Reduci pop

Le culture e i linguaggi del rock sono ormai un segno del secolo scorso. Nella nuova società globalizzata la rockstar non è più un modello sociale. E mentre la comunicazione collettiva percorre sempre nuove rotte telematiche, la civiltà della musica popolare, a quarant’anni dal Festival di Woodstock, finisce su History Channel.


Come le auto d’epoca. Come gli antichi dialetti. Un documentario a puntate sulla storia del rock fa il suo ingresso sul canale tematico di SKY, mescolandosi fra gli speciali dedicati alle rivoluzioni industriali, alle guerre mondiali, al boom economico del dopoguerra e ai segreti di Stalin, di Hitler, del Terzo Reich: tra l’Italia dei comuni e dei campanili, dei dialetti e dei conflitti Stato-Chiesa, tra le storie dei veneti e dei calabresi emigrati in Sud America, gli attentati ai Kennedy e a Fidel, tra le cospirazioni di Pinochet e i diari segreti del Duce. Improvvisamente, nella giungla mediatica a colpi di spot, si fa largo un titolo: “Le sette vite del rock. Terza puntata. Il punk, i Clash e i Sex Pistols. Domani sera, ore 23, su History Channel”.

La Cineteca Lumiere di Bologna, Sede del Biografilm Festival 2009

Le celebrazioni, pur fondandosi sullo stesso concetto (quello della rievocazione di un passato che non c’è più), a ben vedere appaiono meno ‘dolorose’ di un messaggio come quello che inevitabilmente si riceve da un passaggio su History Channel: inequivocabile, senza appello: come quando ti arriva per posta dal comune di residenza la Carta d’Argento gratuita, o la tessera per il cinema con lo sconto per gli anziani.

Il quarantennale del Festival di Woodstock, ad esempio, pur con tutto il suo bagaglio di cimeli d’archivio (e di autentica “archeologia”), forse per una strategia di marketing riesce ancora ad apparire come una dolce prosecuzione di certi tempi e atmosfere. Ma History Channel no: se qualcosa passa da lì significa che appartiene definitivamente a un passato che può rivivere solo nei documentari. E’ qualcosa ormai distante anni luce da noi e dal nostro “reale” presente.
Il “presente”, infatti, può anche essere vissuto in modo “irreale” : e solo così, del resto, può coltivarsi ancora l’illusione di un’affinità con mondi e linguaggi ormai estinti.

Per rendersi conto di quanto incolmabili siano, ormai, certe distanze, basta riguardare qualche sequenza del celebre film “Woodstock. Tre giorni di pace, amore e musica” del regista Michael Wadleigh (Warner, 1970), opera che illustra il raduno musicale più famoso di tutti i tempi con grande fedeltà e capacità documentaristica.
Mentre la versione originaria del film è ormai disponibile gratuitamente (sul Canale di film della Warner, visibile tramite Fastweb), una nuova edizione è stata recentemente pubblicata in due versioni nel giugno 2009 (in concomitanza con le celebrazioni del quarantennale): la più ricca è: “Woodstock: 3 Days Of Peace And Music, 40th Anniversart Ultimate Collector’s Edition” e contiene la versione rimasterizzata del film (4 DVD, per oltre 4 ore, oltre a 2 ore di performance inedite da parte di 13 gruppi, tra cui Joan Baez, Country Joe McDonald, Santana, The Who, Jefferson Airplane, Canned Heat, Joe Cocker, nonchè filmati inediti di Paul Butterfield, Creedence Clearwater Revival, Grateful Dead, Jhonny Winter e Mountain), interviste, booklet e memorabilia; l’altra versione, più comune, è un doppio DVD.

Michael Wadleigh e Artie Kornfeld al Biografilm Festival di Bologna (14.06.2009)


Una prima versione rimasterizzata, tuttavia, era già stata pubblicata nel corso degli anni ‘90 col titolo “Director’s Cut” (ed è stata distribuita dal periodico L’Espresso, sempre in giugno). Il documentario, che all’epoca fu premiato con l’Oscar, cattura e ritrae lo spirito del tempo: le performance degli artisti sono intervallate da lunghe scene descrittive dell’evento e da interviste significative.

Una visione istruttiva. Ciò che si coglie particolarmente è l’ingenuità e la pacatezza di quel popolo hippie, la sua filosofia già abbastanza lucida e consolidata, ben chiara nelle parole dei ragazzi intervistati, ma al tempo stesso il clima di “lentezza” che aleggiava sul meeting, sui giovani e sull’evento complessivo.
Stupisce, addirittura, l’assenza di ostentazione volta a professare uno stile di vita, a propagandarlo con gesti di rapido effetto. Mentre sul palco si alternavano artisti diversissimi fra loro, espressione di generi musicali persino opposti, questa folla immensa era lì, pronta ad assorbire un messaggio complessivo che di tutte quelle diversità artistiche doveva costituire il prodotto: quei ragazzi, nel film, anziché accelerare l’evoluzione e il tempo, sembravano quasi volerlo fermare, goderselo in modo statico, anche se le loro affermazioni in realtà risultavano tutt’altro che statiche per gli assetti sociali e culturali dell’epoca.
Parlavano di grandi temi esistenziali e sociali ma senza minimamente infervorarsi per questo. Il film ha immortalato una folla dolcemente anestetizzata, stranamente felice, priva di quella tensione tipica di chi consapevolmente si oppone al mondo e alle sue regole, con ciò sapendo di esporsi a forme persecutorie di emarginazione ed esclusione sociale.
Country Joe McDonald deve addirittura sollecitare una loro reazione collettiva mentre intona il suo inno antimilitarista “I feel like I’m fixing to die rag” che invece il pubblico ascolta restando seduto, canticchiando il ritornello in un clima di estatica serenità. Tutti lì, per terra, appoggiati l’uno all’altro come degli innamorati, i giovani accompagnano Country Joe come se stessero intonando strofe di una canzoncina romantica.
“Ma se non siete nemmeno in grado di cantare in coro il ritornello di questo pezzo, come pensate di poter fermare la guerra in Vietnam?”
, chiede dal palco Country Joe, incitandoli.
Sul Festival aleggia una lenta atmosfera che rivela un’autentica armonia spirituale, di quelle talmente benefiche che non si sente neppure il bisogno di esternare con particolari opere o azioni.

Una visione istruttiva, ripeto. Una di quelle pellicole che ti costringono a fare un po’ di “outing” e a cercare di davvero, al di là della retorica e delle facili suggestioni, la tua identità e la reale adesione ideologica, culturale, comportamentale a certe forme espressive.
Durante le mie ripetute visioni del film mi sono sempre chiesto se mai sarei riuscito, trovandomi lì, a integrarmi con quella tribù naturale.
Mi sarei davvero seduto in mezzo al fango a scambiare cibo con sconosciuti igienicamente pericolosi, a baciarmi con ragazze trascurate, a fumare spinelli preparati da mani luride?
Sarei riuscito a resistere per tre giorni in quelle latrine comuni?
Avrei fatto davvero la fila, con gioia e spirito collaborativo, per una scodella di riso bianco ?

In quella folla sterminata, messa a dura prova dal vento e dalla pioggia, penso che avrei desiderato ardentemente uno spazzolino da denti, una camicia asciutta, un bagno decente. Forse mi sarei persino avvilito per qualcuna di quelle performance, talvolta trascurabili e dilatate per colmare le difficoltà organizzative dettate dal difficile avvicendamento sul palco dei tanti gruppi e artisti.
Attraverso quel film ho sempre notato, insomma, una differenza culturale incolmabile tra quei giovani americani e noi. La loro rivoluzione appare quasi “involontaria” per quanto è spontanea. Anche se i contenuti vengono espressi e rimarcati chiaramente sul piano dialettico, ciò che risalta è la “fisicità” comportamentale di quei giovani piuttosto che le filosofie sottostanti. Abbandonarsi a un amore libero, un amore bambino, apparentemente privo di sovrastrutture razionali, o fumare, mangiare e lavarsi in una dimensione quasi primitiva, paiono essere il fine unico e ultimo del loro agire: non l’effetto di una precisa determinazione, né la causa iniziale per innescare certi ulteriori effetti. Dice bene Franco Bolelli nel suo “STARSHIP – Viaggio nella cultura psichedelica” (Castelvecchi Editore, 1995, ISBN 88-86232-31-4) : “la filosofia psichedelica non è pensiero intellettuale”.

Noi europei, o meglio, noi ‘Greci’ , non siamo così. Quando Aristotele oltre duemila anni fa diceva che “l’uomo è un animale politico”, aveva sicuramente colto un carattere fondamentale, un tratto culturale tipico delle sue genti. Chissà se vivendo tra i vichinghi del Nord Europa o gli aborigeni dell’Amazzonia avrebbe detto la stessa cosa.
Certo è che dalle nostre parti lo spirito libero degli hippies, se contagiò davvero la nostra società, offrì interpretazioni ben diverse e distanti dalle idee originarie, sino a produrre una visione tutta nostra, tutta europea di quegli slanci libertari.
Vivere secondo una filosofia “libertaria”, infatti, non necessariamente conduce verso una dimensione realmente “liberatoria”. Recepimmo, insomma, della cultura hippie, la carica razionale contestataria, ma quasi per nulla l’altra componente più visionaria, irrazionale e “impolitica”, produttiva di quella felicità psichedelica che si leggeva sulle facce degli hippies americani. Le riflessioni della letteratura e della stampa recenti, in occasione del quarantennale del ’68, hanno rimarcato più volte questo aspetto.

Nel libro “Dì qualcosa di destra. Da <<Caterina va in città>> a Paolo Di Canio” (di Angelo Mellone, Marsilio Editore, 2006, ISBN 88-317-8987-2), strepitoso affresco dell’Italia di oggi e dei suoi trasformismi culturali e mediatici, l’autore passa in rassegna le autentiche capriole e le acrobazie culturali di tanti opinionisti e osservatori che partendo dalle più inveterate e conservatrici critiche sul ’68 e la “degenerazione dei costumi”, sono poi passati nel ’98 (già tempi di celebrazioni e revival), prima a “magnificare il trentesimo anniversario della “rivoluzione”, la sua “esplosione di voglia di libertà e di critica radicale”, il “bisogno di autenticità”, “il senso assolutamente extraideologico della parola “comunismo”, “la spinta antagonista rispetto alle ideologie dominanti” e via discorrendo; e poi, nel 2008, hanno finito col riconoscere che quella parte più autenticamente innovativa del fenomeno hippie venne in realtà sacrificata sul freddo altare dell’ideologismo, mentre l’altra parte più razionale, politica e riformista venne appaltata e fatta propria da frange sociali politicizzate e militanti per supportare altre cause, sentite in quel momento come prioritarie nella cultura italiana di allora.

Secondo Luca Pollini, autore del libro “Hippie. La rivoluzione mancata. Ascesa e declino del movimento che ha sedotto il mondo” (Bevivino Editore, 2008, ISBN 978-88-95923-02-4), “a partire dall’autunno 1967, gli studenti universitari cominciano a occupare le università, inizia quello che convenzionalmente verrà chiamato Sessantotto, di lì a poco l’impegno e la militanza segnano una rottura fra la dimensione politica e quella impolitica, tipica degli hippie e dei beat di casa nostra. A differenza della situazione americana, la “base” sociale che costituisce il movimento italiano è diversa. Se negli Stati Uniti la maggior parte dei giovani Figli dei fiori è di estrazione piccolo borghese, in Italia, tranne alcune eccezioni, proviene dal proletariato. Pier Paolo Pasolini scrive: “il movimento beat e hippie non poteva incidere più di tanto come fenomeno della contestazione giovanile, perché in Italia ha avuto una grande importanza la Resistenza e ha ancora grande importanza la critica che il marxismo fa della società. I giovani che non vanno d’accordo con i padri borghesi hanno già dunque pronte tradizioni ( la Resistenza ) e le forme (le proteste razionali del marxismo) per rivoltarsi”.

In prossimità del quarantennale del ’68 – siamo ormai ai giorni nostri, al 2008, in piena epoca di outing delle sinistre, e di revisionismo critico – le celebrazioni vengono totalmente reinterpretate: cade definitivamente il dogma del ’68 positivamente modernizzatore e riformista e cominciano a fioccare impietose le analisi che rileggono quel periodo come un’anticamera del fallimento sociale degli anni ’70. Angelo Mellone nel suo libro (pag. 120) ricostruisce questo ripensamento: “ … la condanna tout court del sessantottismo è affidata su “Panorama” a Roberto Cotroneo, ripresa con decisione a fine 2005 anche da Gaetano Quagliariello e Giovanni Orsina, che giudicano il Sessantotto una sorta di grande deriva conservatrice, un movimento nato all’interno dei partiti che ha prodotto solo sterili utopie e ha bloccato l’evoluzione in senso riformista della sinistra italiana. Cotroneo considera il Sessantotto all’origine della catastrofe generazionale degli anni settanta (…) . A differenza di quello che accade in Francia o ancora prima negli Stati Uniti, dove le pulsioni libertarie e movimentiste producono innovazioni in tutti i campi sociali, “il 68 italiano, con tutto quello che ha generato, non fu affatto un movimento progressista, un movimento liberatorio, un movimento di modernizzazione del Paese, ma fu l’opposto”. Il critico è impietoso: parla di “una guerra civile, ma per cancellare ogni traccia di modernità dall’Italia”, il “blackout” della fantasia rispetto al quinquennio 1962-1967, che ha prodotto le opere più originali in campo letterario (dal Gruppo 63 a Carlo Emidio Gadda), nel cinema (Federico Fellini o Sergio Leone), nel teatro (Carmelo Bene), nel loisir (il Piper). La povertà creativa del Sessantotto partorisce solo un “polverone, una violenza linguistica, una incapacità di pensare in modo lucido e moderno che non ha eguali, quanto a perversione culturale (…). Si tratta del movimento più reazionario e violentemente ideologico del nostro dopoguerra”. “L’ideologia come tradimento del Sessantotto”, dice Angelo Mellone.

“E’ stato il big bang delle idee sbagliate. Da quell’esplosione originaria si è sprigionato uno sciame di detriti ideologici che continua a offuscare i nostri cieli” , scriveva Riccardo Chiaberge sul Corriere Della Sera (2 aprile 1996).

“Insomma” – continua Angelo Mellone – “quello che negli Stati Uniti era accaduto con la beat generation, in Italia è stato soffocato dalla blindatura politica della sinistra militante alle spinte di innovazione e di vera “rivoluzione sociale” presenti negli anni sessanta (…). Se oggi può sembrare strano, personalità come Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti, Jack Kerouac, William Burroughs, i figli dei fiori o i vagabondi autostoppisti hanno rappresentato per la sinistra militante e il suo apparato di critica intellettuale una pericolosa miscela di individualismo e spiritualismo, di ribellismo e insubordinazione, riottosa a essere incanalata nella camicia di forza delle ideologie e, ancora di più, intrasportabile nelle rigide discipline gruppettare che, per così dire, hanno demolito la tensione emancipatrice che ha reso davvero “formidabili” gli anni sessanta e l’hanno congelata nella violenza del conflitto politico”.

Negli anni della mia adolescenza, tra i ’70 e gli ’80, lo ricordo bene, talvolta avvertivo un disagio nel vivere il mio rapporto con la musica. Riuscivo a coglierne le migliori vibrazioni e contenuti, ma certe volte provavo imbarazzo quando ad esempio, per poter fruire di quel mondo, ero costretto a mescolarmi con gli utenti delle Feste dell’Unità: ero un ragazzo borghese. L’organizzazione dei maggiori eventi musicali si incanalava spesso nei binari delle piccole o grandi manifestazioni politiche, la qual cosa costituiva talvolta fonte di equivoci e suscitava una certa ritrosìa in chi non trovava proprio naturale prendere parte a quegli eventi. Erano anni in cui, specie al Sud – tradizionalmente sempre meno avvezzo alla partecipazione politica e alla socialità pubblica rispetto al più focoso Nord Italia – ci si esponeva il meno possibile, si cercava di tenersi a prudente distanza dai facili tumulti sociali, e si temeva che i propri comportamenti potessero essere pericolosamente classificati. Non mi piaceva l’idea di essere identificato con una frangia politica verso cui nutrivo diffidenza, e per questo motivo le Feste dell’Unità le frequentavo ugualmente, certo, ma con circospezione. A volte avevo proprio la sensazione che i ragazzi, irresistibilmente attratti dalla musica, fossero quasi “addescati” da un meccanismo che imponeva loro, come un prezzo da pagare, di doversi sorbire un comizio o una qualsivoglia forma di predica a sfondo politico. Mi ritrovavo in una folla festante accomunata da ideali che venivano urlati e condivisi con gesti estroversi: mi sentivo un “infiltrato”.

La cultura musicale era fortemente “appaltata” da quella politica, tanto che diveniva quasi automatico mescolare passione per la musica e passione politica, identificare gli appassionati di musica con l’area variegata dei militanti a vario titolo, fiancheggiatori o anche solo moderati sostenitori di certe idee. Con la medesima circospezione mi avvicinavo anche ai contenuti della musica che amavo: in verità non mi capitava poi così frequentemente di rinvenire quelle affinità che tutti davano per scontate con quella cultura di sinistra che tali affinità invece ostentava. Ma siccome questa commistione tra i valori del rock e quelli di una certa politica era un dogma così diffuso da non poter essere neppure messo in discussione, anche quando parlavo di contenuti cercavo prudentemente di non dare troppo l’impressione che la mia passione musicale implicasse necessariamente anche un’adesione a quei valori paralleli che, secondo il costume e la cultura sociale dominante, risultavano sottesi alla mia musica. La società borghese in cui vivevo, insomma, mi suggeriva di parlare di musica e di esternare la mia attrazione verso il fenomeno musicale con una certa pacatezza, direi quasi con un certo pudore. Aderire in modo pieno e incondizionato ai modelli (anche solo estetici) che il mondo del rock sembrava voler proporre, equivaleva ad assumere posizioni antagoniste, antiborghesi, alternative.

Non riuscivo a capire le ragioni di questo equivoco. Pensavo che i contenuti della mia musica non fossero, in realtà, gli stessi che la sinistra cercava di supportare. Credevo che questa identificazione dell’ideologia di sinistra con la mia musica e i miei eroi fosse il frutto di un fraintendimento, o forse no: forse quegli artisti erano davvero come la società politicizzata italiana me li descriveva e dunque ero io, per la mia giovane età, a non essere in grado di coglierne autenticamente i messaggi. Ero confuso. Ma permaneva in me la convinzione (indimostrabile) che l’espressione artistica dei Genesis, dei Pink Floyd, dei Led Zeppelin e di tutti gli altri, fosse un’enormità tale da non poter essere ristretta nella “blindatura politica” e nella “camicia di forza delle ideologie” con cui oggi Angelo Mellone efficacemente descrive quegli anni. Avevo 16-18 anni, non sapevo trovare le parole per dirlo, ma sentivo che anche il più becero dei borghesi potesse legittimamente tuffarsi in quella corrente impetuosa di suoni, parole e sentimenti che il mondo del rock diffondeva. Una corrente evoluta, portatrice di significati ben più alti delle interpretazioni demagogiche e riduttive offerte da schiere di interpreti sordi e miopi, prigionieri di un’ideologia che cercava disperatamente di avvalersi dell’Arte, di fruirne come mezzo, anziché come fine.

Nel 2008 viene pubblicato in Emilia un libro strepitoso: “Correggio Mon Amour – Storia di storie della musica rock in una città della provincia emiliana” (Lucio Lombardo Radice Editore, ISBN 978-88-960620-0-5), ponderoso volume documentaristico di 500 pagine che raccoglie documenti, immagini e testimonianze scritte da oltre 70 autori su fenomeni di costume, cronache ed eventi legati alla diffusione della musica popolare a Correggio, sede per oltre vent’anni di gigantesche feste dell’Unità che ospitarono, anno dopo anno, i più grandi nomi del rock mondiale. Nel volume si susseguono fatti e opinioni che illustrano in modo davvero ampio e avvincente il quadro sociale della provincia, dei suoi rapporti con la musica, i tratti salienti della vita culturale, i giri di boa tra le epoche che cambiano, le problematiche di un territorio con tutto il suo bagaglio di aspirazioni, storia e prospettive. Un caleidoscopio straordinario di storie, forse unico nel panorama dell’editoria musicale italiana. Di questo libro, la prima cosa che dovrebbe dirsi è questa: meriterebbe un premio letterario già solo per la sua portata documentaristica e la sua intensità, ma ne meriterebbe molteplici altri per il modo in cui illustra gli atteggiamenti culturali sottesi al rapporto tra musica e società.

Tra le tante affermazioni suggestive e luminose contenute nel libro, mi colpiscono quelle di un organizzatore delle feste dell’Unità, Guido Pellicciardi: “ … Mi è stato chiesto di raccontare i perchè di trent’anni di musica rock alle feste dell’Unità: perché la cultura rock era una cultura fortemente connotata a sinistra”. “Il perché i comunisti e poi i diessini di Correggio alle loro feste dell’Unità abbiano voluto organizzare tanti concerti di rilievo, penso abbia almeno tre diverse motivazioni. La prima è culturale ed è relativa a una certa adesione, soprattutto dei giovani della locale Fgci a valori ed espressioni che il rock ha promosso tra le generazioni di allora cresciute tra gli anni ‘60 e ’70 e, in parte, ancora negli anni ’80. La seconda ha una valenza più strettamente politica, legata alla volontà del partito di Berlinguer, anche e forse soprattutto a Correggio, di cercare insistentemente di avvicinare i giovani attraverso la musica, di calarsi nel loro mondo per riaprire un canale di comunicazione che, alla fine degli anni ’70, dopo l’esplosione del “movimento del ‘77”, sembrava essersi paurosamente ostruito: anche in quest’ottica vanno valutate le aperture verso la musica punk, new wave e più complessivamente, della cosiddetta scena alternativa che vennero gradualmente effettuate a partire dai primi anni ’80 nella programmazione di diversi concerti. La terza motivazione è legata più a una serie di contingenze locali fortunate e virtuose (…)” . “Alla base della seduzione verso la musica rock, vissuta a Correggio dalla Fgci e dal Pci a partire dagli anni ’70, ci sono senz’altro alcune particolari rappresentazioni simboliche che questa musica ha espresso sul piano socio culturale e anche politico in particolare in Europa, nonostante il rock’n’roll sia nato negli Stati Uniti. Una musica (…) che diventa molto presto popolarissima tra i giovani e si configura come espressione di un’alterità ai costumi e ai modelli espressivi “borghesi”. I giovani, forse per la prima volta nella storia dell’umanità, grazie al rock assumono una loro specifica connotazione generazionale: non appartengono più a un’età di passaggio, non sono più piccoli adulti, ma diventano una sorta di “classe sociale” autonoma, alla ricerca di proprie identità e culture differenti. Si afferma tra di loro la ricerca di mezzi espressivi diversi e alternativi all’establishment degli adulti”.

“Il rock’n’roll” – continua Pellicciardi – “accompagna e promuove nuovi miti e nuovi modelli sociali antagonisti a una società dominata da una borghesia ipocrita e decadente: nascono le figure del ribelle creativo, del consumatore alternativo, del naturalista romantico. Si (ri)affermano nuovi valori e si ricercano modelli esistenziali un po’ bohemien e senz’altro non convenzionali”. “Il rifiuto delle pratiche sociali e delle regole morali dei padri si manifesta attraverso lo spontaneismo e la creatività, la ricerca di relazioni interpersonali più solidali e pacifiste, un nuovo rapporto tra donne e uomini grazie alla rivoluzione femminista, una maggiore libertà sessuale con la teorizzazione dell’amore libero. Il viaggio “on the road” – complici i poeti e gli scrittori americani della Beat Generation come Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Gregory Corso, e film-simbolo come Easy Rider – senza meta e senza un fine preciso, se non quello di ritrovare se stessi in un mondo diverso più umano e libero, è l’archetipo della controcultura giovanile”.

Pellicciardi esalta questa “ricerca di una nuova spiritualità, di una dimensione libertaria, di uno stato di natura che esalta gli istinti e che viene altresì favorito da un diffuso uso di droghe leggere consumate preferibilmente in una dimensione collettiva”. “Non è un caso che tra le parole più utilizzate nel vocabolario rock di quegli anni si possano incontrare definizioni come “essere liberi”, “pace e amore”, “tutti insieme”, oltre all’abusato “sesso, droga e rock’n’roll”. “Il concerto di Woodstock (…) e, più in generale il ballo rock costituiscono la massima espressione di questa ideologia” (ndr: colpisce come l’autore insista nel ricorso all’ideologia per fornire l’interpretazione dei fenomeni di cui parla, senza mai cogliere come l’ideologia, in quanto “sovrastruttura”, spesso si ponga in antitesi con lo “spontaneismo” e la “creatività” che egli stesso esalta). “A loro volta i filosofi della cosiddetta scuola di Francoforte – Theodor Adorno, Erich Fromm (il suo libro più famoso, “Avere o Essere?” diventerà presto un testo fondamentale, quasi un best seller) e Herbert Marcuse – con la critica dell’autoritarismo, a partire dalle istituzioni familiare e scolastica, alla “devastante” supremazia tecnologica e a un “oppressivo razionalismo positivista”, diventano i nuovi maìtre à penser dei giovani formatisi sull’onda del ’68 soppiantando ben presto Marx ed Engels. Il rock diventa anche la musica che meglio rappresenta e racconta gli ultimi, che sostiene le rivendicazioni di poveri, disagiati, oppressi,emarginati, di chi non si adatta a vivere secondo i canoni tradizionali e soprattutto di chi, “vittima dell’imperialismo”, lotta contro ingiustizie e umiliazioni: dai neri d’America e del Sudafrica ai popoli del Terzo Mondo in lotta contro le dittature. Che Guevara, Ho Chi Minh, Martin Luther King sono gli idoli di una generazione che ha creduto nella liberazione dall’oppressione dell’uomo sull’uomo e nella cancellazione delle ingiustizie a favore di un mondo migliore dove tutti potessero essere effettivamente liberi e uguali. Il sogno alternativo, l’utopia pacifista, la ricerca di una “vera” libertà individuale trovano in Bob Dylan e John Lennon, penso, la massima rappresentanza”.

Sono molteplici e indubbie le verità espresse nella sincera interpretazione della cultura rock offerta da Guido Pellicciardi, ma ciò che colpisce è la fiera ammissione di questo approccio programmatico (del resto, mai nascosto) verso quel fenomeno: un approccio così razionale, ma al tempo stesso così alterato da non consentire più distinzioni tra il contenitore e i contenuti. Era una volontà di identificazione tanto forzosa e ostinata da riuscire a offuscare il rock come forma d’arte aperta ad ogni contenuto, a ingabbiarne il linguaggio, e quindi il suo stesso pubblico: non si riusciva a vedere che l’immenso popolo di utenti della musica comprendeva una massa non marginale di persone totalmente indifferente, estranea, se non proprio antitetica, alle lotte di Che Guevara, agli scritti di Marcuse, e perfino a certi contenuti specifici della contestazione espressa dallo stesso John Lennon.

In modo meno dogmatico, e forse anche più divertente, un altro autore testimonia il momento della nascita delle radio libere a Correggio. Stefano Ligabue racconta: “Tra la seconda metà del ’76 e l’inizio del ’77 la Fgci correggese è alle prese con un allentamento del rapporto con la sua base e con i giovani in generale. Nei circoli si dibatte sui metodi di recupero del rapporto e una delle soluzioni più gettonate è sicuramente la costituzione di una radio. Finalmente, il 26 maggio del ’77, la “Commissione radio” arriva a una prima Bozza per la costituzione di un’emittente radio. L’impostazione è spiccatamente politica e sociale. La musica ha un ruolo marginale e di riempimento, tanto che il documento stabilisce graniticamente quale musica si può trasmettere e quale no. Ci rendiamo conto che la musica avrà anche qui un notevole spazio ma saranno fatte delle scelte precise. La musica che avrà maggior spazio sarà quella popolare, folk, alcuni tipi di musica rock, liscio. Sono escluse dalla trasmissione le cosiddette canzonette e per intenderci la soul music (con scelte ben precise). L’ala musicale è una minoranza entusiasta, ma la leadership (e i soldi) sono senza dubbio nelle mani dell’ala militante. Fatto sta che, in breve tempo, risulta abbastanza evidente che l’ascolto e l’impatto sociale e politico rasentano lo zero” .

E lo stesso Pellicciardi, nel rivangare aneddoti che oggi possono far sorridere, parlando del rapporto tra la Fgci e la musica, “quella, ovviamente “impegnata” ricorda: “Nella Fgci di Correggio c’era stato anche chi teorizzava il sabotaggio delle discoteche e della loro musica commerciale, con la motivazione che la disco-music allontanava i giovani dall’impegno e dalla politica: una posizione perdente, che venne presto sconfessata dalla maggioranza dei giovani figiciotti che non aveva alcuna intenzione di rinunciare a frequentare i locali da ballo alla ricerca in particolare dell’altro sesso” .

Per quanto mi riguarda – e per restare alle mie adolescenziali inibizioni borghesi – non nutrivo alcun pregiudizio sulla militanza di sinistra, di destra o sugli equilibrismi centristi che registravo nella società borghese del Sud Italia in cui vivevo: semplicemente, non riuscivo a soffermarmi sulla correlazione tra le idee e la musica che ascoltavo, persino quando gli artisti si esprimevano in modo esplicito a favore o contro alcune di esse. Era una correlazione che non trovavo necessaria: i Led Zeppelin per me potevano dire tutto e il contrario di tutto, li avrei amati comunque, come si ama la pura Arte , anche quando esprime l’esatto contrario di ciò che siamo o pensiamo. E con la maturità ho poi imparato a sorridere su quel tentativo di appaltare la musica, di strumentalizzarla: un peccato veniale, commesso, in fondo, un po’ ovunque, a tutte le latitudini ( la stessa Woodstock , del resto, costituì un innegabile momento di propaganda di stili di vita e di pensiero che alcuni agitatori e promotori, in qualche modo, cercarono ad ogni costo di introdurre nel festival. L’irruzione sul palco di Abbie Hoffman durante l’esibizione degli Who, per spingere il pubblico alla protesta contro l’arresto di John Sinclair, condannato a dieci anni di carcere per aver offerto due spinelli a un poliziotto, ne costituisce l’episodio esemplare: vicenda poi passata alla storia del festival come unico momento di violenza esplicita, quella di Pete Townshend, che respinge l’irruzione di Hoffman scaraventandogli una chitarra in testa). Con gli anni ho accettato che la strumentalizzazione costituisse un effetto quasi fisiologico, proprio per le caratteristiche che la musica popolare aveva espresso sin dai suoi esordi, negli anni 50 e 60, come strumento di comunicazione, aggregazione e spesso protesta.

Non potrò, insomma, addebitare troppo agli amici di Correggio e di tutte le feste dell’Unità della nostra italietta quell’assalto ideologico che mi inibiva, impedendomi di abbandonarmi a un ballo liberatorio nel bel mezzo di una festa popolare. Regredire sino al ballo primordiale, abbandonarmi agli stati alterati di un light-show di San Francisco, forse non mi sarebbe riuscito neppure nell’America dell’Era Hippie, dove queste performance liberatorie in effetti si manifestavano – anche lì – nel bel mezzo di atmosfere sociali talvolta anche più tumultuose delle nostre e tutt’altro che rassicuranti : ero un ragazzo borghese, ciò che percepivo non potevo che viverlo secondo la mia indole.

Ma quel medesimo assalto ideologico, che ricaviamo dagli spunti di “Correggio Mon Amour”, o quelle manifestazioni comportamentali che rivediamo in “Woodstock: 3 Days Of Peace and Music”, assumono oggi un significato prezioso e più ampio per comprendere i segni di questo tramonto della cultura rock al quale nessuno era preparato.
L’era post moderna e post ideologica, innescata già dagli anni ’80, ha senz’altro avuto la caratteristica di non richiedere alla Musica un ruolo così trainante per la diffusione di stili di vita, ideologie e forme di comunicazione;
I musicisti, liberati da questo ingombrante fardello, si sono assestati nella dimensione loro propria, quella di artigiani del suono, compositori, esploratori di sonorità, e col ripiegare sul solo fattore-musica hanno trovato la propria naturale condizione, uscendo, però, sempre più, e progressivamente, dal privilegiato consesso dei “comunicatori” ;
Le nuove forme di esperienza collettiva, di condivisione e di scambio, sono state appaltate dalle reti telematiche, dai social network, dalla comunicazione globalizzata che non ha bisogno del veicolo di una canzone per propagare ebbrezza ed emozioni;
L’emozione di massa, polverizzatasi in una miriade di micro-masse (quella dei sostenitori delle squadre di calcio, dei cultori dell’ufologia, del sesso virtuale, delle dotte accademie scientifiche, politiche, e delle infinite nicchie telematiche globalizzate per interessi specifici) ha finito col ridimensionare quel mondo che ruotava attorno alla cultura musicale e che su quella stessa emozione di massa fondava la propria legittimazione;
L’assenza di domanda, da parte del pubblico, non tanto di musica, quanto di “ruoli” trasmessi attraverso la musica, ha dissolto, insomma, nell’arco di un decennio tutta quella “sovrastruttura” che da una parte arricchiva i fenomeni musicali, e dall’altra li snaturava;
E quell’assimilazione tra musica e valori sociali, che produceva stili di vita e costumi, d’un tratto, è divenuto il retaggio di un’epoca lontana.

Dai ‘revival’ di culto per reduci, alla saga di History Channel, dunque, il passo è breve.

Giuseppe Basile © Geophonìe.
(13.08.2009) Diritti riservati

Simple Minds 03.07.2009, Milano, Arena Civica

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Jim Kerr, Simple Minds, 03.07.2009, Milano, Arena Civica (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Dobbiamo fare uno sforzo: essere obiettivi. E per noi di Geophonìe, trattandosi dei Simple Minds, la cosa risulta difficile. Non possiamo negare un affetto profondo verso Jim Kerr e soci, lo  nutriamo da anni: precisamente da quella sera del 7 luglio 1983, quando la band approdò a Taranto, la nostra città, e ci regalò una serata che è rimasta scolpita nel ricordo collettivo, un pezzo di storia della musica a Taranto, ma anche un pezzo della “nostra” storia personale. Se oggi questa piccola associazione culturale esiste lo dobbiamo un po’ anche a loro, a Jim e alla band.

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Jim Kerr, Simple Minds, Taranto, 07.07.1983 (Marcello Nitti © Geophonìe)

Fummo talmente felici di quell’evento che in seguito abbiamo fatto di tutto per documentarlo, conservarne ogni traccia utile e mantenerne vivo il ricordo. Fu un momento di gloria, anche personale, per chi lo organizzò.

Ma inseguire gli eventi irripetibili è pericoloso. Ci abbiamo provato tante altre volte a ricreare quell’atmosfera, quel trasporto collettivo, abbiamo cercato di sostenere quella passione, ma un momento come quello non si è più ripetuto. Anche il nostro libro, “80 NEW SOUND, NEW WAVE” , in fondo era finalizzato a questo. Lo abbiamo regalato a Jim Kerr a Milano, dopo il concerto, lasciandolo speranzosi nelle mani di un addetto alla sicurezza ( … l’avrà ricevuto? Chissà! Ci piacerebbe saperlo). Volevamo che lui conoscesse la nostra storia, che potesse scoprire come di quel concerto si sia parlato per anni, tanto da arrivare a scrivere un libro per spiegare “che-cosa-accadeva-in-una-città-di-provincia-quando-negli-anni-80-passavano-i-Simple Minds” (… ma anche gli Ultravox, i Bauhaus, i Sound e Siouxsie, i New Order e gli altri …).

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Charles Burchill, Simple Minds, 03.07.2009, Milano, Arena Civica (Giuseppe Basile © Geophonìe)

E’ pericoloso, talvolta, coltivare l’illusione di poter rivivere antiche emozioni in una nuova realtà, quella di oggi, in cui le sonorità dei Simple Minds non possono che risultarci  scontate ed è inevitabile che non ci sorprendano più. In questi casi, quando si va al concerto con lo spirito dei fans,  persino il critico musicale freddo e imparziale, forse, finisce col risultare più indulgente. I fans non sono obiettivi, i fans pretendono. Di declino, di tempo che passa, loro non vogliono sentir parlare. Sono consapevoli che una certa sonorità, un certo ‘stile’ oggi  non può essere altro che revival, ma confidano che la propria band riuscirà a far dimenticare tutto questo. Il critico musicale, in fondo, direbbe che la band ha superato brillantemente questo ennesimo esame. Anche l’ultimo disco viene apprezzato dalla stampa specializzata e la folla, del resto,  è uscita dall’Arena Civica felice e soddisfatta. Ma i fans del gruppo, quelli che hanno atteso molti anni per vederlo, pur nella gioia collettiva, commentano la serata in modo vario.

Un ragazzo dice: “Li avevo visti a Roma negli anni 80, dopo vent’anni eseguono tutti i brani  alla stessa maniera”. Lo dice con rammarico.
“Se un artista si ripresenta su un palco dopo diversi anni, immagino che lo faccia perché ha voglia di dire qualcosa”, commenta una signora non giovanissima. Nessuna sorpresa, insomma. Sembra che i Simple Minds vogliano a tutti i costi assomigliare a sé stessi, senza concessioni ad alcun tipo di sperimentazione, né sonora, né compositiva. Il concerto è un recital. Si parte con “Waterfront”, con “I Travel”, si prosegue con Someone, Somewhere in Summertime”, “Glittering Prize”, “Promised You a Miracle”, “New Gold Dream”, “See The Light”, intervallate da poche novità, quelle dell’ultimo disco, un lavoro anch’esso molto allineato allo stile della band. “Moscow Underground”, il brano di punta di questo nuovo “Graffiti Soul”, assomiglia moltissimo alla fortunata “Home” del loro disco precedente.

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Jim Kerr, Simple Minds, 03.07.2009 Milano Arena Civica (Giuseppe Basile © Geophonìe)

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Simple MInds, 03.07.2009, Milano, Arena Civica (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Ma un po’ tutta la resa dei brani, anche nella versione in studio, appare sempre ferma su uno stesso clichè: scelta che oggi, forse, può apparire opinabile. Se nel 1983 aveva un senso proporre un unico trend sonoro, perché quello era il momento di mostrare al mondo intero quel nuovo sound in cerca di affermazione, questo perseverare oggi lascia perplessi.
“Ma è poi proprio obbligatorio dover cambiare sempre e comunque?” Dice di un ragazzo. “Quello che conta è avvertire la sincerità di una proposta artistica. Loro suonano così perché hanno voglia di suonare così”.
L’immutabilità di una formula, invece, secondo altri è mestiere, più che proposta artistica. Jim però, in effetti, appare sereno, si diverte, appare spontaneo, non ha l’atteggiamento graffiante dei primi ’80 ma appare appagato e felice. “Bellissima serata, Milano!” “Nessuno ha voglia di andare a dormire”, dice durante la performance.
Si sussegono “Belfast Child”, “The Dolfins”, “Alive And Kicking”, “Sanctify Yourself”, “Ghostdancing”, ma anche “This is it” dall’ultimo album a chiusura dello show, in una scenografia scarna che non sostiene adeguatamente i brani eseguiti.
Anche il modo di stare sul palco non registra variazioni di rilievo. Le mosse di Jim, quelle che ci sono rimaste scolpite nella memoria, come quelle del Live Aid, sono le stesse. C’è una sorta di parodia di sé stessi in questo, anche se espressa in modo sereno e rilassato, disinvolto. Non vogliono dimostrare nulla i Simple Minds (… e questo è il guaio!).
Un ragazzo giovanissimo, guardando Charles Burchill, dice: “Somiglia a Facchinetti, al chitarrista dei Pooh”. “No” – dice un altro – “Non a Facchinetti, a Red Canzian. Facchinetti non è il chitarrista, è il cantante, è il padre di DJ Francesco”.  A sentire questo scambio di battute mi viene la malinconia. Vorrei che la mia band riuscisse a produrre un nuovo miracolo sonoro e compositivo, ora che ce n’è tanto bisogno, e che il pubblico fosse lì, zittito e rapito da una novità sconvolgente. Preferirei il silenzio e lo stupore della novità al facile successo del concerto-karaoke, quello del canto collettivo sollecitato da Jim, che più volte rivolge il microfono verso la folla. Ma in fondo è una festa di compleanno, forse non si può chiedere di più. O forse sì: sarà pure un compleanno, ma è quello dei trent’anni, quello di una maturità anagrafica che dovrebbe proiettare questi artisti verso un ruolo di guida, anzichè verso espressioni autocelebrative che si risolvono in un beneficio più per il cuore che per la mente.

Giuseppe Basile © Geophonìe

David Byrne 22.04.2009, Modena, Teatro Comunale

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David Byrne, 22.04.2009, Modena (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Sarà pur vero che tra i modelli della nuova società globalizzata non ci sono più le rockstar. Che la loro perdita di carisma e capacità comunicativa ha sdoganato ogni sorta di espressione sonora (sino ad annullarle tutte).

Che il pubblico, assuefatto alla promiscuità – anche qualitativa – si è abituato a ciondolare con indifferenza da un evento all’altro senza più dare troppo peso ai differenti valori artistici in campo: ma quando accade di imbattersi, anche per puro caso, in uno spettacolo come quello che David Byrne ha messo in scena sul palco del Teatro Pavarotti di Modena, è inevitabile rinsavire dall’ubriacatura consumistica di offerta musicale che ha saziato ogni nostra curiosità e reso i nostri neuroni resistenti a quasi ogni tipo di sollecitazione (quasi).

Girovaghiamo da anni senza meta, tra un concerto di Caparezza e uno di Ivan Segreto, tra una sperimentazione etnica e world e qualche stereotipata esibizione hip hop, tra i reduci del vecchio rock progressive (ormai li ritrovi ogni sera, ovunque) e i solitari e sconosciuti artefici del nuovo, una schiera di nuove promesse in perenne promozione e che non saranno mai promosse finchè si limiteranno alla sola ricerca “autistica” di belle sonorità, senza null’altro da dire. Sembriamo anime in pena, ma continuiamo a girovagare, un po’ per abitudine (andare a vedere concerti fa parte del nostro stile di vita e non sappiamo rinunciarvi, anche ora che non ce ne frega granchè di ciò che andiamo a vedere), un po’ per diletto (tutto sommato non si è ancora totalmente sopita la segreta speranza di vivere un’altra serata-mito, come quelle che si viveva da ragazzi, quando l’acquisto del biglietto tre mesi prima, e l’attesa fuori dai cancelli sei ore prima, erano riti preparatori per coltivare la nostra “identità”).

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Giuseppe Basile © Geophonìe

Questo girovagare, insomma, per fortuna ci spinge ancora a curiosare. Cosa farà mai oggi il nostro vecchio David Byrne? Il leader carismatico dei nostri anni ’80 evoluti? Andarlo a vedere vent’anni fa sarebbe stata per noi un’azione doverosa, una chiamata alle armi, un atto di presenza di quelli da tramandare ai posteri per poter dir loro il fatidico “c’ero anch’io”. Oggi si va con uno spirito diverso, non una ragione di vita ma un impulso, che tuttavia sentiamo ancora di dover assecondare. A qualcuno, vista l’occasione, viene voglia di rispolverare qualche feticcio anni ’80, qualche spilletta punk-new wave da applicare sulla giacca per arricchire il proprio stile casual ragionato. Pizzetti intellettuali, basette stilizzate e geometriche, occhiali neri di osso in perfetto stile “Devo”. Ma sono le donne in sala quelle che in realtà esprimono meglio questa tensione stilistica-revival ai favolosi ’80: una signora ostenta un magnifico binomio chiodo-anfibi, in perfetta sintonia col jeans (di alta moda) e con una camicina di seta, strass e merletti nera (di alta boutique). Messa in piega vaporosa da cento euro fresca di giornata, con colpi di sole e tonalizzanti. Eccoli, gli anni 80. Il casual edonista, il finto casual. Strepitosa.

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Giuseppe Basile © Geophonìe

Il pubblico è rigorosamente over 35 (siamo buoni: forse, over 40), un campionario micidiale di facce anni 80, di visi e atteggiamenti borghesi innamorati dell’evoluzione, di riformisti-reduci della Milano-da-bere. Insomma, sembra un appuntamento di quelli stile gay-pride, anni80-pride, orgoglio generazionale. Assembramento più unico che raro. I neuroni degli avventori casuali avvertono qualche prima avvisaglia: “forse è un evento”. Tutti sono convinti che Byrne incentrerà il suo spettacolo sul nuovo disco e su qualche altra sperimentazione inedita, non escludono che qualche concessione al glorioso repertorio Talking Heads la faccia, ma nessuno pensa al tripudio, alla serata catartica, all’apoteosi. Sarà come tutti gli altri, un concerto del dopo, uno di quegli show interessanti ma che non potrà porsi sullo stesso piano degli exploit degli esordi di carriera, quando Byrne sembrava anni luce avanti agli altri, quando dettava le regole dell’evoluzione della musica e del costume. Si parte con un paio di battute di David che esordisce sul palco: “stasera fate tutte le foto che volete. Anzi usate pure il cellulare o inviate una mail. Dopotutto avete pagato il biglietto…” , elegante, vestito di bianco, con quel suo immutato portamento rigido e serio e quel suo tono ironico.

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Giuseppe Basile © Geophonìe

L’entrata, con altre dieci persone sul palco (la band è al tempo stesso un corpo di ballo di grandi capacità sceniche), è tutta per il nuovo disco “Everyhing That Happens Will Happen Today”, ma già il secondo brano scuote il pubblico del Teatro Pavarotti, sulle prime inibito dalla classicità austera del luogo. Il brano è “I Zimbra”, un’essenza del Byrne-pensiero, tra le composizioni più celebri e acclamate di tutta la carriera. Non c’è ovviamente la chitarra di Robert Fripp, come nella versione originale di “Fear Of Music”, ma l’esecuzione è altrettanto suggestiva e straniante, un tripudio di elettronica, funk e tribale, esaltato dalla possente prova del corpo di ballo. E’ il primo momento di apoteosi sonora della serata, percussioni e balli ipnotici afro-funk, in perfetto stile Talking Heads: ma si pensa sia solo un intrattenimento per rompere il ghiaccio. Si riprende con un paio di brani dell’ultimo album che il pubblico osserva con attenzione, ma all’improvviso, le note di “Houses in A Motion” danno a intendere che l’evento è di portata storica. Ai primi versi declamati da Byrne (“For a long time I felt / without style or grace …”) l’uditorio del teatro si elettrizza, e da allora diventa un’autentica violenza carnale la costrizione a restare seduti.

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Giuseppe Basile © Geophonìe

Il concerto sino a quel momento ha stupito e calamitato le attenzioni (vi sono state anche due esecuzioni tratte dal “My Life In The Bush Of Ghost”), ma ora si procede con una sequela mozzafiato di brani della band, da “Heaven”, a “Crosseyed and Painless”, da “Born Under Punches (The Heat Goes On)”, sino all’apoteotica “Once in a Lifetime”, in cui Byrne canta accentuando l’atteggiamento declamatorio delle note strofe iniziali (“And you may find yourself …”), come in una sorta di parodia di sé stesso necessitata dalla location teatrale. Lo spettacolo sale alle stelle. Ancora pochi brani e il pubblico si alza definitivamente per il ballo liberatorio collettivo della platea e di cinque piani di palchi. Un tripudio mai visto. Si va avanti con una dance indiavolata sul palco, corse e girotondi in stile Talking Heads, sino alle finali “Take Me To The River”, “Burning Down The House” e alla chiusura elegantissima di “Everything That Happens” . Concerto irripetibile, che riconcilia con le identità perdute e ci consente di cogliere le distanze siderali tra la genialità artistica degli iniziatori assoluti e l’ordinarietà della scena musicale del nostro quotidiano.

Giuseppe Basile © Geophonìe.

Patti Smith

Artista: Patti Smith
Data: 30.06.2005
Luogo: Modena, Music Village Parco Novi Sad
Copyright: Giuseppe Basile © Geophonìe

30/06/2005, Modena, Music Village30/06/2005, Modena, Music Village30/06/2005, Modena, Music Village

Patti Smith

Artista: Patti Smith
Data: 23.10.2004
Luogo: Cortemaggiore (Piacenza), Fillmore Club
Copyright: Giuseppe Basile © Geophonìe