-Parliamo dell’European Tour …
“Nove date in Italia. Questo significa, a conti fatti, rinunciare a notevoli guadagni. Avremmo potuto fare tre grossi concerti nei maggiori centri e poi voltare pagina, invece così abbiamo evitato a molti ragazzi di fare un po’ di strada. E’ la filosofia dell’ultimo tour inglese. Abbiamo fatto concerti in centri non molto grandi, restando nello stesso luogo alcuni giorni, due, tre, anche quattro, suonando in teatri non molto grandi, ma dando a tutti la possibilità di vederci, di ascoltarci. Dopo l’Italia, andiamo in Belgio, Olanda, Germania, Svezia, e Danimarca”.
-Poi?
“A ottobre a Londra alla “Wembley Arena” un “charity concert” (concerto di beneficienza) con Spandau, Duran, Simple e altri: otto-nove gruppi, per tante ore di musica. I biglietti costeranno tanto, ma nessuno prenderà una sterlina. Per queste iniziative siamo sempre disponibili”.
Una band di gentiluomini, come dicevamo. Tutti per bene. Sono un po’ il contrario di come una certa stampa dipinge le rockstar. Non sono Kean, genio e sregolatezza. Sono intellettuali e composti. Ognuno di loro ha interessi differenti e ciascuno dà una mano all’altro. Molto uniti, molto amici, hanno feeling.
Claudio Frascella © Corriere del Giorno 2.9.1984