So Real (Peter Gabriel Tribute Band)

FOTOGRAFIA E ARTE. L’esatto contrario di Richter : dalla “foto-pittura” degli anni ’60  all’odierna “foto-quadro”. Nuovi linguaggi fotografici, fusioni di tecnica ed arte surrealistica

Gerard Richter, “Abstraktes Bild” (1986)

L’ESATTO CONTRARIO DI RICHTER : la sua opera pittorica, definita negli anni ’60 “foto-pittura” ,  viene oggi progettata e realizzata da artisti d’avanguardia per mezzo della sola tecnica  fotografica. La  composizione di una “foto-quadro”  rappresenta una nuova frontiera dell’arte figurativa, produttiva di un’immagine finale non più derivativa,  sviluppo di una fotografia preesistente, ma di un nuova immagine totalmente originaria, e totalmente fotografica.
Parliamo di nuovi linguaggi fotografici, fusione di profonda tecnica sperimentale e  ricerca surrealistica.

Di Gerard Richter si è sempre parlato poco nella storia dell’arte, almeno sin quando non si è scoperto che i suoi quadri, dalla seconda metà degli anni ’80 sino ad oggi, sono stati tra i  più venduti, a cifre record, nelle principali case d’asta internazionali: fece scalpore la vendita per 46 milioni di dollari della sua opera “Abstraktes Bild” (1986) venduta il 10 febbraio 2015 da Sotheby’s a Londra, come pure quella del quadro denominato “Domplatz, Mailand (Cathedral Square, Milan, 1968)”, venduto nel 2013 da Sotheby’s a New York per 37 milioni di dollari: oltre dieci volte il prezzo realizzato in asta a Londra quindici anni prima [1].

La fama di Richter è poi certamente cresciuta anche per effetto di fattori mediatici collegati a queste aste, con personaggi del jet set mondiale che talvolta balzavano alle cronache per acquisizioni ottenute a colpi di cifre stellari, come nel 2001, quando Eric Clapton decise di acquistare in asta da Sotheby’s, spendendo 3,4 milioni di dollari, tre suoi grandi lavori astratti, uno dei quali è risultato poi rivenduto nel 2022 per 36,5 milioni di dollari (questa volta a New York, da Christie’s).

Ma il grande pubblico forse ha conosciuto Richter ancor più grazie al celebre film “Opera senza autore” del 2018, candidato a due premi Oscar 2019, che raccontando tre epoche della storia tedesca attraverso la vita tormentata di un artista, in realtà si ispirava liberamente proprio alla vita e all’opera di Richter, sebbene nel film questo non venisse chiaramente esplicitato.

Gerard Richter, “Domplatz, Mailand (Cathedral Square, Milan, 1968)”

Un grandioso innovatore, Gerard Richter, della pittura e dello stesso concetto di immagine: del film resta impressa la scena iconica in cui il protagonista  prende vecchie foto in bianco e nero e ritagli di giornale, con essi realizza un collage e lo proietta su una grande tela: l’immagine fotografica diffusa dal proiettore diviene la base su cui l’artista realizza il dipinto, con un effetto “flou” (sfocato), ottenuto passando delicatamente un pennello asciutto o una spatola sul colore ancora fresco. E’ una tecnica  produttiva di una sorta di distacco che mette in dubbio la pretesa di verità, sia della fotografia, sia della pittura. Il risultato pittorico è un prodotto evocativo di una verità reale, ma trasfigurata nel ricordo o nella suggestione emotiva che produce.

Nel film viene narrato che alle prime mostre pubbliche i dipinti venivano  artisticamente riconosciuti  e apprezzati, ma al tempo stesso fraintesi, a causa delle affermazioni protettive del suo autore (che nell’opera cinematografica assume il nome di Kurt Barnert) secondo cui le immagini non avevano nulla a che fare con la propria vita, ma semplicemente riproducevano meccanicamente le fotografie sottostanti, o talvolta andavano solo intese come omaggio ad altri artisti. Egli veniva riconosciuto come artista innovativo e originale, ma il suo lavoro veniva  descritto come un’opera senza un autore, ovvero come un’opera così difficile da ricollegare al proprio artefice da impedire di  assegnare ad essa una “paternità” in senso convenzionale.

Gerard Richter, Onkel Rudi (Zio Rudi), 1965

L’opera vive di sé stessa, ma a Kurt questo non importa: ha imparato a fidarsi del potere dell’arte onesta, sa che i giornalisti e il pubblico comprenderanno il suo lavoro istintivamente, inconsapevolmente, così come lo ha compreso egli stesso, elaborando le sue opere altrettanto inconsapevolmente e istintivamente sino a contribuire alla creazione, ad un livello diverso, di un’opera senza autore.

LA FOTOGRAFIA NELL’ARTE DI GERARD RICHTER.

Gerard Richter, Ema (1966).

La traiettoria artistica di Gerard Richter prende così l’avvio attraverso questa valorizzazione inedita della fotografia, utilizzata come base del dipinto e fonte di sviluppo generativo di una nuova, autonoma immagine: oggi tale tecnica sperimentale sviluppata negli anni ’60  viene comunemente denominata fotopittura, “Photo-paintings” e nella storia dell’arte rappresenta uno dei  momenti in cui la fotografia fa registrare il proprio accesso ufficiale nel mondo dell’arte pittorica, divenendone una sua possibile componente.
Il quadro pittorico è composto dalla mente creativa dell’autore, dai suoi strumenti, dai pennelli, dai colori, dai materiali, ed anche, in questi casi, dalla fotografia.

“Richter ha intuito che il mondo stava per essere travolto dalle immagini.” –  scrive il noto critico d’arte contemporanea Francesco Bonami [2] – “Ha capito che tutto quello che ci circonda sarebbe diventato parte di un’altra realtà parallela, il mondo delle immagini e delle fotografie. Così, con la sua pittura, ha deciso di creare un terzo universo, di immagini e di realtà. I quadri astratti non sono una contraddizione ma l’origine e il destino di ogni immagine. Prima della realtà c’è l’astrazione: se pensiamo al mondo prima del mondo, in mente non ci vengono immagini ma un qualcosa di astratto. Il destino delle immagini, una volta dimenticate, è però ancora quello di ritornare nel nulla astratto da cui provengono. I quadri figurativi con soggetto fotografico rappresentano quindi un passaggio da un’astrazione a un’altra, sono, usando una parola grossa, la rappresentazione della vita dell’essere umano, che viene da un nulla e finisce in un nulla, almeno secondo quanto attestato dalla scienza” .

Marcello NItti, Midnight Sun

La proliferazione sconfinata di immagini, infatti, costituisce ormai un nuovo universo a sé stante: le tecnologie di cui disponiamo consentono di immaginare, elaborare, e quindi realizzare immagini che appartengono al “mondo prima del mondo”, al mondo contemporaneo (in forma realistica o surrealistica), o al mondo di domani, quando esse si dissolveranno in un casuale magma indistinto.

L’intelligenza artificiale ha prodotto il definitivo straripamento della creatività, e se vi è ancora il tempo della cognizione umana a concederci una capacità di distinzione tra creatività volontaria e involontaria, oltre questo tempo non potrà che sopravvivere un’immagine muta e sola, privata del suo senso e valore, di ogni suo significato, perché non più connessa al suo autore, o a qualsiasi suo fruitore.

Un’infinità di immagini vaga in un universo visivo incommensurabile: è solo la nostra conoscenza, la nostra consapevolezza, la nostra memoria, la nostra cultura etica, estetica, spirituale, ad decretare  senso e  valore alle immagini che circondano la nostra esperienza di vita. Ed il senso, il valore che assegniamo, o crediamo di rinvenire in esse, proviene solo da noi, non dalle immagini: dal nostro vissuto, non da quello del suo artefice-autore.

L’intelligenza artificiale è già troppo avanti in quest’opera di decostruzione e produzione delle immagini. Richter invece apparteneva  ancora  ad un’era culturale e tecnica che lo manteneva al centro della creazione: l’artista aveva ancora una velleità, di questo processo voleva ancora esser parte attiva, voleva ad esso contribuire, mettere la propria idea e tecnica artistica al servizio della vita autonoma di una data immagine.

C’è chi questa velleità insegue e ancora coltiva : lasciare che sia un computer ad elaborare immagini casuali estromette totalmente la nostra creatività, il computer utilizza solo la propria, senza alcun bisogno di interventi alieni, e con essa realizza il proprio prodotto.  Ma contribuire alla creatività artificiale con un proprio apporto, umano, conduce a realizzare un altro prodotto, portatore di un’essenza intelligente capace di orientare la macchina e indirizzarla verso un’elaborazione che essa, senza la nostra intrusione, non avrebbe espresso allo stesso modo.

Richter non era arrivato a questo: egli prendeva immagini già esistenti, realizzate con una macchina fotografica, e le trasformava in quadri pittorici.
Oggi è possibile utilizzare immagini di tipo pittorico originarie, realizzate con il solo strumento fotografico.
Dalla “fotopittura”  alla  “fotoquadro” : artisti sperimentali oggi provano a realizzare un quadro costruendo una fotografia che facilmente possa essere  scambiata per un’opera pittorica, o ritenuta una fotografia che è stata scattata su un soggetto pittorico.

Marcello Nitti, Senso d’estate.

“E’ un quadro ? O hai fotografato un quadro ?”

L’immagine che la macchina fotografica recepisce, è il frutto di una sua disposizione meccanica: il suo è un “occhio”,  che “vede” diversamente ciò che noi elaboriamo con la nostra umana realtà visiva, con le caratteristiche ed i limiti del nostro occhio biologico.
La macchina vede un’altra realtà, anzi, può vedere, in base alle diverse impostazioni tecniche date, tante realtà, o tante versioni di una stessa realtà: carattere, questo, che dimostra la sconfinata grandezza delle sue risorse.

E’ partendo da questa consapevolezza che oggi, alcuni artisti, anziché affidarsi ad immagini preesistenti da riversare nella composizione di un quadro, perseguono la strada innovativa di “interrogare la macchina fotografica”, di analizzare ciò che in una data situazione tecnica la macchina “vede”. Non è l’occhio umano la base di partenza, non è l’occhio che aveva realizzato la fotografia base del quadro pittorico a lavorare sul nuovo progetto: la base di partenza è la realtà vista da un altro strumento, il meraviglioso obiettivo della macchina fotografica, quello che possiamo orientare alla ricerca di una sua visione, o di una nostra visione, o di una commistione fra entrambe, per giungere a un prodotto che esprima una nostra originaria fantasia creativa: parliamo, dunque,  di nuovi linguaggi fotografici figurativi, fusioni di tecnica e visione surrealistica.

Marcello Nitti, Vertigo.

 

 

“L’intelligenza artificiale ha generato artisti artificiali creativi capaci di produrre immagini tecniche basate su algoritmi. Il mio è un lavoro umano: porto la mia fotocamera – strumento meccanico privo di intelligenza – a realizzare immagini che io stesso concepisco con precisione attraverso la mia immaginazione, senza alcuna casualità e in un unico scatto” – dice Marcello Nitti, nella presentazione dei suoi lavori fotografici.
“L’arte casuale può esistere, ma la mia immaginazione non è frutto del caso. Cerco una prospettiva diversa, che i miei occhi biologici e liquidi non sono naturalmente predisposti a cogliere: è una ricerca che affido a un occhio meccanico, l’obiettivo, infinitamente più potente del mio occhio biologico, ma che io guido con tecnica rigorosa e con il pensiero. L’obiettivo della fotocamera vede un altro universo – pur sempre una realtà, un’altra realtà – ciò che io non riesco a vedere” .

 

Marcello Nitti, Charade.

 

 

La ricerca sperimentale di Marcello Nitti, fotografo fondatore di Geophonìe, da tempo è disponibile in visione nel nostro sito:

https://geophonie.it/categoria/foto-di-marcello-nitti/non-cognitive-abstractism/
https://geophonie.it/categoria/foto-di-marcello-nitti/romantic-sense/

La quantità, la qualità e l’intensità raggiunta in questi anni, però,  richiedono ormai la realizzazione di ampi e completi cataloghi espositivi, senza i quali questo patrimonio di studio e ricerca rischierebbe di perdersi nel magma visivo e mediatico della nostra schizofrenica civiltà comunicativa.

Il lavoro di realizzazione dei cataloghi è un work in progress già in costruzione: la nostra Associazione ne curerà il progetto editoriale sino alla pubblicazione, e forse quest’opera documentaristica e divulgativa costituirà una nostra nuova emozionante ‘distant victory’.

28/09/2026
Giuseppe Basile © Geophonìe
diritti riservati

 

 

[1] https://artslife.com/2023/02/28/top-price-le-10-opere-piu-costose-di-gerhard-richter-in-asta/
[2] nel suo libro “Lo potevo fare anch’io. Perché l’arte contemporanea è davvero arte” (Mondadori, 2007, ISBN 978-88-04-67934-9).

 

FOTOGRAFIA E ARTE Storie di luce, sperimentazioni e nuove emozioni.

Velvet Underground – (Marcello Nitti © Geophonìe)

Gli schemi e i confini tra le infinite forme di espressione artistica umana, e anche non umana, sono svaniti da tempo: lo sappiamo bene, tutto è commistione, tutto è osmosi. Il magma della creatività si alimenta senza limiti, oltre le categorie, le classificazioni, oltre ogni immaginazione: “così tutto si complica” , spesso si sente dire, ma le complicazioni sono il prezzo della libertà.

Da tempo, ormai non c’è  regola, né autorità. Qualsiasi forma espressiva può incamminarsi su una propria strada, totalmente individuale, o collettiva, e può giungere a lambire, contaminare, occupare l’universo emotivo, inconscio o razionale, di qualsiasi potenziale fruitore.
Arte inconcepibile, arte involontaria, arte non-arte: sono svariati decenni, forse già sin dal primo ‘900, che assistiamo ad una trasformazione ed espansione totale del concetto di arte.

 

Più stabile, invece, è il concetto di tecnica.
Quando la fotografia fece il suo prepotente ingresso nella storia della civiltà, il mondo dell’arte pittorica ne venne devastato, rapidamente dovette cercare nuovi percorsi espressivi per la propria sopravvivenza. Il quadro-ritratto, realistico, non serviva più.
La fotografia era ormai la migliore rappresentazione della realtà, la più immediata, la più rapida, la più vera.
La pittura di Rembrandt, lo studio degli sguardi dei suoi soggetti, le ambientazioni straordinarie di Caravaggio con le sue oscurità, le sue luci misteriose e mistiche, erano ormai “storia dell’arte”, ovvero  “storia” di qualcosa appartenuto al passato.
La fotografia stava al quadro come l’automobile stava alle antiche carrozze.

 

https://petecoles.me/2013/06/26/vivian-maier/

https://www.sicilianpost.it/il-mistero-di-vivian-maier-bambinaia-con-la-passione-per-le-foto-rimasta-nella-storia/

© Estate of Vivian Maier, Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

 

 

 

 

 

 

 

 

Vivian Maier, (New York, 01/02/1926 – Chicago, 21/04/2009)

 

 

 

In questi anni è venuta alla luce la sconfinata e strabiliante opera fotografica di Vivian Maier, una badante degli anni ’20 che negli Stati Uniti, forse inconsapevolmente, definì in modo pionieristico il concetto di street art, e che oggi costituisce un esempio davvero fulgido della foto-ritratto che si pone quale nuova modalità descrittiva di un volto, di un’espressione, di uno sguardo, di una condizione.

La pittura, frattanto, volgeva rapidamente verso l’impressionismo, verso l’astrattismo, le rappresentazioni iniziarono a ricercare altre dimensioni, visionarie, esistenziali, concettuali, metaforiche, evocative, capaci di illustrare diversamente una realtà, o di tradurre in immagine un pensiero, una mera fantasia, o qualsiasi cosa fosse differente dal reale, dalla fedele ritrattistica, dal puro paesaggismo.

E anche la fotografia, parallelamente, cercava il superamento di quella che era stata la sua prima e più naturale strada, ovvero la ricerca e rappresentazione della verità: era, questo, un obiettivo troppo ridotto, troppo ristretto, per uno strumento tecnico dotato di una potenzialità sconfinata, molto più vasta della stessa fantasia e creatività umana.
La macchina fotografica poteva vedere ciò che all’occhio umano era precluso, poteva spingersi oltre le colonne d’Ercole della nostra immaginazione, poteva creare e conferire forma all’inesistente, munirlo di vita, anima, modellarne una propria essenza, una densità, poteva trasformare l’idea in sostanza, trasfusa sul negativo e sulla carta fotografica.

I capolavori di Monet, con i suoi enormi stagni, facevano pensare a fotografie mosse, non messe a fuoco, talvolta avvolte da una luce torbida, come quella che illumina certi nostri ricordi;
Quelli di Toulouse-Lautrec richiamavano suggestioni dell’arte fumettistica;
Quelli di Magritte apparivano contaminazioni e derivazioni dell’arte grafica con cui  il mondo dell’immagine si stava aprendo alla pubblicità;
Queste, e tante altre, erano le strade verso cui l’arte pittorica figurativa si indirizzava, alla ricerca di nuove ispirazioni.

Claude Monet (1840-1926) Ninfee, 1916-1919 circa Olio su tela, 150×197 cm, Parigi, Musée Marmottan Monet, © Musée Marmottan Monet, Paris

Henri de Toulouse-Lautrec, olio su tela (115×150 cm) Museum of Art, Filadelfia ©

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Magritte, in particolare, rappresentava un’immagine visionaria ma al tempo stesso razionale, mescolando oggetti e concetti in un’ambientazione surreale, ma evocativa di qualcosa che conduceva a un senso, a un’idea. Un lavoro profondamente “grafico”, che il disegnatore pubblicitario conduce verso una forma inedita di arte comunicativa.

René Magritte, Effetti personali, 1952, olio su tela, 80,01×100,01, San Francisco, Museum of Modern Art

Renè Mgritte, Golconda

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA FOTOGRAFIA NELL’OPERA PITTORICA DI HOPPER.
I quadri di Hopper furono tra i primi a realizzare una trasposizione in forma pittorica di una fotografia: la pittura di Hopper, infatti, è un esperimento in cui si assiste a un processo creativo inverso, che si capovolge: non è più la fotografia a rubare la scena all’arte pittorica, spodestandola dalla propria tradizionale e secolare funzione descrittiva, illustrativa della realtà, ma è la pittura a richiamarsi a un prodotto fotografico, con l’intento di elaborarlo in una propria originale reinterpretazione, “artistica”, oltre la verità.

 

Edward Hopper (1882-1967), Nighthawks, 1942, Copyright The Art Institute of Chicago IL USA/Friends of American Art Collection/Bridgeman Images

 

Edward Hopper, “Cape Cod Morning” (particolare), 1950, Smithsonian American Art Museum

 

Edward Hopper, Mezzogiorno (High noon) – 1949

Edward Hopper, Gas, 1940, © Museum of Modern Art, New York

 

 

 

 

 

 

 

 

La fotografia-verità, che aveva soppiantato il ritratto figurativo-verità, diventava materia di produzione di una nuova arte pittorica espressa per elevare la fotografia ad oggetto d’arte, a materia d’arte,  liberandola dalla propria funzionalità originaria di manufatto cronachistico.
Arte pittorica e fotografia, dunque, hanno compiuto, e continuamente compiono, ciascuna il proprio viaggio verso sempre nuove commistioni e contaminazioni: il ‘900, il secolo della fotografia, è stato il tempo che ha prodotto il  vero big bang dell’immagine, quello i cui effetti stiamo vivendo tuttora.

LA FOTOGRAFIA COLLAGE DI RICHARD TUSCHMAN.

La fotografia di Richard Tuschmann, artista newyorkese tuttora in attività, costituisce certamente uno dei più straordinari esempi di nuove commistioni, con un lavoro che ancora una volta ribalta il rapporto tra pittura e  fotografia.
L’idea che questo straordinario artista sviluppa, a ben vedere è tanto scontata, quanto grandiosa: la sua fotografia è uguale al fermo immagine di un film d’epoca, nel quale la scena è costruita appositamente su un set : Tuschmann crea il modello di una stanza, una riproduzione in miniatura di un luogo, come la stanza di una casa di bambole:  costruisce la scena esattamente come si farebbe per riprodurre l’ambientazione necessaria in una rappresentazione cinematografica, e al suo interno, poi, vi inserisce immagini di modelli, precedentemente fotografati su un fondale neutro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si tratta di un collage digitale, di estrema complessità, che sviluppa uno stile composito, tra fotografia, pittura e assemblaggio. Il prodotto finale è un totale “falso”, come lo è il cinema, del resto: ma così come accade nell’opera cinematografica, anche le immagini di Tuschmann, minuziosamente strutturate, trasmettono il senso artistico della narrazione che l’autore si prefigge: le sue fotografie comunicano le complessità e le sfumature emotive delle relazioni umane, le malinconie, le solitudini e le precarietà che trapelano all’ombra di una vita incerta.

La serie fotografica intitolata Once upon a time in Kaximierz ricostruisce e  descrive la vita di una famiglia ebrea in una casa di Cracovia negli anni ‘30, nel quartiere di Kazimiers. Le fotografie ritraggono la quotidianità, momenti ordinari di vita domestica in una strana atmosfera di tensione e di attesa, forse all’ombra dell’Olocausto che incombe.

La fotografia diviene quadro, diviene cinema: fotografia fiction, ma che in qualche modo si ricollega, in modo evocativo, ad una fotografia-verità: quella che sarebbe stata scattata (o forse, è stata davvero scattata, chissà) negli anni ’30 in un interno domestico.

 

https://thewisdomdaily.com/richard-tuschman-town/

https://bugnoartgallery.com/it/richard-tuschman/

Si tratta di un lavoro fondato su un enorme approccio di tipo tecnico: l’arte fotografica, infatti, presso moltissimi autori, accade possa fiorire anche da un approccio iniziale puramente tecnico. La tecnica può produrre arte: l’esplorazione delle infinite potenzialità della macchina fotografica lo dimostra continuamente.

Marcello Nitti, Bodies, © Geophonìe

LA FOTOGRAFIA DI MARCELLO NITTI

Da questa consapevolezza ha preso avvio anche il lavoro di ricerca di Marcello Nitti, fotografo sperimentale, che ha in tutta la vita ricercato una visione autonoma della macchina fotografica,  orientata dalla scelta tecnica umana, ma produttiva di un risultato proprio, non totalmente preventivabile dalle opzioni dell’operatore-artefice. La macchina fotografica in determinate condizioni di tempo e di luce, vede ciò che il nostro occhio non può vedere.
Questa curiosità sperimentale ha aperto a Marcello Nitti un intero mondo visivo che lo ha condotto verso un’altra dimensione della fotografia: quello dell’astrattismo non riconducibile.

Il passo successivo è stato quello di governare il mezzo meccanico per condurlo verso obiettivi e stili definiti: la sfida è stata quella di realizzare, con la macchina fotografica, con un solo scatto, senza post produzioni e alterazioni, immagini equiparabili a quelle prodotte dal mondo pittorico tradizionale e non tradizionale. Anche la macchina fotografica può essere in grado di “dipingere un quadro”, e le fotografie della serie romantica sono tecnicamente (e artisticamente) talmente intense da essere scambiate per “fotografie che ritraggono un quadro”.

L’occhio meccanico della macchina fotografica elabora la scena in modo diverso dall’elaborazione che compie occhio umano.
E del resto, qual è la realtà oggettiva?
Esiste una realtà oggettiva unanimamente uguale per tutti gli esseri viventi ?
L’universo è buio, siamo noi ad elaborare le onde elettromagnetiche interpretandole come segnali visivi, come luce e colore:  è una nostra modalità percettiva, frutto della nostra struttura cerebrale e oculare. Ogni essere vivente ne ha una propria.

Marcello Nitti, Il destino del Sole © Geophonìe

La macchina fotografica ne ha un’altra ancora, o forse, mille altre:  può sporgersi oltre la nostra realtà visiva, affacciarsi sul regno di onde e particelle senza colore né suono, condurci verso l’universo che non conosciamo. Al di fuori della nostra mente, tutto è buio. Non c’è alcuna luce, le stelle non brillano, il Sole non è luminoso, la Luna non riflette i suoi raggi, le galassie non sono scintillanti.

La macchina fotografica può mostrarci una realtà invisibile. Ma può anche trasfigurare la nostra realtà, quella visibile, riproducendo in forma artistica, come farebbe un pittore romantico, ciò che meccanicamente “vede”.
La sfida tecnica si apre all’avventura artistica.
E’ stato questo, sinora, l’intento di Marcello Nitti nella sua ininterrotta ricerca fotografica.

(12.07.2026, © Geophonìe)

 

 

 

BRUCE GEDULDIG

In viaggio con Bruce.

Bruce Geduldig © Photo Jan De Block

La distanza non fa la differenza, il percorso invece attrae e incanta gli occhi del bambino.
Quanto può essere immortale il tempo? L’arte prova ad essere immortale nel tempo, e in questo luogo ricolmo di bollente sostanza il cammino si fa esplorazione.

E’ sempre l’incanto che conduce la danza e ben si abbinava a Bruce Geduldig, che magistralmente creava sogni da luci intramontabili.
Nell’angolo dell’attesa accade ciò che può scuotere un’anima in costante ricerca di appagamento.

“Mamma, quando sarò grande potrò diventare una tigre?”  Un interrogativo da persona del 2356, mentre risolve la propria esistenza con una trasformazione in altro: invece è di un bambino, che ha già capito dove porta la direzione intrapresa.
Bruce Geduldig, americano, viso da ritratto marmoreo e sguardo sottile come una piuma, riusciva a dar vita e sostegno al grande mistero, quel mistero che inseguiamo con la speranza di riuscire a viverlo.


L’emozione!
Bruce Geduldig incontra in California degli amici con i quali può realizzare e rappresentare le sue migliori attitudini. Incontra i Tuxedomoon, band della Bay Area, San Francisco per intenderci, dove i primi germogli fiorirono nel 1977 per giungere poi al 1979, quando finalmente loro si uniscono con Bruce per diventare la formazione più completa e più vicina a una creatura definitiva.

Bruce da visionario, e da vedente in formato collage, assembla in immagini delle scene perfette con l’aiuto di torce, lampade, video, griglie e fondali dove impressionare le sue verità, con una maestria senza pause a incorniciare in concerto la musica dei Tuxedomoon.
Il tutto prende forma e gli anni ’80 divengono per i Tuxedomoon la consacrazione di una band che raggiunge emotivamente un pubblico fra sogno e poesia.

Artista silenzioso e gentile, dava luce e corpo alle emozioni più profonde che la musica dei Tuxedomoon maturava passo dopo passo. Il suo lavoro era ginnico e sinuoso, ondeggiava e arpeggiava dietro i musicisti per creare sulla bianca tela dello schermo le sue opinioni visive di immagini e sequenze.
Il contributo di Bruce Geduldig era proiezione in nuovi luoghi da ammirare che io definirei opere in movimento.

Per Bruce il movimento era naturale, come se un’idea avesse una sua naturale elasticità per raggiungere orizzonti diversi ove contemplare l’incontro con i nostri desideri.

 

Bruce ci ha lasciati nel Marzo del 2016 nella sua California, e sempre presenti sono per noi i ricordi delle sue danze di luce, che in quei momenti, trasportavano lontano i nostri pensieri bisognosi di energia.

Marcello Nitti
© Geophonìe

LA COMPAGNIA DEI PENSIERI (Giuseppe Basile, Artestampa Ed., 2024)

E’ stato finalmente pubblicato il romanzo di Giuseppe Basile, fondatore della nostra associazione Geophonìe, redattore e autore: s’intitola “La compagnia dei pensieri”, suo esordio nella pura narrativa.

“E’ giunto il momento di annunciarlo” –  ha scritto su Facebook :  “dopo tanti ripensamenti, attese, correzioni, letture e riletture, è stato pubblicato da Artestampa Edizioni di Modena, romanzo in nove racconti. I due saggi di critica musicale da me pubblicati (nel 2007 e nel 2016) mi avevano distolto e allontanato dalla scrittura di queste storie a cui già mi dedicavo anni prima, tralasciate e riprese più volte, ma che mi erano sempre rimaste in mente. E alla fine, il loro tempo è arrivato”.

Artestampa lo ha presentato mercoledì 3 luglio alle ore 18.30 a Modena, nel teatro retrostante il cortile del Tempio, in Viale Dei Caduti In Guerra.
“La Compagnia Dei Pensieri è una storia di storie che in questi anni si sono tra loro intrecciate e confuse, storie comuni e speciali di vita emiliana, di luoghi mutevoli, e di persone in transito” – ha spiegato Giuseppe.
La presentazione, condotta da Serena Arbizzi, nota giornalista della Gazzetta di Reggio, ha fatto registrare un notevole afflusso di pubblico.
Nella stessa giornata il giornalista Francesco Natale del quotidiano Notizie di Carpi (https://www.notiziecarpi.it/2024/07/02/intervista-giuseppe-basile/), visti i contenuti e l’ambientazione del romanzo,  ha voluto dedicarvi un approfondimento con una breve intervista all’autore.  “Il romanzo esplora il tema dello smarrimento e della ricerca di un equilibrio tra passato e futuro: il volume offre una prospettiva affascinante sulla complessità dell’esistenza umana e sulle sfumature dell’identità” – scrive Francesco Natale.

Serena Arbizzi e Giuseppe Basile, 03.07.2024, Modena, Teatro Tempio

 

Il protagonista de “La compagnia dei pensieri” è Arturo, un avvocato, proprio come te. Perché hai voluto che il protagonista svolgesse la tua stessa professione? 

Perché il libro è composto da nove racconti, alcuni dei quali sono in parte autobiografici. Sapevo che questa scelta mi avrebbe “esposto”, ma in fondo quando si decide di scrivere un libro di narrativa è normale che chi conosce l’autore riesca a cogliere riferimenti legati alla sua vita, al suo contesto e alle sue esperienze. Non è un problema, è un effetto limitato che il libro produce nella cerchia dei conoscenti, ma il lettore anonimo e disinteressato ai tratti più personali dell’autore non subisce questo condizionamento nell’interpretazione dei fatti, mancandogli una conoscenza pregressa con il soggetto narrante. Ciò che conta, secondo me, è che il lettore possa riconoscersi, ritrovarsi nei contenuti che l’autore vorrebbe trasmettere.

 

Anche lo sfondo è un posto a te noto: Modena…

Il libro è ambientato a Modena, ma anche molto a Bologna, è un libro descrittivo di atmosfere emiliane, di stili di vita e rapporti umani che caratterizzano questi luoghi in cui vivo dal 1986. Sono profondamente legato a questo territorio, me ne innamorai perdutamente quando ero a Bologna all’università negli anni 80, furono anni di formazione per me che hanno inciso in modo determinante sulle mie scelte di vita, e direi proprio sul mio essere, sulla mia essenza di persona. Adoro i pioppi, i silenzi padani, gli spazi verdi, anche la nebbia, l’odore della terra afosa. L’Emilia è il mio posto.

Veniamo al titolo. In una società che vive a ritmi sempre più frenetici, abbiamo ancora il tempo di pensare?

Abbiamo sempre il tempo di pensare, perchè i pensieri sono l’unica cosa che non ci abbandona mai. Anzi, proprio perchè la vita è sempre più performante, frenetica, complessa, i pensieri sono il nostro rifugio parallelo, sono un mondo, fatto di ricordi, elaborazioni, distrazioni, fantasie. Viviamo la realtà complessa che ci circonda lasciandoci accompagnare dai pensieri che segretamente coltiviamo nella nostra interiorità. Viviamo in due mondi contemporaneamente, quello reale e tangibile, e quello interiore che è astratto, immaginifico, ma che contiene una parte importantissima di noi.

 

Il naufragare nei pensieri può essere pericoloso?

Il naufragare nei pensieri può essere pericoloso, certo.
Naufragare è un’esperienza innegabilmente grave. Ma crogiolarsi nei pensieri, coltivarli, alimentarli in modo sano e non morboso è un’esperienza salvifica, è un momento creativo. I pensieri sono una ricchezza, bisogna proteggerli, custodirli, talvolta esporli, senza lasciarsi risucchiare nel mondo della surrealtà, tutto proprio, quello che ci fa perdere i legami col reale.

Nel corso della presentazione si sono discussi i temi centrali dell’opera narrativa di Giuseppe Basile che efficacemente descrive l’Emilia-Romagna di oggi, “sempre più popolata da un’umanità in transito, sfuggente e ondivaga, sospesa in un pendolarismo tra luoghi e affetti, passato e presente, stili di vita e storie personali che si snodano in questa nuova strana Italia della flessibilità, ove tutto sembra normale, e in cui ti fanno credere che viaggiare per lavoro ogni giorno, trasferirsi da una città all’altra, sia un segno evoluto dei tempi, anzichè una disgrazia familiare”.

“La compagnia dei pensieri” è la fotografia di una Modena “vista dagli altri”, ha spiegato l’autore, una storia di vita emiliana, tra Modena, Bologna e i grandi spazi della pianura padana, i pioppi, il Po e i suoi colori, luoghi che fanno da sfondo al “divenire” delle umane esperienze che i nove racconti esplorano ed espongono da una visuale originale e per molti aspetti inedita.

Il libro è reperibile presso la sede di Artestampa Edizioni (Via Ciro Menotti), ed on line, attraverso il sito web dell’editrice
https://www.artestampaedizioni.it/prodotto/la-compagnia-dei-pensieri/
e on line anche sui siti
www.geophonie.it
www.amazon.it