E’ L’ESATTO CONTRARIO DI RICHTER : quella sua immagine pittorica, definita “foto-pittura” negli anni ’60, viene oggi composta e realizzata da artisti d’avanguardia con la sola macchina fotografica. La “foto-quadro” rappresenta una nuova frontiera dell’arte figurativa, produttiva di un’immagine fotografica non più derivativa, ma totalmente originaria, Parliamo di nuovi linguaggi fotografici, fusioni di tecnica e visione surrealistica.
Di Gerard Richter si è sempre parlato poco nella storia dell’arte, almeno sin quando non si è scoperto che i suoi quadri, dalla seconda metà degli anni ’80 sino ad oggi, sono stati tra i più venduti, a cifre record, nelle principali case d’asta internazionali: fece scalpore la vendita per 46 milioni di dollari della sua opera “Abstraktes Bild” (1986) venduta il 10 febbraio 2015 da Sotheby’s a Londra, come pure quella del quadro denominato “Domplatz, Mailand (Cathedral Square, Milan, 1968)”, venduto nel 2013 da Sotheby’s a New York per 37 milioni di dollari: oltre dieci volte il prezzo realizzato in asta a Londra quindici anni prima [1].
La fama di Richter crebbe certamente anche per effetto di fattori mediatici collegati a queste aste, con personaggi del jet set mondiale che balzavano alle cronache per acquisizioni ottenute a colpi di cifre stellari, come nel 2001, quando Eric Clapton decise di acquistare in asta da Sotheby’s, spendendo 3,4 milioni di dollari, tre suoi grandi lavori astratti, uno dei quali è risultato poi rivenduto nel 2022 per 36,5 milioni di dollari (questa volta a New York, da Christie’s).
Ma il grande pubblico forse ha conosciuto Richter ancor più grazie al celebre film “Opera senza autore” del 2018, candidato a due premi Oscar 2019, che raccontando tre epoche della storia tedesca attraverso la vita tormentata di un artista, in realtà si ispirava liberamente proprio alla vita e all’opera di Richter, sebbene nel film questo non venisse chiaramente esplicitato.
Un grandioso innovatore della pittura, Gerard Richter e dello stesso concetto di immagine: del film resta impressa la scena iconica in cui il protagonista prende vecchie foto in bianco e nero e ritagli di giornale, realizza con essi un collage e lo proietta su una grande tela: l’immagine fotografica diviene la base su cui l’artista realizza il dipinto, con un effetto “flou” (sfocato), ottenuto passando delicatamente un pennello asciutto o una spatola sul colore ancora fresco. Questa tecnica crea una sorta di distacco che mette in dubbio la pretesa di verità sia della fotografia, sia della pittura. Il risultato pittorico è un prodotto evocativo di una verità reale, ma trasfigurata nel ricordo o nella suggestione emotiva che produce.
Nel film viene narrato che alle prime mostre pubbliche i dipinti venivano artisticamente riconosciuti e apprezzati, ma al tempo stesso fraintesi, a causa delle affermazioni protettive del suo autore (che nell’opera cinematografica assume il nome di Kurt Barnert) secondo cui le immagini non avevano nulla a che fare con la propria vita, ma semplicemente riproducevano meccanicamente le fotografie sottostanti, o talvolta andavano solo intese come omaggio ad altri artisti. Egli veniva riconosciuto come artista innovativo e originale, ma il suo lavoro veniva descritto come un’opera senza un autore, ovvero come un’opera così difficile da ricollegare al proprio artefice da impedire di assegnare ad essa una “paternità” in senso convenzionale.
L’opera vive di sé stessa, ma a Kurt questo non importa: ha imparato a fidarsi del potere dell’arte onesta, sa che i giornalisti e il pubblico comprenderanno il suo lavoro istintivamente, inconsapevolmente, così come lo ha compreso egli stesso, elaborando le sue opere altrettanto inconsapevolmente e istintivamente sino a contribuire alla creazione, ad un livello diverso, di un’opera senza autore.
LA FOTOGRAFIA NELL’ARTE DI GERARD RICHTER.
La traiettoria artistica di Gerard Richter prende così l’avvio attraverso questa valorizzazione inedita della fotografia, utilizzata come base del dipinto e fonte di sviluppo generativo di una nuova, autonoma immagine: oggi tale tecnica sperimentale sviluppata negli anni ’60 viene comunemente denominata fotopittura, “Photo-paintings” e nella storia dell’arte rappresenta uno dei momenti in cui la fotografia fa registrare il proprio accesso ufficiale nel mondo dell’arte pittorica, divenendone una sua possibile componente. Il quadro pittorico è composto dalla mente creativa dell’autore, dai suoi strumenti, dai pennelli, dai colori, dai materiali, ed anche, in questi casi, dalla fotografia.
“Richter ha intuito che il mondo stava per essere travolto dalle immagini.” – scrive il noto critico d’arte contemporanea scrive il noto critico d’arte contemporanea Francesco Bonami [2] – “Ha capito che tutto quello che ci circonda sarebbe diventato parte di un’altra realtà parallela, il mondo delle immagini e delle fotografie. Così, con la sua pittura, ha deciso di creare un terzo universo, di immagini e di realtà. I quadri astratti non sono una contraddizione ma l’origine e il destino di ogni immagine. Prima della realtà c’è l’astrazione: se pensiamo al mondo prima del mondo, in mente non ci vengono immagini ma un qualcosa di astratto. Il destino delle immagini, una volta dimenticate, è però ancora quello di ritornare nel nulla astratto da cui provengono. I quadri figurativi con soggetto fotografico rappresentano quindi un passaggio da un’astrazione a un’altra, sono, usando una parola grossa, la rappresentazione della vita dell’essere umano, che viene da un nulla e finisce in un nulla, almeno secondo quanto attestato dalla scienza” .
La proliferazione sconfinata di immagini, infatti, oggi costituisce un nuovo universo a sé stante: le tecnologie di cui disponiamo consentono di immaginare, elaborare, e quindi realizzare immagini che appartengono al “mondo prima del mondo”, al mondo contemporaneo (in forma realistica o surrealistica), o al mondo di domani, quando esse si dissolveranno in un casuale magma indistinto. L’intelligenza artificiale ha prodotto il definitivo straripamento della creatività, e se vi è ancora il tempo della cognizione umana a consentire una distinzione tra creatività volontaria e involontaria, oltre questo tempo non potrà che sopravvivere un’immagine muta e sola, privata del suo senso e valore, di ogni suo significato, perché non più connessa al suo autore o a qualsiasi suo fruitore.
Un’infinità di immagini vaga in un universo visivo incommensurabile: è solo la nostra conoscenza, la nostra consapevolezza, la nostra memoria, la nostra cultura etica, estetica, spirituale, che assegna un senso e un valore alle immagini che circondano la nostra esperienza di vita. Ed il senso, il valore, che assegniamo, o crediamo di rinvenire in esse, proviene solo da noi, non dalle immagini: dal nostro vissuto, non da quello del suo artefice-autore.
L’intelligenza artificiale è già troppo avanti in quest’opera di decostruzione e produzione delle immagini. Richter invece apparteneva ancora ad un’era culturale e tecnica che lo manteneva al centro della creazione: l’artista aveva ancora una velleità, di questo processo inevitabile voleva ancora esser parte attiva, voleva ad esso contribuire, mettere la propria idea e tecnica artistica al servizio della vita autonoma di una data immagine.
C’è chi questa velleità insegue e coltiva ancora: lasciare che sia un computer ad elaborare immagini casuali estromette totalmente la nostra creatività, il computer utilizza solo la propria, senza alcun bisogno di interventi alieni, e con essa realizza il proprio prodotto. Ma contribuire alla creatività artificiale con un proprio apporto, umano, conduce a realizzare un altro prodotto, portatore di un’essenza intelligente capace di orientare la macchina e indirizzarla verso un’elaborazione che essa, senza la nostra intrusione, non avrebbe espresso allo stesso modo.
Richter non era arrivato a questo: egli prendeva immagini già esistenti, realizzate con una macchina fotografica, e le trasformava in quadri pittorici.
Oggi è possibile utilizzare immagini di tipo pittorico originarie, realizzate con il solo strumento fotografico.
Dalla “fotopittura” alla “fotoquadro” : artisti sperimentali oggi provano a realizzare un quadro costruendo una fotografia che facilmente possa essere scambiata per un’opera pittorica, o ritenuta una fotografia che è stata scattata su un soggetto pittorico.
“E’ un quadro ? O hai fotografato un quadro ?”
L’immagine che la macchina fotografica recepisce, è il frutto di una sua disposizione meccanica: il suo è un “occhio”, che “vede” diversamente ciò che noi elaboriamo con la nostra umana realtà visiva, con le caratteristiche ed i limiti del nostro occhio biologico. La macchina vede un’altra realtà, anzi, può vedere, in base alle diverse impostazioni tecniche date, tante realtà, o tante versioni di una stessa realtà: carattere, questo, che dimostra la sconfinata grandezza delle sue risorse.
E’ partendo da questa consapevolezza che oggi, alcuni artisti, anziché affidarsi ad immagini preesistenti da riversare nella composizione di un quadro, perseguono la strada innovativa di “interrogare la macchina fotografica”, di analizzare ciò che in una data situazione tecnica la macchina “vede”. Non è l’occhio umano la base di partenza, non è l’occhio che aveva realizzato la fotografia base del quadro pittorico a lavorare sul nuovo progetto: la base di partenza è la realtà vista da un altro strumento, il meraviglioso obiettivo della macchina fotografica, quello che possiamo orientare alla ricerca di una sua visione, o di una nostra visione, o di una commistione fra entrambe, per giungere a un prodotto che esprima una nostra originaria fantasia creativa: parliamo, dunque, di nuovi linguaggi fotografici figurativi, fusioni di tecnica e visione surrealistica.
“L’intelligenza artificiale ha generato artisti artificiali creativi capaci di produrre immagini tecniche basate su algoritmi. Il mio è un lavoro umano: porto la mia fotocamera – strumento meccanico privo di intelligenza – a realizzare immagini che io stesso concepisco con precisione attraverso la mia immaginazione, senza alcuna casualità e in un unico scatto” – dice Marcello Nitti, nella presentazione dei suoi lavori fotografici.
“L’arte casuale può esistere, ma la mia immaginazione non è frutto del caso. Cerco una prospettiva diversa, che i miei occhi biologici e liquidi non sono naturalmente predisposti a cogliere: è una ricerca che affido a un occhio meccanico, l’obiettivo, infinitamente più potente del mio occhio biologico, ma che io guido con tecnica rigorosa e con il pensiero. L’obiettivo della fotocamera vede un altro universo – pur sempre una realtà, un’altra realtà – ciò che io non riesco a vedere” .
La ricerca sperimentale di Marcello Nitti, fotografo fondatore di Geophonìe, da tempo è disponibile in visione nel nostro sito: la quantità, la qualità e l’intensità raggiunta in questi anni, però, oggi richiedono la realizzazione di ampi e completi cataloghi espositivi, senza i quali questo patrimonio di studio e ricerca rischierebbe di perdersi nel magma visivo e mediatico della nostra schizofrenica civiltà comunicativa.
Il lavoro di realizzazione dei cataloghi è un work in progress già in costruzione: la nostra associazione ne curerà il progetto editoriale sino alla pubblicazione, e forse quest’opera documentaristica e divulgativa, costituirà una nuova emozionante ‘distant victory’.
28/09/2026
Giuseppe Basile © Geophonìe
diritti riservati
[1] https://artslife.com/2023/02/28/top-price-le-10-opere-piu-costose-di-gerhard-richter-in-asta/
[2] nel suo libro “Lo potevo fare anch’io. Perché l’arte contemporanea è davvero arte” (Mondadori, 2007, ISBN 978-88-04-67934-9).






