FOTOGRAFIA E ARTE Storie di luce, sperimentazioni e nuove emozioni.
Gli schemi e i confini tra le infinite forme di espressione artistica umana, e anche non umana, sono svaniti da tempo: lo sappiamo bene, tutto è commistione, tutto è osmosi. Il magma della creatività si alimenta senza limiti, oltre le categorie, le classificazioni, oltre ogni immaginazione: “così tutto si complica” , spesso si sente dire, ma le complicazioni sono il prezzo della libertà.
Da tempo, ormai non c’è regola, né autorità. Qualsiasi forma espressiva può incamminarsi su una propria strada, totalmente individuale, o collettiva, e può giungere a lambire, contaminare, occupare l’universo emotivo, inconscio o razionale, di qualsiasi potenziale fruitore.
Arte inconcepibile, arte involontaria, arte non-arte: sono svariati decenni, forse già sin dal primo ‘900, che assistiamo ad una trasformazione ed espansione totale del concetto di arte.
Più stabile, invece, è il concetto di tecnica.
Quando la fotografia fece il suo prepotente ingresso nella storia della civiltà, il mondo dell’arte pittorica ne venne devastato, rapidamente dovette cercare nuovi percorsi espressivi per la propria sopravvivenza. Il quadro-ritratto, realistico, non serviva più.
La fotografia era ormai la migliore rappresentazione della realtà, la più immediata, la più rapida, la più vera.
La pittura di Rembrandt, lo studio degli sguardi dei suoi soggetti, le ambientazioni straordinarie di Caravaggio con le sue oscurità, le sue luci misteriose e mistiche, erano ormai “storia dell’arte”, ovvero “storia” di qualcosa appartenuto al passato.
La fotografia stava al quadro come l’automobile stava alle antiche carrozze.

https://www.sicilianpost.it/il-mistero-di-vivian-maier-bambinaia-con-la-passione-per-le-foto-rimasta-nella-storia/
In questi anni è venuta alla luce la sconfinata e strabiliante opera fotografica di Vivian Maier, una badante degli anni ’20 che negli Stati Uniti, forse inconsapevolmente, definì in modo pionieristico il concetto di street art, e che oggi costituisce un esempio davvero fulgido della foto-ritratto che si pone quale nuova modalità descrittiva di un volto, di un’espressione, di uno sguardo, di una condizione.
La pittura, frattanto, volgeva rapidamente verso l’impressionismo, verso l’astrattismo, le rappresentazioni iniziarono a ricercare altre dimensioni, visionarie, esistenziali, concettuali, metaforiche, evocative, capaci di illustrare diversamente una realtà, o di tradurre in immagine un pensiero, una mera fantasia, o qualsiasi cosa fosse differente dal reale, dalla fedele ritrattistica, dal puro paesaggismo.
E anche la fotografia, parallelamente, cercava il superamento di quella che era stata la sua prima e più naturale strada, ovvero la ricerca e rappresentazione della verità: era, questo, un obiettivo troppo ridotto, troppo ristretto, per uno strumento tecnico dotato di una potenzialità sconfinata, molto più vasta della stessa fantasia e creatività umana.
La macchina fotografica poteva vedere ciò che all’occhio umano era precluso, poteva spingersi oltre le colonne d’Ercole della nostra immaginazione, poteva creare e conferire forma all’inesistente, munirlo di vita, anima, modellarne una propria essenza, una densità, poteva trasformare l’idea in sostanza, trasfusa sul negativo e sulla carta fotografica.
I capolavori di Monet, con i suoi enormi stagni, facevano pensare a fotografie mosse, non messe a fuoco, talvolta avvolte da una luce torbida, come quella che illumina certi nostri ricordi;
Quelli di Toulouse-Lautrec richiamavano suggestioni dell’arte fumettistica;
Quelli di Magritte apparivano contaminazioni e derivazioni dell’arte grafica con cui il mondo dell’immagine si stava aprendo alla pubblicità;
Queste, e tante altre, erano le strade verso cui l’arte pittorica figurativa si indirizzava, alla ricerca di nuove ispirazioni.

Claude Monet (1840-1926) Ninfee, 1916-1919 circa Olio su tela, 150×197 cm, Parigi, Musée Marmottan Monet, © Musée Marmottan Monet, Paris
Magritte, in particolare, rappresentava un’immagine visionaria ma al tempo stesso razionale, mescolando oggetti e concetti in un’ambientazione surreale, ma evocativa di qualcosa che conduceva a un senso, a un’idea. Un lavoro profondamente “grafico”, che il disegnatore pubblicitario conduce verso una forma inedita di arte comunicativa.

René Magritte, Effetti personali, 1952, olio su tela, 80,01×100,01, San Francisco, Museum of Modern Art
LA FOTOGRAFIA NELL’OPERA PITTORICA DI HOPPER.
I quadri di Hopper furono tra i primi a realizzare una trasposizione in forma pittorica di una fotografia: la pittura di Hopper, infatti, è un esperimento in cui si assiste a un processo creativo inverso, che si capovolge: non è più la fotografia a rubare la scena all’arte pittorica, spodestandola dalla propria tradizionale e secolare funzione descrittiva, illustrativa della realtà, ma è la pittura a richiamarsi a un prodotto fotografico, con l’intento di elaborarlo in una propria originale reinterpretazione, “artistica”, oltre la verità.

Edward Hopper (1882-1967), Nighthawks, 1942, Copyright The Art Institute of Chicago IL USA/Friends of American Art Collection/Bridgeman Images
La fotografia-verità, che aveva soppiantato il ritratto figurativo-verità, diventava materia di produzione di una nuova arte pittorica espressa per elevare la fotografia ad oggetto d’arte, a materia d’arte, liberandola dalla propria funzionalità originaria di manufatto cronachistico.
Arte pittorica e fotografia, dunque, hanno compiuto, e continuamente compiono, ciascuna il proprio viaggio verso sempre nuove commistioni e contaminazioni: il ‘900, il secolo della fotografia, è stato il tempo che ha prodotto il vero big bang dell’immagine, quello i cui effetti stiamo vivendo tuttora.
LA FOTOGRAFIA COLLAGE DI RICHARD TUSCHMAN.
La fotografia di Richard Tuschmann, artista newyorkese tuttora in attività, costituisce certamente uno dei più straordinari esempi di nuove commistioni, con un lavoro che ancora una volta ribalta il rapporto tra pittura e fotografia.
L’idea che questo straordinario artista sviluppa, a ben vedere è tanto scontata, quanto grandiosa: la sua fotografia è uguale al fermo immagine di un film d’epoca, nel quale la scena è costruita appositamente su un set : Tuschmann crea il modello di una stanza, una riproduzione in miniatura di un luogo, come la stanza di una casa di bambole: costruisce la scena esattamente come si farebbe per riprodurre l’ambientazione necessaria in una rappresentazione cinematografica, e al suo interno, poi, vi inserisce immagini di modelli, precedentemente fotografati su un fondale neutro.
Si tratta di un collage digitale, di estrema complessità, che sviluppa uno stile composito, tra fotografia, pittura e assemblaggio. Il prodotto finale è un totale “falso”, come lo è il cinema, del resto: ma così come accade nell’opera cinematografica, anche le immagini di Tuschmann, minuziosamente strutturate, trasmettono il senso artistico della narrazione che l’autore si prefigge: le sue fotografie comunicano le complessità e le sfumature emotive delle relazioni umane, le malinconie, le solitudini e le precarietà che trapelano all’ombra di una vita incerta.
La serie fotografica intitolata Once upon a time in Kaximierz ricostruisce e descrive la vita di una famiglia ebrea in una casa di Cracovia negli anni ‘30, nel quartiere di Kazimiers. Le fotografie ritraggono la quotidianità, momenti ordinari di vita domestica in una strana atmosfera di tensione e di attesa, forse all’ombra dell’Olocausto che incombe.
La fotografia diviene quadro, diviene cinema: fotografia fiction, ma che in qualche modo si ricollega, in modo evocativo, ad una fotografia-verità: quella che sarebbe stata scattata (o forse, è stata davvero scattata, chissà) negli anni ’30 in un interno domestico.
https://thewisdomdaily.com/richard-tuschman-town/
https://bugnoartgallery.com/it/richard-tuschman/
Si tratta di un lavoro fondato su un enorme approccio di tipo tecnico: l’arte fotografica, infatti, presso moltissimi autori, accade possa fiorire anche da un approccio iniziale puramente tecnico. La tecnica può produrre arte: l’esplorazione delle infinite potenzialità della macchina fotografica lo dimostra continuamente.
LA FOTOGRAFIA DI MARCELLO NITTI
Da questa consapevolezza ha preso avvio anche il lavoro di ricerca di Marcello Nitti, fotografo sperimentale, che ha in tutta la vita ricercato una visione autonoma della macchina fotografica, orientata dalla scelta tecnica umana, ma produttiva di un risultato proprio, non totalmente preventivabile dalle opzioni dell’operatore-artefice. La macchina fotografica in determinate condizioni di tempo e di luce, vede ciò che il nostro occhio non può vedere.
Questa curiosità sperimentale ha aperto a Marcello Nitti un intero mondo visivo che lo ha condotto verso un’altra dimensione della fotografia: quello dell’astrattismo non riconducibile.
Il passo successivo è stato quello di governare il mezzo meccanico per condurlo verso obiettivi e stili definiti: la sfida è stata quella di realizzare, con la macchina fotografica, con un solo scatto, senza post produzioni e alterazioni, immagini equiparabili a quelle prodotte dal mondo pittorico tradizionale e non tradizionale. Anche la macchina fotografica può essere in grado di “dipingere un quadro”, e le fotografie della serie romantica sono tecnicamente (e artisticamente) talmente intense da essere scambiate per “fotografie che ritraggono un quadro”.
L’occhio meccanico della macchina fotografica elabora la scena in modo diverso dall’elaborazione che compie occhio umano.
E del resto, qual è la realtà oggettiva?
Esiste una realtà oggettiva unanimamente uguale per tutti gli esseri viventi ?
L’universo è buio, siamo noi ad elaborare le onde elettromagnetiche interpretandole come segnali visivi, come luce e colore: è una nostra modalità percettiva, frutto della nostra struttura cerebrale e oculare. Ogni essere vivente ne ha una propria.
La macchina fotografica ne ha un’altra ancora, o forse, mille altre: può sporgersi oltre la nostra realtà visiva, affacciarsi sul regno di onde e particelle senza colore né suono, condurci verso l’universo che non conosciamo. Al di fuori della nostra mente, tutto è buio. Non c’è alcuna luce, le stelle non brillano, il Sole non è luminoso, la Luna non riflette i suoi raggi, le galassie non sono scintillanti.
La macchina fotografica può mostrarci una realtà invisibile. Ma può anche trasfigurare la nostra realtà, quella visibile, riproducendo in forma artistica, come farebbe un pittore romantico, ciò che meccanicamente “vede”.
La sfida tecnica si apre all’avventura artistica.
E’ stato questo, sinora, l’intento di Marcello Nitti nella sua ininterrotta ricerca fotografica.
(12.07.2026, © Geophonìe)
BRUCE GEDULDIG
In viaggio con Bruce.
La distanza non fa la differenza, il percorso invece attrae e incanta gli occhi del bambino.
Quanto può essere immortale il tempo? L’arte prova ad essere immortale nel tempo, e in questo luogo ricolmo di bollente sostanza il cammino si fa esplorazione.
E’ sempre l’incanto che conduce la danza e ben si abbinava a Bruce Geduldig, che magistralmente creava sogni da luci intramontabili.
Nell’angolo dell’attesa accade ciò che può scuotere un’anima in costante ricerca di appagamento.
“Mamma, quando sarò grande potrò diventare una tigre?” Un interrogativo da persona del 2356, mentre risolve la propria esistenza con una trasformazione in altro: invece è di un bambino, che ha già capito dove porta la direzione intrapresa.
Bruce Geduldig, americano, viso da ritratto marmoreo e sguardo sottile come una piuma, riusciva a dar vita e sostegno al grande mistero, quel mistero che inseguiamo con la speranza di riuscire a viverlo.

L’emozione!
Bruce Geduldig incontra in California degli amici con i quali può realizzare e rappresentare le sue migliori attitudini. Incontra i Tuxedomoon, band della Bay Area, San Francisco per intenderci, dove i primi germogli fiorirono nel 1977 per giungere poi al 1979, quando finalmente loro si uniscono con Bruce per diventare la formazione più completa e più vicina a una creatura definitiva.
Bruce da visionario, e da vedente in formato collage, assembla in immagini delle scene perfette con l’aiuto di torce, lampade, video, griglie e fondali dove impressionare le sue verità, con una maestria senza pause a incorniciare in concerto la musica dei Tuxedomoon.
Il tutto prende forma e gli anni ’80 divengono per i Tuxedomoon la consacrazione di una band che raggiunge emotivamente un pubblico fra sogno e poesia.
Artista silenzioso e gentile, dava luce e corpo alle emozioni più profonde che la musica dei Tuxedomoon maturava passo dopo passo. Il suo lavoro era ginnico e sinuoso, ondeggiava e arpeggiava dietro i musicisti per creare sulla bianca tela dello schermo le sue opinioni visive di immagini e sequenze.
Il contributo di Bruce Geduldig era proiezione in nuovi luoghi da ammirare che io definirei opere in movimento.
Per Bruce il movimento era naturale, come se un’idea avesse una sua naturale elasticità per raggiungere orizzonti diversi ove contemplare l’incontro con i nostri desideri.
Bruce ci ha lasciati nel Marzo del 2016 nella sua California, e sempre presenti sono per noi i ricordi delle sue danze di luce, che in quei momenti, trasportavano lontano i nostri pensieri bisognosi di energia.
Marcello Nitti
© Geophonìe
LA COMPAGNIA DEI PENSIERI (Giuseppe Basile, Artestampa Ed., 2024)
E’ stato finalmente pubblicato il romanzo di Giuseppe Basile, fondatore della nostra associazione Geophonìe, redattore e autore: s’intitola “La compagnia dei pensieri”, suo esordio nella pura narrativa.
“E’ giunto il momento di annunciarlo” – ha scritto su Facebook : “dopo tanti ripensamenti, attese, correzioni, letture e riletture, è stato pubblicato da Artestampa Edizioni di Modena, romanzo in nove racconti. I due saggi di critica musicale da me pubblicati (nel 2007 e nel 2016) mi avevano distolto e allontanato dalla scrittura di queste storie a cui già mi dedicavo anni prima, tralasciate e riprese più volte, ma che mi erano sempre rimaste in mente. E alla fine, il loro tempo è arrivato”.
Nella stessa giornata il giornalista Francesco Natale del quotidiano Notizie di Carpi (https://www.notiziecarpi.it/2024/07/02/intervista-giuseppe-basile/), visti i contenuti e l’ambientazione del romanzo, ha voluto dedicarvi un approfondimento con una breve intervista all’autore. “Il romanzo esplora il tema dello smarrimento e della ricerca di un equilibrio tra passato e futuro: il volume offre una prospettiva affascinante sulla complessità dell’esistenza umana e sulle sfumature dell’identità” – scrive Francesco Natale.
Il protagonista de “La compagnia dei pensieri” è Arturo, un avvocato, proprio come te. Perché hai voluto che il protagonista svolgesse la tua stessa professione?
Perché il libro è composto da nove racconti, alcuni dei quali sono in parte autobiografici. Sapevo che questa scelta mi avrebbe “esposto”, ma in fondo quando si decide di scrivere un libro di narrativa è normale che chi conosce l’autore riesca a cogliere riferimenti legati alla sua vita, al suo contesto e alle sue esperienze. Non è un problema, è un effetto limitato che il libro produce nella cerchia dei conoscenti, ma il lettore anonimo e disinteressato ai tratti più personali dell’autore non subisce questo condizionamento nell’interpretazione dei fatti, mancandogli una conoscenza pregressa con il soggetto narrante. Ciò che conta, secondo me, è che il lettore possa riconoscersi, ritrovarsi nei contenuti che l’autore vorrebbe trasmettere.
Anche lo sfondo è un posto a te noto: Modena…
Il libro è ambientato a Modena, ma anche molto a Bologna, è un libro descrittivo di atmosfere emiliane, di stili di vita e rapporti umani che caratterizzano questi luoghi in cui vivo dal 1986. Sono profondamente legato a questo territorio, me ne innamorai perdutamente quando ero a Bologna all’università negli anni 80, furono anni di formazione per me che hanno inciso in modo determinante sulle mie scelte di vita, e direi proprio sul mio essere, sulla mia essenza di persona. Adoro i pioppi, i silenzi padani, gli spazi verdi, anche la nebbia, l’odore della terra afosa. L’Emilia è il mio posto.
Veniamo al titolo. In una società che vive a ritmi sempre più frenetici, abbiamo ancora il tempo di pensare?
Abbiamo sempre il tempo di pensare, perchè i pensieri sono l’unica cosa che non ci abbandona mai. Anzi, proprio perchè la vita è sempre più performante, frenetica, complessa, i pensieri sono il nostro rifugio parallelo, sono un mondo, fatto di ricordi, elaborazioni, distrazioni, fantasie. Viviamo la realtà complessa che ci circonda lasciandoci accompagnare dai pensieri che segretamente coltiviamo nella nostra interiorità. Viviamo in due mondi contemporaneamente, quello reale e tangibile, e quello interiore che è astratto, immaginifico, ma che contiene una parte importantissima di noi.
Il naufragare nei pensieri può essere pericoloso?
Il naufragare nei pensieri può essere pericoloso, certo.
Naufragare è un’esperienza innegabilmente grave. Ma crogiolarsi nei pensieri, coltivarli, alimentarli in modo sano e non morboso è un’esperienza salvifica, è un momento creativo. I pensieri sono una ricchezza, bisogna proteggerli, custodirli, talvolta esporli, senza lasciarsi risucchiare nel mondo della surrealtà, tutto proprio, quello che ci fa perdere i legami col reale.
Nel corso della presentazione si sono discussi i temi centrali dell’opera narrativa di Giuseppe Basile che efficacemente descrive l’Emilia-Romagna di oggi, “sempre più popolata da un’umanità in transito, sfuggente e ondivaga, sospesa in un pendolarismo tra luoghi e affetti, passato e presente, stili di vita e storie personali che si snodano in questa nuova strana Italia della flessibilità, ove tutto sembra normale, e in cui ti fanno credere che viaggiare per lavoro ogni giorno, trasferirsi da una città all’altra, sia un segno evoluto dei tempi, anzichè una disgrazia familiare”.
“La compagnia dei pensieri” è la fotografia di una Modena “vista dagli altri”, ha spiegato l’autore, una storia di vita emiliana, tra Modena, Bologna e i grandi spazi della pianura padana, i pioppi, il Po e i suoi colori, luoghi che fanno da sfondo al “divenire” delle umane esperienze che i nove racconti esplorano ed espongono da una visuale originale e per molti aspetti inedita.
Il libro è reperibile presso la sede di Artestampa Edizioni (Via Ciro Menotti), ed on line, attraverso il sito web dell’editrice
https://www.artestampaedizioni.it/prodotto/la-compagnia-dei-pensieri/
e on line anche sui siti
www.geophonie.it
www.amazon.it
PINHDAR. ODE ALL’ESSERE
Pinhdar
Ode all’essere.
I Pinhdar, da Milano, tornano con un nuovo album nel 2024 e rilasciano al pubblico ben tre singoli prima dell’uscita dell’album “A sparkle on the dark water”.
L’avventura degli italianissimi Pinhdar sorvola il territorio enigmatico dell’essere creando con il loro sound uno strato sottile, lucente e resistente da cui ammirare la bellezza umana e difenderla.
La musicalità di Cecilia (voce) e di Max (strumenti) confina con delicatezza verso dolore e rinascita, e il percorso diventa avvincente perché conduce con partecipazione alla rinascita, superando gli inevitabili ostacoli.
Inizierei a parlare del loro secondo singolo ( “Little Light“ ) pubblicato il 23 Febbraio del 2024, realizzato in video con un gruppo di talentuosi artisti che accompagnano il viaggiatore in un avvitamento sensuale grazie a un gruppo di danzatori. Bellissimo incontro fra la chitarra di Max e le tastiere che salgono di vigore e di passione. La voce di Cecilia, eterea e trasparente, indica ad occhi chiusi una nuova visione a cui affidarsi, ove ritrovare la giusta direzione. L’incedere della chitarra di Max avviluppata alle tastiere è davvero avvincente, ricorda da molto vicino le piano sequenze da colonna sonora.
Un gran bel brano e un gran bel video.
Il primo singolo ( “Humans” ) pubblicato il 19 Gennaio 2024, viene realizzato in video da una coppia di danzatori con l’aiuto della visual artist Telavaya Reynolds, in un bianco/nero che enfatizza il sound confidando in un passo certo e costante. Il tutto arriva in un finale struggente e di commovente nostalgia. La voce di Cecilia ancora una volta accondiscendente al ricamo sonoro di Max segue con pause e sussurri le evoluzioni delle due anime danzanti.
Con tenacia e ardore il destino sarà liberatorio. Un brano che pulsa di linfa celeste.
Il terzo singolo ( “Frozen Roses” ), del 15 Marzo 2024 diretto ed animato da Marco Molinelli, acconsente a un ritmo trip hop elegantissimo che ti abbandona a sogni di grande speranza. Le scene si avvicinano alle fotografie di Richard Tuschman, dove il solo pensarlo aiuta a visitare nei nostri ricordi i momenti più segreti. Rose ghiacciate e intimi pensieri, insieme a scoprire in chiaro la nuova direzione.
Come scrive Michael Azzerad, “ la nostra band potrebbe essere la tua vita” , si possono trovare analogie di sentimenti e di passione nella musica che per caso ascolti mentre una stazione radio la emette da un negozio di fiori. “ A sparkle on the dark water “ potrebbe essere un riflesso che proviene dalla solita fontana che si affianca durante il solito cammino pomeridiano. Quel bagliore illumina un nostro momento poco chiaro ed ecco che fermarsi per valutare dove siamo può solo far bene.
L’intero lavoro dei Pinhdar rovista nella pura essenza della vita tirandoci per la giacca ad ascoltare e a cogliere i semi della bellezza dimenticati.
Guarda i video su youtube:
Frosen Roses
Little Light
Humans
Marcello Nitti © Geophonìe
9 Aprile 2024
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