Verso il Medimex 2021

medimexLa manifestazione musicale volge alla sua decima edizione.

ll Medimex, International Festival & Music Conference, promosso dalla Regione Puglia con progetto di Puglia Sounds, è stata una manifestazione che in questi anni ha assunto grande rilievo culturale, sociale e artistico. Ma la pandemia del 2020, quando si programmava la sua decima edizione, ha purtroppo costretto il management a spegnere i motori e  restare in fiduciosa attesa: l’edizione in programma dal 16 al 25 aprile venne rinviata a data da destinarsi, ma per quella del 2021 si credeva – e si crede ancora – che non tutto sia perduto. Dipende dall’emergenza nazionale  e dal lockdown, la cui gestione muta di giorno in giorno.

Il Medimex nacque nel 2011, dalla volontà di Puglia Sounds di costruire un’occasione d’incontro reale tra la scena musicale italiana e quella internazionale e la manifestazione venne concepita come momento di crescita e sviluppo per il mercato della musica pugliese e italiana. Il progetto era ed è quello di attrarre in Puglia i migliori player internazionali e di investire sulla musica come strategia regionale per diffondere i valori trasversali e universali che la cultura europea promuove: diversità, inclusione, capacità di ispirare positivamente il pubblico; ma anche come fattore in grado di generare occupazione, favorire la crescita economica e promuovere l’innovazione digitale.

Storicamente il Medimex esordì come luogo di confronto tra le musiche del Mediterraneo, crebbe come Salone dell’Innovazione Musicale e si è poi evoluto in International Festival & Music Conference, dal 2017, sul modello della music week, al passo con i cambiamenti del settore musicale.

L’edizione del 2017 fu quella che segnò il cambiamento più radicale della manifestazione. Lasciata la Fiera del Levante di Bari, che ospitava il salone espositivo, il Medimex invase  le strade del capoluogo pugliese con i suoi molteplici appuntamenti per il grande pubblico, e grazie anche a un nutrito calendario di attività rivolte ai professionisti del settore musicale raggiunse il sold-out delle strutture ricettive sul territorio. La presenza di pubblico è stata negli anni a seguire  eccezionale, ed importante è stata l’offerta tra gli stage, con grandi eventi e appuntamenti professionali e di formazione.

All’edizione 2017 di Bari sono seguite un’edizione a Taranto nel 2018  e due edizioni a Foggia e a Taranto nel 2019. Il Medimex è diventato itinerante. Il progetto ha cominciato a coinvolgere altre città oltre Bari. L’intera regione si è aperta al pubblico, agli operatori e agli artisti.

Questo appuntamento annuale, entrato nelle agende del mercato musicale italiano e internazionale, rappresenta una grande risorsa per chi voglia sperimentare la scena musicale globale attraverso l’incontro, l’approfondimento, la creazione di reti e la promozione del proprio lavoro. Il Medimex è una Festa della Musica con decine di concerti, dj set, mostre, proiezioni e numerose attività off. E mentre i grandi nomi internazionali contattati sono in attesa di conferme, anche un’altra generazione di artisti e appassionati guarda alla manifestazione, desiderosa di offrire un proprio contributo e di trovare uno spazio di visibilità: proprio come tanti di quei gruppi punk-new wave che nei primissimi anni ’80 trovarono proprio in Puglia le loro prime opportunità per esibirsi di fronte a un grande e nuovo pubblico.

Se il Medimex riuscirà a riportare sul suolo pugliese quei gruppi emergenti di allora, oggi vecchie glorie affermate e ancora amate, sarà un’esperienza emozionante poter affiancare alle grandi performance anche altri eventi musicali: come in una sorta di passaggio di testimone generazionale, che rievocando e alimentando una storia sociale e musicale che ci fa onore, vedrà la Puglia ancora artefice di una splendida continuità.

Marcello Nitti © Geophonìe

Ciao Ennio

Omaggio a Ennio MorriconeQuando all’improvviso dal mondo scompare un grande, quello è il momento in cui si comprende davvero quanto sia enorme il vuoto, il cratere che una tale perdita produce. Lo si scopre subito, in un attimo, non appena si viene raggiunti dalla percezione dell’incolmabile che emerge dal raffronto con l’ordinaria capacità degli altri, la sensibilità degli altri, il talento degli altri, di tutti gli altri.

I grandi sono insostituibili, sono persone speciali, straordinarie, col proprio genio sono in grado di spingere il mondo in avanti, di superare il limite della conoscenza, creando ciò che prima di loro non esisteva.
Ci si guarda intorno e in un solo attimo si realizza che nessuno è al loro livello. Ed ecco che il vuoto, il cratere, lo si vede in tutta la sua evidenza.

Ennio Morricone con la sua musica visionaria ha portato avanti il cinema, gli ha fatto compiere un balzo enorme, così come come lo ha fatto compiere alla musica tradizionale dai cui territori per i suoi studi accademici proveniva, mescolandola con suoni che hanno esteso in modo sconfinato il campionario delle sonorità che oggi definiamo “musica”.

In un saggio di musicologia di qualche anno fa, “Superonda. Storia segreta della musica italiana” (Valerio Mattioli, Baldini&Castoldi, 2016, ISBN 9788868529031) con stupore si scopre – in un capitolo specificamente dedicato a Morricone – che il Maestro “esercitò quasi immediatamente una sottaciuta influenza proprio in America” tra gli sperimentatori di tutti quei suoni espansi e fisici che poi diedero vita alla musica psichedelica. Il western all’italiana prodotto tra il 1964 di Per un pugno di dollari e il 1968 di C’era una volta il West introdusse in America quel campionario di campane, schiocchi e rintocchi, fischi, armoniche solitarie, chitarre spagnoleggianti, trombe messicane, cigolio di porte, rumori di bosco, di venti impetuosi, gocciolii ossessivi di acqua, suoni deformati di gong e di echi, luci abbaglianti di sole portatrici di allucinazioni e miraggi che condussero gli sperimentatori d’oltreoceano verso il rock lisergico.

Ma l’influenza della musica di Ennio Morricone ha raggiunto tantissimi generi e stili musicali.
La sua scomparsa ci commuove e ci induce ad affermare, ma anche incentivare, il sentimento di gratitudine e di ammirazione che si deve ai grandi e che invece, colpevolmente, una società massificata e qualunquista, superficiale e demagogica tende talvolta a sminuire, trascurare o proprio oscurare, quasi come se l’essere geniali e speciali sia un disvalore di cui vergognarsi. Saranno pur beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Ma i grandi di spirito, quelli che svelano i nostri limiti e riescono a farceli accettare senza invidia e rancore, compensandoci con la loro arte salvifica, meritano onore e gloria qui in terra.

Grazie Maestro Morricone. Ci mancherai.

6/7/2020
Giuseppe Basile © Geophonie

“Madre dell’Amore”, Dajana D’Ippolito sceglie Geophonìe

Il nuovo album dell’artista pugliese viene prodotto attraverso la nostra Associazione Culturale.

Ci sono lavori che ci appartengono più di altri, che ci identificano” – dice Dajana, cantante salentina che oggi pubblica il suo disco di musica cristiana intitolato Madre Dell’Amore“e a volte, affidare la propria interiorità e la propria creazione a un editore musicale, una casa discografica, un produttore, diventa rischioso. E’ come privarti di un pezzo di te. C’è il rischio di sentirsi espropriati”.

Il CD è disponibile per l’acquisto.

Dajana, nota cantante pugliese, giovane ma con una già lunga storia artistica da raccontare, ha deciso di produrre un lavoro diverso, tutto suo, libero dai circuiti commerciali e dai vincoli della produzione. Il disco si chiama Madre Dell’Amore, un disco-progetto, un percorso personale – ma potenzialmente anche collettivo – nel campo della musica sacra. Dajana, fervente credente, ha per un attimo deciso di sospendere il suo cammino tra i vari percorsi della musica italiana sinora intrapresi e di cambiare registro, con un lavoro di pura interiorità, fuori dagli schemi, per ringraziare con questa nuova creazione i suoi punti di riferimento spirituali.

Sicuramente ho voluto raccontare una storia in maniera molto attuale. La figura di Maria, per me, rappresenta l’incarnazione di tutto ciò che è dolcezza, amore e, soprattutto fede. L’ ho voluto fare, però, uscendo dai canoni tipici della musica sacra, restando fedele a quelle che sono le mie caratteristiche canore e, soprattutto, a quelli che sono anche i miei amori musicali…
Ho voluto raccontare, diciamo così, l’amore per Maria alla mia maniera con testi anche miei che esulano dal tipico percorso legato alla musica sacra” – racconta Dajana a Marie Claire (http://www.marieclaire.it/Attualita/TalentOne-Ci-vuole-molto-orecchio-il-blog-di-Vainer-Broccoli/intervista-a-dajana).

Ho avuto l’occasione di conoscere l’Associazione Culturale Geophonìe, una specie di consorzio nato dall’idea e dal desiderio di alcuni autori, scrittori, musicisti e fotografi interessati a pubblicare lavori particolari e non commerciali, ma desiderosi di restarne totalmente proprietari.

Non ogni prodotto è idoneo ad essere gestito e distribuito da soggetti commerciali come case editrici o etichette discografiche. Quando un autore affida un proprio lavoro nelle mani di un operatore commerciale, ne perde la proprietà. Questo può andare bene per tantissimi prodotti, ma non per tutti. Ci sono cose che si sente il bisogno di tenere per sé.

Geophonìe è una piccola realtà, senza scopo di lucro. Gli artisti e autori che occasionalmente vogliano pubblicare delle creazioni proprie, possono farlo grazie a questa piccola struttura che fornisce i servizi minimi che qualunque prodotto richiede per poter essere distribuito. La gestione del prodotto, però, le scelte, i costi, la proprietà, rimane a carico e a beneficio degli autori.

E’ triste a volte assistere al modo in cui produttori professionali, con pari superficialità, lanciano e dismettono certi lavori, a cui l’autore tiene. L’autore, a volte, vorrebbe influire sul percorso del prodotto che ha realizzato, e nell’editoria musicale professionale non sempre è possibile. Questo disco deve camminare con me, lungo i miei stessi percorsi, anche spirituali. Nella condivisione con altre persone, unite da interessi e impulsi interiori comuni”.

Il disco contiene otto brani, due dei quali scritti da Roberto Bonaventura e i restanti sei dalla stessa Dajana: si tratta di composizioni di ringraziamento (al Signore, alla Madonna, a Padre Pio, a Natuzza Evolo, donna vissuta nel dopoguerra e da molti ritenuta dotata di santità). Nonostante l’ambito sacro, il lavoro è intriso di sonorità moderne, i suoni talvolta appaiono di matrice pop, luminosi, chiari, rotondi, e si mescolano con la vocalità di Dajana che per storia e cultura, ma anche per tipicità del suo timbro, contiene dei toni tipici pop-jazz che qui l’Artista non esibisce volutamente, ma neppure estromette dalla sua interpretazione, ora a tratti sacrale e da puro soprano.

L’ensamble del disco è orchestrale, ampio, vigoroso e produce sonorità di grande impatto. Violini (Stefania Cimino), viole (Andrea Sgobba), violoncelli (Ernesto Tretola), pianoforte (Pino Passante e Domenico De Stradis), basso elettrico (Enzo Pedone), arpa digitale, sintetizzatori, mellotron (Eugenio Valente), batteria acustica (Marco Rovinelli), programmazioni ritmiche (Ivano Giovedì), tastiere e programmazioni (Francesco Marchetti), costituiscono il tessuto sonoro su cui Dajana ha espresso i suoi pensieri religiosi in musica.

Ho cercato per anni di diventare quella che non sarei stata in grado di sopportare. Ho cercato solitudini in palchi e concorsi … ho cercato consensi mentre mi ritrovavo per ore ad ascoltare storie di straordinaria normalità nelle carrozze di treni che mi portavano lontano dalla mia di normalità, che ritenevo non appartenermi. Entravo nelle storie degli altri fino a sentirle mie, per poi lasciarsi con un “ciao” familiare che aveva il profumo di nonna o la risata di zia. Ho cercato canzoni e amori instabili dove il senso della parola era lasciato al caso, come l’amore di cui mi privavo, quando in fondo tutto ciò che desideravo era un amore grande ed unico come una canzone che non ha età, come un testo di Mogol o un brano di Lucio Dalla” – così scrive Dajana nell’elegante booklet interno che racchiude testi, preghiere, note e pensieri.

Lo scorso dicembre la cantante aveva anticipato l’uscita del nuovo album con il meraviglioso brano intitolato Ave Maria di Gounod:

La nostra Associazione non può che essere entusiasta e onorata per aver potuto contribuire a questa coraggiosa pubblicazione.

© Geophonìe (04.04.2018)

Il CD è disponible per l’acquisto.

 

 

 

ISABELLE SIRELIUS, VERNISSAGE IN PUGLIA (08.07.2017)

aIsabelle 001Come non farsi rapire dai colori della Puglia per chi vive la passione della pittura? Isabelle Sirelius, già nella sua prima visita in Puglia ne rimase affascinata e decise di lasciarsi coinvolgere in un progetto che l’avrebbe vista all’opera con le sue tele e pennelli: dalla lontana Scandinavia alla Puglia, a Martina Franca, per sviluppare il proprio percorso artistico con nuove esperienze ed emozioni. La pittrice scandinava ha nel suo background riflessi di colori vibranti e solari e un’immaginazione che scaturisce da un suo personale mondo, fantastico e indipendente.

L’astrattismo di Isabelle Sirelius riproduce una realtà elaborata con la sua anima in perpetuo cammino e ci traghetta in luoghi di sogno e di delicata bellezza, aiutandoci a cercarci e a ritrovarci. La giovane pittrice svedese ha esposto le sue opere a Martina nel centro storico nel mese di giugno, coinvolgendo e appassionando i presenti. “Al 2018” – ha poi dichiarato, congedandosi – “la Puglia mi affascina, il prossimo anno sarò nuovamente qui con voi”.

08/07/2017  © Geophonìe

Isabelle Sirelius, Amore (2017)

Isabelle Sirelius, Tramonto (2017)

Note su Modern Times

Peppe per GeophonieDissertazioni tra “dylanani”, dopo l’uscita dell’acclamato album di Bob Dylan del 2006, dagli archivi del noto sito www.maggiesfarm.it.  Il commento-recensione di Giuseppe Basile: “Disco capolavoro? Quando i fans fanno i critici …”.

 

 

Avrei voluto scrivere questo commento prima di leggere la miriade di  recensioni e articoli che in questi giorni hanno invaso la stampa internazionale e il nostro sito. Ho cercato, infatti, di custodire dentro di me le prime sensazioni che l’ascolto di Modern Times mi ha procurato, di non subire l’influenza dei commenti, delle tante osservazioni che poi mi sono ritrovato a leggere (ma come potevo resistere?).

Questo mio tentativo di “blindarmi”, di non lasciarmi condizionare, volevo sostenerlo per cercare di cogliere l’effetto che un disco come questo avrebbe potuto sortire su un pubblico medio, su una vasta platea, non necessariamente dylaniana. Bob Dylan Modern Times CopertinaMentre lo esaminavo, già al primissimo ascolto, infatti, sentivo il bisogno di spogliarmi della mia conoscenza dylaniana, della mia “militanza”, perché avvertivo ormai che la mia passione per Dylan, il mio “studio” dei suoi dischi, finiscono talvolta col risultare ingombranti, tanto da impedirmi di esprimere un giudizio distaccato e sereno. Fateci caso: il nostro approccio a ogni nuovo lavoro di Dylan (parlo di tutti noi frequentatori del sito maggiesfarm) risente moltissimo di ciò che ciascuno si aspetta in relazione ai propri gusti personali, ai dischi più o meno amati, alle varie svolte artistiche di Bob che condividiamo o contestiamo. Il nostro punto di vista, insomma, scusatemi, è spesso “inquinatissimo” da quello stesso bagaglio di conoscenza e passione che se da una parte ci permette di capire Dylan meglio degli altri, al tempo stesso ce lo fa sentire “vecchio”, “ripetitivo” (perché fa delle cose che al nostro orecchio risuonano come note) o “poco originale”.

Dice ad esempio Paolo Vites, nella sua recensione su JAM di settembre, n.129/2006: “Modern Times è Love And Theft seconda parte: è impressionante come, con cinque anni di distanza e con due band diverse, Dylan sia riuscito a ottenere il medesimo sound fotocopia di quel disco”.  E’ un commento che mi colpisce, non tanto per la sua esattezza o erroneità (su cui si può discutere), quanto per la implicita delusione che trapela da quelle parole, dette da un conoscitore profondo che avrà anche gradito Love And Theft a suo tempo, ma che ora si aspettava qualcosa  di più o di diverso. Ebbene, proprio da questo tipo di reazione cercavo di prendere le distanze: non volevo farmi sopraffare dalle mie aspettative, dai confronti che mi vengono naturali all’ascolto di ogni nota, di ogni parola, con tutte le composizioni di Bob che mi risuonano in testa (…ahimè, ogni giorno! Stiamo peggiorando! E’ un periodo impegnativo per noi dylaniati, fra dischi, libri, DVD, sei concerti italiani …. insomma troppe sollecitazioni per i nostri già provati neuroni!). E chi non ha mai sentito Love And Theft, allora, che giudizio avrebbe di questo disco? Preso singolarmente, senza confronti,  che valore artistico esprime, quali sensazioni suscita? Ho inevitabilmente letto tutti i “nostri” commenti, anche quelli più personali (c’è chi mette in condivisione nel sito i propri sogni, ricordi e vicende specifiche), ma questa non è critica. La critica è l’approccio a un lavoro artistico che prescinde dai nostri gusti personali, dalla nostra mutevole disposizione verso l’artista o lo specifico genere musicale. E in questo tipo di critica ho provato a cimentarmi.

Il primo impatto con Modern Tines mi ha provocato sensazioni di “leggerezza”. Mi è parso subito un disco “leggero”, straordinariamente godibile, accessibile come nessun altro disco della carriera di Bob. Come ha infatti osservato la stampa, è un disco “old time”, dall’ “aria western”, “blues e retrò” (“è il Dylan più blues e retrò che sia mai capitato di incontrare”, dice Kataweb-L’Espresso-Repubblica), ha delle sonorità “vintage”, le sue ballate sono effettivamente “piacevoli e briose quanto il possibile repertorio di tanti mezzi cowboy che suonano music roots di vario tipo nei bar d’America”. Mi sono dunque lasciato cullare da queste sonorità così curate, così discrete, mai ostiche, proprio come quelle che ci si aspetta in un disco di roots folk destinato a un publico internazionale (perché un disco folk destinato agli amatori duri e puri del mercato interno americano, invece, è ostico eccome!), ma dopo i primi ascolti, dopo il calo dell’effetto sorpresa, mi sono fatto l’idea che il disco è suonato e cantato talmente bene che non ti accorgi (non subito) che la composizione in fondo è abbastanza ordinaria e prevedibile. Ho ripensato improvvisamente a Under A Red Sky, primo disco in cui Dylan sperimentava questa sua voglia di cantare da crooner in modo più disimpegnato, anche nei testi, lasciandosi trasportare dalla sua voglia estemporanea di suonare in libertà con tanti musicisti, vagando tra generi diversi. Fu un album criticato perché considerato carente di “spessore” (a me comunque piaceva). Modern Times è sicuramente diverso, molto più meditato (nel suo percorso di crooner Bob ha ormai rifinito il concetto che stava già coltivando allora: in Under A Red Sky, però, lo faceva in modo dispersivo, complice forse una produzione caotica, con troppi artisti da gestire e poca concentrazione sul progetto artistico complessivo che finì col risultare disomogeneo). Ho pensato, insomma, a un approccio simile da parte di Bob: che altro senso può avere,  infatti, riproporre uno standard trito e ritrito come “Rollin’ And Tumblin’”  se non quello di voler suonare e cantare da crooner in libertà,  senza altre pretese? (Il brano in questione lo interpretò anche Eric Clapton nel suo celebre Unplugged del 1992). La stessa impressione l’ho ricavata da “Someday Baby” e “The Levee’s Gonna Break”, brani piacevolissimi, sia chiaro (nel disco non c’è un solo momento che non sia gradevole e conciliante), ma privi di quella nota di originalità compositiva che normalmente ci si attende da Bob. Sono dei brani standard, divertenti, briosi, felici, con sonorità levigate, facili da digerire, ma che scorrono come un sottofondo discreto, non ti inchiodano alla sedia come una composizione tipica di Bob.

L’apertura del disco, con “Thunder In The Mountain”, accattivante, coinvolgente come sonorità, rimane anch’essa ancorata a questo concetto di folk western che scorre come una colonna sonora leggera. E “Spirit On The Water”, il secondo brano, prosegue su questa linea: gradevolissimo, dolce, “indulgente”, dicono alcuni (si parla di suoni carezzevoli che s´intrecciano in un caloroso abbraccio swingato che avvolge questo nuovo disco dall´inizio alla fine”), “struggente”. Tutto vero. I fans più esistenzialisti trovano comunque il Dylan che amano di più, cioè quello “di peso”, quello cantautorale, profondo e intimo nella sostanza, non solo suggestivo nelle sonorità. Ha ragione Michele Murino quando dice che “sono tre i capolavori del disco” : siamo tutti d’accordo, Workingsman’s Blues 2 è una ballata che ci porteremo dentro per un bel po’ di tempo, Nettie Moore è un brano di composizione assolutamente originale e complessa (più della stessa Workingsman, che invece scorre su un motivo più facile, accessibile, il tipico brano che arriva facilmente ai cuori di tutti, anche della gente comune meno incline alle cripticità dylaniane), e  Ain’t Talkin’ si staglia come il punto di vertice compositivo del disco e compensa col suo spessore la leggerezza dell’intero lavoro.

E’ un disco che venderà come nessun altro nella carriera di Bob, e le premesse ci sono tutte (stiamo assistendo alla conquista del primo posto in tutto il mondo in pochi giorni) … ma siamo oggettivi: anche certe critiche avventate hanno un fondo di verità. “E’ una rifrittura che mangi finchè clada, ma presto si fa callosa”, dice sempre Kataweb: senz’altro esagera. Ma dobbiamo rifuggire dalle esagerazioni anche noi. Il capolavoro è qualcosa di diverso. E se i capolavori di Bob non sono sempre finiti nelle top ten delle charts internazionali un po’ sarà anche questione di marketing, di fama costruita in questi anni col Never Ending Tour, DVD, biografia e pubblicazioni (Michele, perché dobbiamo negarlo?). Nella vita di un artista c’è anche questo, c’è il momento della raccolta dei frutti sull’onda di un apprezzamento generale che si costruisce anche su fattori esterni al disco. Il Tour di Bob è stata un’onda lunga che ha riportato il pubblico dalla sua parte, è notoriamente lo spettacolo più apprezzato al mondo, nonostante le scalette prevedibili, i musicisti non sempre brillanti sul palco, nonostante la voce e tutte le altre variabili di cui quotidianamente discutiamo. E’ chiaro che dopo una biografia di quella portata, dopo tanti show in piazze gremite in tutto il mondo, il pubblico avrebbe comprato il disco nella prima settimana proiettandolo su numeri da record. L’immagine di Bob è alle stelle da diversi anni, anche se in modo differente rispetto agli anni della celebrità massima. Quando sei a questi livelli di popolarità e di stima diffusa, è chiaro che il disco va forte (sarebbe andato fortissimo anche senza Nettie Moore, che è un brano fantastico, un vero brano folk ai massimi livelli).

Dobbiamo essere obiettivi. Lo spessore di questo disco non consente di avvicinarlo ai capolavori (“Oh Mercy” è un capolavoro, ha raggiunto dei vertici della composizione, è un disco pazzesco, perfino troppo grande; “Time Out Of Mind” è un capolavoro, un disco completo fatto di suoni fantastici ma anche di profondità compositive, “Highlands” è superiore alla Ain’t Talkin’ di oggi che pure è giusto celebrare; “Standin’ in The Doorway” è un macigno rispetto alla pur “struggente” Workingsman’ di oggi, “Love Sick” è una bomba di folk-rock , “Dirt Road Blues” è devastante, “Not Dark Yet”, “Cold Irons Bound”, ma la stessa “To Make You Feel My Love”, sono brani di una potenza che Modern Times non sfiora neppure). Diciamo allora che Modern Times è un lavoro splendido, è un lavoro straordinariamente godibile, che finalmente arriverà sino a quel pubblico easy listening che non è mai riuscito a digerire un artista tante volte ostico, perché universale, sì, ma non al primo ascolto (come McCartney che con una “Yesterday” arrivava subito al cuore di un’umanità intera, indipendentemente dalle diverse capacità culturali e recettive di ciascuno).

Dylan è sempre stato considerato (da noi per primi) un artista di difficile fruibilità, talvolta troppo intellettuale, troppo avanti, troppo evoluto per far breccia in un pubblico generalista. Questo disco riuscirà come nessun altro prima d’ora a dare al mondo una versione del folk nell’accezione più ampia di musica “popolare” e in questo, le sonorità western più standard agevoleranno l’impresa, specie laddove il gusto musicale “americano” è meno radicato, come  da noi in Italia. Ci riuscirà anche per la sua deliberata omogeneità stilistica, per quel cantare quasi sussurrato che non disturba, quel suonare soffuso che rende diverso questo disco rispetto al precedente  “Love And Theft” del 2001: quello era un disco più caleidoscopico, aveva una ritmica variabile (dal rockabilly al lounge jazz, dal rock di Honest With Me – qui del tutto assente – alla folk ballad di “Mississippi”), una vitalità diversa. Per questo motivo fu un disco che ha finito con accontentare alcuni e scontentare altri (c’è chi non gradisce le sonorità lounge jazz, chi non sopporta un rockabilly un po’ di maniera e che alla fine stanca … leggete Elio Rooster, che dice “non se ne può più di Summer Days”, etc.).

Anche questo disco, forse, tra qualche anno, ci sembrerà un po’ di maniera, forse dopo le prossime tournee, in cui vedremo la resa di questi brani sul palco. Va detto, infine, e per concludere, che le classifiche oggi non rispecchiano affatto i valori artistici in campo. Ho visto la classifica americana di Billboard, quella in cui Bob è al primo posto. Onore a Bob, ma vi prego, leggete i 40 nomi che ci sono sotto. Non c’è un artista decente nemmeno a pagarlo oro. Una pena. Quando uscivano i dischi folk (i “capolavori”, penso a “Subterrean Homesick Blues”, a “John Wesley Harding”, le classifiche dell’epoca erano da far impallidire qualsiasi produttore e artista e anche quei capolavori avrebbero fatto  fatica a imporsi in sette giorni, come è accaduto oggi a Modern Times).

Di fronte a un parametro così dubbio e squalificante come sono le classifiche di oggi, non ci conviene esultare troppo: quei capolavori restavano tali pur non riuscendo a scalare le Top Ten; quelli di oggi non lo sono per il fatto di essere in cima. Onore a Bob, comunque, e godiamoci, come sia, un disco che è senz’altro da vivere, anche se non ci cambierà la vita.

Giuseppe Basile © Geophonìe, 2006
Diritti riservati

 

 

 

 

King Crimson verso il Tour mondiale

Alla vigilia dei concerti americani, Marcello Nitti intervista brevemente Pat Mastelotto.

NY_65La band di Robert Fripp partirà da Albany (NY) il prossimo 9 settembre per una serie di concerti negli Stati Uniti a Filadelfia, Boston, New York, Chicago, Los Angeles, San Francisco, Seattle: e la notizia lascia ben sperare per un prosieguo del tour sui palchi europei.

“Tutti i Crimson hanno espresso grande entusiasmo all’idea di un ritorno”, aveva dichiarato Robert Fripp  sul sito della band lo scorso autunno quando l’idea di una reunion era stata ventilata per la prima volta.  “Dati i notevoli impegni di tutti i membri ci vorrà un anno prima che i King Crimson siano in grado di realizzarla. Immagino ci limiteremo a un calendario circoscritto al mese di settembre 2014″ . E fedele alla sua parola, un anno dopo, Fripp ha reso note le date che sono ora in programma.

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Pat Mastelotto

Marcello Nitti ha provato a raccogliere qualche notizia in più da Pat Mastelotto, portentoso drumner statunitense ormai stabile nella band  dal lontano 1993.  I King Crimson, com’è noto, tra le band più innovative nella storia della musica del secolo, hanno dato vita a svariate fasi della propria incredibile carriera, restando sempre ai vertici assoluti della creatività e della sperimentazione sonora e compositiva.
Ogni metamorfosi del gruppo è stata caratterizzata da una line up diversa, e l’attuale formazione – che sarà l’ottava nella storia della band – vedrà questa volta sette membri, “quattro inglesi e tre americani, con tre batteristi. Si tratta di una configurazione diversa dei King Crimson rispetto a prima. Alcuni sono nomi familiari, forse più di altri”, ha dichiarato sempre Fripp alla rivista Uncut (1)

Quest’ultima  line-up  sarà composta da Fripp, Gavin Harrison, Bill Rieflin, Tony Levin, Pat Mastelotto, Mel Collins e Jakko Jakszyk. Sono tutti ex membri Crimson, tranne Rieflin e Jakszyk che sono stati coinvolti in progetti collaterali dei Crimson per alcuni anni. Rieflin ha collaborato con Chris Wong, Robert Fripp e Toyah Willcox in un progetto chiamato The Humans, mentre Jakszyk  ha realizzato nel 2011 il disco denominato A Scarcity Of Miracles, nella formazione trio “Jakszyk  Fripp & Collins”, ma con la collaborazione di Tony Levin e Gavin Harrison.

The Crimson Projekct

Photo © Jonathan Armstrong

Difficile, come sempre, intuire la direzione delle nuove sperimentazioni,  le mutazioni genetiche del Re Cremisi,  la costante ricerca del superamento del limite.

Mr. Mastelotto, starting a new KC adventure do you think is there finally the opportunity to say/play anything  you missed to do in this fantastic band?
The opportunity was, and still is, always there. Robert encourages the musicians in King Crimson to go where we haven’t gone before.

Have you anything straight in your mind about what you would like to experiment this time? Did Fripp ask in this time anything different from you?
No Robert has not asked anything new from me.  And Yes we have many new rhythmic adventures being planned for the three current king crimson drummers.

Do you think, inside of you, that to play in this band means to give the maximum creativity?
Yes.

The Crimson Projekct

Photo © Jonathan Armstrong

Which is a KC song from the 70’s that you would like to play live and you never did yet?
Great Deceiver, is a KC song I have always wanted to play and have suggested many times for Stick Men to learn it because I think it would play very well on Chapman Stick ….  perhaps next year?

With Jakko and with 3 drummers this could be easy to think that the band could be aggressively melodic and that maybe some songs from  70’s could be part of the 2014 set list. Isn’t it?
It is!

Would you like to realize a new KC album? Or at least more than one in the future? I don’t want to know if is already in the KC plans …. I want just to know if you would like that.
Yes I would like that very much!

The Crimson Projekct

Photo © Jonathan Armstrong

Fripp ha sostenuto  una disputa legale con la Universal Music Group per sei anni,  solo recentemente risolta, e per la quale  vennero interrotte le performance dal vivo. L’ultima esibizione pubblica della band risale al 2008, mentre Fripp dal vivo manca dal 2010.  “Ci sono piani” – dice sempre alla rivista Uncut  –  “per i nuovi King Crimson e per entrare in studio. Realizzeremo versioni  differenti di materiali dei Crimson . Ci saranno prove soprattutto in Inghilterra, e il lotto finale delle prove sarà probabilmente in America in agosto o settembre 2014.  C’è un progetto per includere il Regno Unito nelle date del tour, ma dipende da una serie di circostanze”.

Marcello Nitti © Geophonìe
2014. Diritti Riservati.

  1. http://www.uncut.co.uk/king-crimson-unveil-new-line-up-and-2014-tour-plans-news